Va, pensiero
Va[1], pensiero (Va, pensiero, sull'ali dorate) è uno dei cori più noti della storia dell'opera, collocato nella parte terza del Nabucco di Giuseppe Verdi (1842), dove viene cantato dagli Ebrei prigionieri in Babilonia.
Il poeta Temistocle Solera scrisse i versi ispirandosi al salmo 137, Super flumina Babylonis.
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[modifica] Analisi musicale
Il coro – che Rossini definì «una grande aria cantata da soprani, contralti, tenori, bassi»[2] – è nell'insolita tonalità di fa diesis maggiore.
Nella breve introduzione orchestrale le sonorità iniziali, sommesse e misteriose, si alternano all'improvvisa violenza degli archi in tremolo e le ultime battute, con i ricami di flauto e clarinetto in pianissimo, sembrano voler evocare quei luoghi cari e lontani di cui parlano i versi.
La cantilena in 4/4, sommessa ed elegiaca, che si snoda sull'ampia onda del semplice accompagnamento a sestine, trova il momento di maggior vigore alle parole «Arpa d'or dei fatidici vati», prima di ripresentarsi un'ultima volta («O t'ispiri il Signore un concento») arricchita dalle fioriture dei legni.
[modifica] Testo
Qui sotto è riportato il testo musicato da Verdi, che differisce da quello stampato nel libretto in una sola parola: "tepide" anziché "libere".
Va, pensiero, sull'ali dorate;
- Va, ti posa sui clivi, sui colli,
- Ove olezzano tepide e molli
- L'aure dolci del suolo natal!
Del Giordano le rive saluta,
- Di Sïonne le torri atterrate...
- Oh mia patria sì bella e perduta!
- Oh membranza sì cara e fatal!
Arpa d'or dei fatidici vati,
- Perché muta dal salice pendi?
- Le memorie nel petto riaccendi,
- Ci favella del tempo che fu!
O simile di Solima[3] ai fati
- Traggi un suono di crudo lamento,
- O t'ispiri il Signore un concento
- Che ne infonda al patire virtù!
[modifica] Analisi lessicale e sintattica
Le principali particolarità lessicali di Va pensiero riguardano la presenza di termini aulici, come voleva la prassi di prosa e poesia ottocentesca. In particolare: clivi, olezzano, membranza, favella, fatidici, traggi, concento, nonché i nomi propri Sionne e Solima, dove Sionne indica la fortezza di Gerusalemme mentre Solima deriva dall'antica denominazione greca della città (Ἱεροσόλυμα, Hierosólyma).
Lo stile elevato corrisponde non solo ad una scelta lessicale classica, di sapore latino, ma è tesa anche a rispettare la prosodia, la lunghezza dei versi e le rime, che contrassegnano la composizione.
L'inno sembra costruito specularmente: i primi quattro versi (1-4) e gli ultimi quattro (13-16) sono raccolti in una frase unica, mentre le quartine centrali (vv. 5-7 e 11-12) si risolvono in una sola frase.
Come inno, genere di lunga tradizione, il componimento deve rispettare una struttura metrica ben nota nella letteratura italiana ed europea. Si tratta di 16 decasillabi, divisi in 4 quartine. Le strofe presentano un ritmo anapestico, con gli accenti che cadono sulle sedi 3-6-9. È per questo che al verso 13 la parola "simile" si legge con l'accento piano sulla seconda sillaba ("simìle") anziché con l'accento sdrucciolo sulla prima.
Secondo la prassi della poesia per musica, l'ultimo verso di ogni quartina è tronco, cioè costituito da nove sillabe metriche.
Tale schema, impiegato anche nelle canzonette da melodramma, è quello proprio dell'ode, che condivide con l'inno un rigido codice, rappresentando un modello riservato a testi "alti", per significato e valore civile e religioso, epico e patriottico. Il tono oratorio è perciò solenne e ingiuntivo, destinato ad ottenere la persuasione e trascinare l'ascoltatore all'azione. Il testo è ricco perciò di interiezioni ("Oh mia patria", "Oh membranza"), di esclamazioni ("Va', ti posa", "saluta", "raccendi", "ci favella", "traggi", "t'ispiri").
Molto classicheggianti sono anche le personificazioni indirette del pensiero e dell'arpa, per mezzo dell'apostrofe, una figura retorica volta ad indurre una forte emozione e un coinvolgimento intenso. La relazione comunicativa che si instaura è espressa dai pronomi di persona. Il coro si rivolge col "tu" prima al pensiero, la patria e la membranza, poi all'arpa e solo alla fine assume il plurale della prima persona: "ci favella, ne infonda".
Alle scelte retoriche e lessicali si accompagnano una solida architettura sintattica e un'attenzione particolare all'eufonia, che innalza ancor maggiormente l'effetto complessivo del componimento, in primo luogo per mezzo dell'alternanza delle rime. La distribuzione, sonora quanto spaziale, è la seguente:
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In ciascuna quartina, con l'eccezione della seconda, i due versi centrali rimano unicamente tra loro, mentre il primo e l'ultimo rimano con i versi rispettivi della quartina seguente. Solo nella seconda quartina è il secondo verso a rimare col primo della precedente. L'effetto è un legame sonoro interno a ciascuna coppia di quartine.
[modifica] Curiosità
- Questo coro di ebrei fu forse interpretato dal pubblico dell'epoca come una metafora della condizione degli italiani soggetti a dominio austriaco.
- La Lega Nord lo ha usato come "Inno della "Padania""[4], con la giustificazione che il librettista Temistocle Solera apparteneva alla cosiddetta "corrente neoguelfa", assertrice di un blando federalismo (sistema alla base del programma politico leghista), anche se questo coro di esuli ebrei era stato uno dei simboli musicali più importanti del Risorgimento italiano[5]. Nessun documento, peraltro, comprova la tesi che Solera fosse favorevole a un sistema federale per l'Italia, mentre è noto che lo stesso Verdi era un fervente sostenitore dell'unità nazionale.
- È intonato dagli esuli istriani, fiumani e dalmati come inno del loro esodo dalle terre perdute dopo il secondo conflitto mondiale[6].
- Il cantante Zucchero l'ha reinterpretata in una versione bilingue italiano-inglese.
[modifica] Note
- ^ La grafia Va' è oggi più diffusa (nella lingua odierna si tratta di un'apocope), ma nel libretto originale l'apostrofo manca, com'era normale all'epoca.
- ^ Carlo Gatti, Verdi, Milano 19813, p. 162.
- ^ Nome poetico di Gerusalemme.
- ^ sito della Lega Nord, sezione di Rho
- ^ Cfr. Massimo Mila, La giovinezza di Verdi, Torino, ERI, 1974, seconda edizione riveduta e aggiornata 1978, p. 91:«"Va, pensiero sull'ali dorate" segnò il primo di quegli incontri incendiari tra il genio melodico di Verdi e le speranze nazionali d'Italia, che dovevano fare di lui il Maestro del Risorgimento italiano»
- ^ Il “Va’ pensiero” è l’inno della comunità degli esuli italiani in Istria e Dalmazia non della Padania
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