Va, pensiero
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Va, pensiero (Va, pensiero, sull'ali dorate) è uno dei cori più noti della musica lirica. È tratto dalla parte terza del Nabucco di Giuseppe Verdi (1842), dove viene cantato dagli Ebrei prigionieri in Babilonia.
Il poeta Temistocle Solera scrisse i versi ispirandosi al salmo 136 Super flumina Babylonis.
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[modifica] Analisi musicale
Il coro - che Rossini definì «una grande aria cantata da soprani, contralti, tenori, bassi»[1] è nell'insolita tonalità di Fa diesis maggiore.
Nella breve introduzione orchestrale le sonorità iniziali, sommesse e misteriose, si alternano all'improvvisa violenza degli archi in tremolo e le ultime battute, con i ricami di flauto e clarinetto in pianissimo, sembrano voler evocare quei luoghi cari e lontani di cui parlano i versi.
La cantilena in 4/4, sommessa ed elegiaca, che si snoda sull'ampia onda del semplice accompagnamento a sestine, trova il momento di maggior vigore alle parole «Arpa d'or dei fatidici vati», prima di ripresentarsi un'ultima volta («O t'ispiri il Signore un concento») arricchita dalle fioriture dei legni.
[modifica] Testo
Qui sotto è riportato il testo musicato da Verdi, che differisce da quello stampato nel libretto in una sola parola: "tepide" anziché "libere".
Va, pensiero, sull'ali dorate;
- Va, ti posa sui clivi, sui colli,
- Ove olezzano tepide e molli
- L'aure dolci del suolo natal!
Del Giordano le rive saluta,
- Di Sionne le torri atterrate...
- Oh mia patria si bella e perduta!
- O membranza sì cara e fatal!
Arpa d'or dei fatidici vati,
- Perché muta dal salice pendi?
- Le memorie nel petto raccendi,
- Ci favella del tempo che fu!
O simile di Solima ai fati
- Traggi un suono di crudo lamento,
- O t'ispiri il Signore un concento
- Che ne infonda al patire virtù!
[modifica] Analisi lessicale e sintattica
Le principali particolarità lessicali di Va, pensiero riguardano la presenza di termini aulici, come voleva la prassi di prosa e poesia ottocentesca. In particolare: clivi, olezzano, membranza, favella, fatidici, traggi, concento, nonché i nomi propri Sionne e Solima, dove Sionne indica la fortezza di Gerusalemme mentre Solima è proprio l'antica denominazione greca della sacra.
Lo stile elevato corrisponde non solo ad una scelta lessicale classica, di sapore latino, ma è tesa anche a rispettare la prosodia, la lunghezza dei versi e le rime, che contrassegnano la composizione.
L'inno sembra costruito specularmente: i primi quattro versi (1-4) e gli ultimi quattro (13-16) sono raccolti in una frase unica, mentre le quartine centrali (vv. 5-7 e 11-12) si risolvono in una sola frase.
Come inno, genere di lunga tradizione, il componimento deve rispettare una struttura metrica ben nota nella letteratura italiana ed europea. Si tratta di 16 decasillabi, divisi in 4 quartine. Le strofe presentano un ritmo anapestico, con gli accenti che cadono sulle sedi 3-6-9. È per questo che al verso 13 la parola "simile" si legge con l'accento piano sulla seconda sillaba ("simìle") anziché con l'accento sdrucciolo sulla prima.
Secondo la prassi della poesia per musica, l'ultimo verso di ogni quartina è tronco, cioè costituito da nove sillabe metriche.
Tale schema, impiegato anche nelle canzonette da melodramma, è quello proprio dell'ode, che condivide con l'inno un rigido codice, rappresentando un modello riservato a testi "alti", per significato e valore civile e religioso, epico e patriottico. Il tono oratorio è perciò solenne e ingiuntivo, destinato ad ottenere la persuasione e trascinare l'ascoltatore all'azione. Il testo è ricco perciò di interiezioni ("Oh mia patria", "Oh membranza"), di esclamazioni ("Va', ti posa", "saluta", "raccendi", "ci favella", "traggi", "t'ispiri").
Molto classicheggianti sono anche le personificazioni indirette del pensiero e dell'arpa, per mezzo dell'apostrofe, una figura retorica volta ad indurre una forte emozione e un coinvolgimento intenso. La relazione comunicativa che si instaura è espressa dai pronomi di persona. Il coro si rivolge col "tu" prima al pensiero, la patria e la membranza, poi all'arpa e solo alla fine assume il plurale della prima persona: "ci favella, ne infonda".
Alle scelte retoriche e lessicali si accompagnano una solida architettura sintattica e un'attenzione particolare all'eufonia, che innalza ancor maggiormente l'effetto complessivo del componimento, in primo luogo per mezzo dell'alternanza delle rime. La distribuzione, sonora quanto spaziale, è la seguente:
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In ciascuna quartina, con l'eccezione della seconda, i due versi centrali rimano unicamente tra loro, mentre il primo e l'ultimo rimano con i versi rispettivi della quartina seguente. Solo nella seconda quartina è il secondo verso a rimare col primo della precedente. L'effetto è un legame sonoro interno a ciascuna coppia di quartine.
[modifica] Curiosità
- Questo coro di ebrei fu interpretato dal pubblico dell'epoca come una metafora della condizione degli italiani soggetti a dominio austriaco.
- Quando Verdi, dopo la morte della moglie e dei figli - e dopo l'insuccesso di Un giorno di regno - decise di non comporre più musica, incontrò per strada l'impresario Merelli che lo pregò di leggere il libretto del Nabucco. Secondo la leggenda, Verdi tornò a casa di malumore e gettò il poema sul tavolo; il libro si aprì per caso sulle parole "Va pensiero su l'ali dorate...", che toccarono immediatamente il cuore del musicista.
- Il partito politico Lega Nord lo ha adottato come "Inno della Padania"[2], con la giustificazione che il librettista Temistocle Solera apparteneva alla cosiddetta "corrente neoguelfa", assertrice di un blando federalismo (sistema alla base del programma politico leghista).
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La scelta appare quanto meno contraddittoria se si considera che questo coro di esuli ebrei fu sentito nell'Ottocento come uno dei simboli musicali più importanti del Risorgimento italiano.
[modifica] Note
- ^ Carlo Gatti, Verdi, Milano 19813, p. 162.
- ^ sito della Lega Nord, sezione di Rho

