Alberto Andreani

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Alberto Andreani
Alberto Andreani.jpg
Il colonnello Alberto Andreani
1902 – 3 ottobre 1951
Nato aCrotone
Morto aMassa
Dati militari
Paese servitoItalia Italia
Italia Italia
Forza armataRegio Esercito
Esercito Italiano
ArmaFanteria
CorpoRegio Corpo Truppe Coloniali della Cirenaica
Carristi
Anni di servizio1921-1951
GradoColonnello
GuerreSeconda guerra mondiale
CampagneNordafrica
Resistenza
BattaglieBattaglia delle Alpi Occidentali
Comandante diVII Battaglione carri M13/40
Decorazionivedi qui
Studi militariRegia Accademia Militare di Fanteria e Cavalleria di Modena
dati tratti da Alberto Andreani[1]
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Alberto Andreani (Crotone, 1902Massa, 3 ottobre 1951) è stato un militare e partigiano italiano, ufficiale di carriera del Regio Esercito, decorato con la Medaglia d'oro al valor militare a vivente nel corso della seconda guerra mondiale.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Nacque a Crotone nel 1902,[2] e figlio del generale di corpo d'armata Ghino Andreani,[N 1] ed iniziò la carriera militare nel luglio 1921 come Allievo Ufficiale di complemento. Una volta ricevuta la nomina a sottotenente di fanteria, frequentò la Regia Accademia Militare di Fanteria e Cavalleria di Modena, dove conseguì la laurea e, nel settembre 1926, ottenne la promozione a tenente in servizio permanente effettivo (s.p.e.).[2]

Nel gennaio 1928 venne trasferito nel Regio Corpo Truppe Coloniali della Cirenaica[N 2], assegnato al 31º Battaglione eritreo.[1] Nel giugno dello stesso anno venne decorato con la Croce di guerra al valor militare.[1] Tra il novembre 1933 e il giugno 1936 frequentò la Scuola di guerra dell'esercito di Torino prestando poi servizio di Stato maggiore presso il Comando della 5ª Divisione fanteria "Cosseria".

Ottenuta la promozione a capitano nel gennaio 1937, prestò servizio nel e 3º Reggimento fanteria carrista[1] e poi presso il Comando del Corpo d'armata di Genova. Ottenne in seguito il grado di maggiore e partecipò ai combattimenti sul fronte occidentale contro le truppe francesi.[1] Dal febbraio 1941 al giugno 1942 combatté nella campagna nordafricana al comando del VII Battaglione carri M13/40.[1]

Trasferito successivamente al 31º Reggimento carri,[3] nel luglio 1942 fu promosso tenente colonnello, e nel maggio 1943, rientrato in Patria, fu trasferito al Quartier generale del XIX Corpo d'Armata mobilitato.[1]

All'atto dell'armistizio dell'8 settembre 1943, entrò a far parte alla Resistenza italiana in seno ad alcune organizzazioni clandestine[1] facenti parte del CLN di Verona, dove il 1º aprile 1944 gli venne affidato il comando di alcuni battaglioni partigiani.[2]

Nell'ottobre 1944 fu catturato dai militari nazisti insieme al tenente colonnello Giovanni Fincato[1] e sottoposto ad incessanti interrogatori[4] e a torture per farlo parlare. [1]Non cedendo agli interrogatori, nonostante le gravissime lesioni fisiche subite,[N 3] fu deportato nel campo di concentramento di Bolzano, dove poi verrà liberato, in condizioni di salute assai precarie, nell'aprile del 1945.[2] Curato nell'ospedale militare di Verona, riprese servizio nel novembre 1948, quando ricevette la nomina a vice comandante del 132º Reggimento carri della Divisione corazzata "Ariete", assumendone anche il comando per un breve periodo dal 21 settembre al 14 novembre 1949.[1]

Nel giugno 1950 fu promosso al grado di colonnello presso il Comando territoriale di Padova, e nel gennaio 1951 gli venne affidato il comando del distretto militare di Massa Carrara.[1]

Morì a Massa il 3 ottobre 1951.[2] Una via di Porto Azzurro è intitolata a suo nome.

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Medaglia d'oro al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'oro al valor militare
«Subito dopo l'armistizio, soldato deciso e fedele, intraprendeva la lotta di liberazione molto distinguendosi per esimie doti di animatore e di organizzatore e fornendo, in numerose e difficili circostanze, belle e sicure prove di coraggio. Attivamente ricercato dai tedeschi finiva per cadere, insieme ad un collega, in mani nemiche. Interrogati sulla organizzazione partigiana venivano, a causa del fiero silenzio, sottoposti ad inaudite sevizie che, protrattesi per più giorni, causavano la morte del collega e compagno di martirio che spirava fra le braccia del tenente colonnello Andreani. Per altri sei giorni si protraevano sul vivente le torture senza poterlo indurre a deflettere dal nobile ed esemplare atteggiamento. Ridotto una larva di uomo, pressoché cieco ed ormai mortalmente lesionato, trovava ancora la forza di tenere alta, fra i compagni di prigionia, in un campo di concentramento germanico la fede nell'avvenire della Patria. Verona, ottobre 1943 - aprile 1945.[5]»
Croce di guerra al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria Croce di guerra al valor militare
«Comandante di mezza compagnia di battaglione eritreo, in aspro combattimento durato oltre otto ore in terreno insidioso e contro forze preponderanti, seppe con esempio e sprezzo del pericolo guidare i suoi ascari travolgendo l'avversario in precipitosa fuga. Bosco di Scenescen (Cirenaica), 3 giugno 1928.»

Note[modifica | modifica wikitesto]

Annotazioni[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Mutilato durante la prima guerra mondiale.
  2. ^ Rimase in servizio presso tale Corpo fino al marzo 1931.
  3. ^ Rimase quasi cieco, affetto da piaghe su tutto il corpo e con la spina dorsale lesionata.

Fonti[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e f g h i j k l UNUCI n.1/2, gennaio-marzo 2016, p. 12
  2. ^ a b c d e Chiavacci, Colella 1991, p. 31
  3. ^ UNUCI n.1/2, gennaio-marzo 2016, p. 13
  4. ^ Il tenente colonnello Fincato moriva dopo due giorni ininterrotti di interrogatorio, a causa delle torture subite.
  5. ^ Sito web del Quirinale: dettaglio decorato.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Periodici[modifica | modifica wikitesto]

  • Roberto Chiavacci, Fortunato Colella, Le Medaglie d'oro al valor militare conferite agli elbani dal Risorgimento alla Seconda Guerra Mondiale, 1991, pp. 31-33.
  • Alberto Andreani, in UNUCI, 1/2, Roma, Unione Nazionale Ufficiali in Congedo d’Italia, gennaio-marzo 2016, pp. 14.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]