Siddharta (romanzo)

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« Le parole non colgono il significato segreto, tutto appare un po' diverso quando lo si esprime, un po' falsato, un po' sciocco, sì, e anche questo è bene e mi piace moltissimo, anche con questo sono perfettamente d'accordo, che ciò che è tesoro e saggezza d'un uomo suoni sempre un po' sciocco alle orecchie degli altri. »
(Siddharta, traduzione di Massimo Mila, edizione Adelphi, collana Piccola Biblioteca, 1973-2011, pag. 190)
Siddharta
Titolo originale Siddhartha
Standing Bodhisattva Gandhara Musee Guimet.jpg
Statua di Siddharta Gautama (Buddha), raffigurato come bodhisattva, conservata in Pakistan
Autore Hermann Hesse
1ª ed. originale 1922
1ª ed. italiana 1945
Genere Romanzo
Sottogenere Storico, romanzo di formazione
Lingua originale tedesco
Ambientazione India, VI secolo a.C.
Protagonisti Siddharta

Siddharta è un romanzo dello scrittore tedesco Hermann Hesse edito nel 1922.

Considerato dallo stesso Hesse come un "poema indiano", il romanzo presenta un registro molto originale che unisce lirica ed epica, ma anche narrazione e meditazione, elevazione e sensualità, e che lo rende tuttora affascinante. Il romanzo è ispirato liberamente alla vicenda biografica del Buddha, Siddhartha Gautama, anche se il Siddharta protagonista non è il Buddha storico, il quale compare nel libro come personaggio secondario sotto il nome di Gotama, ma un personaggio di fantasia che rappresenta «uno dei tanti Buddha potenziali».[1]

Il successo del libro arrivò un ventennio dopo la pubblicazione e sulla scia del Premio Nobel conferito ad Hesse nel 1946, e fu frutto soprattutto dei giovani che fecero della figura di Siddharta un compendio dell'inquietudine adolescenziale, dell'ansia di ricerca di se stessi, dell'orgoglio dell'individuo davanti al mondo ed alla storia, accomunati in un rifiuto senza appello.[1] Il libro ebbe poi un periodo di rinnovato successo anche nel corso degli anni sessanta e settanta, alimentato anche dall'interesse che una parte del mondo giovanile e artistico dell'epoca aveva per la cultura orientale e indiana in particolare.

Siddharta fu tradotto in italiano da Massimo Mila durante i suoi anni nelle prigioni fasciste, prima, e poi in resistenza, e fu pubblicato nel 1945 dall'editore Frassinelli.[1]

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Il libro narra la vita di Siddharta, giovane indiano, che cerca la sua strada nei più svariati modi. Fin dall'inizio il narratore si dimostra esterno, benché faccia intuire che la storia di Siddharta sia tra le più particolari, non esprime un suo punto di vista. Si può dire che la focalizzazione sia quella del giovane. Siddharta inizia il suo viaggio affiancato dall’inseparabile amico d’infanzia, Govinda, il quale lo ha sempre visto come un saggio. I due decidono di andare a vivere con i "Samana", asceti che vivono di poco o nulla, che imparano a immedesimarsi con tutto ciò che incontrano: così fa infatti Siddharta.

Dopo aver vissuto con loro, lui e Govinda decidono di andare a vedere il Buddha Gotama, alla quale setta Govinda decide di aggregarsi. Siddharta rimane quindi solo e arriva in una città, dove conosce la bella Kamala. Il personaggio, che dapprima sembrava “immacolato”, si dimostra soggetto alle debolezze umane, lui che considerava male quei comportamenti e che se ne considerava superiore. Dopo anni e anni passati con Kamala, Siddharta si dispera, capisce il suo errore e scappa. Kamala abbandonata dall’uomo che ama e da cui sa di non essere amata porta in grembo un figlio destinato a chiamarsi come il padre.

Anche senza dichiararlo apertamente, l'autore lascia intendere che Siddharta incontrerà il figlio. Questo succederà solo dopo un lungo periodo di transizione dell’ormai uomo Siddharta che, dilaniato dai rimorsi per il suo stile di vita degli ultimi anni, ipotizza per sé il suicidio come forma estrema di purificazione. Ma il caso, forse il destino, lo aiuta: prima desiste dal suo intento grazie alla meditazione dell'Om, poi incontra Govinda divenuto monaco buddhista. L’amico subito non lo riconosce, anzi si ferma pensando di aiutare uno sconosciuto. L’incontro tra i due è toccante, ma quando si separano si ha di nuovo la sensazione che si rivedranno. Siddharta ha ritrovato un motivo di vita e cerca una nuova strada, che trova sulle sponde dello stesso fiume nel quale pensava di porre fine alla sua vita.

A quel punto si imbatte in un barcaiolo che insegna al ragazzo l’essenza dell’acqua, mostrandogli il proprio spirito, come se il fiume fosse un’entità viva. Vasudeva, questo il suo nome, ci abita e condivide con Siddharta l’idea che il fiume sia vivo, che parli, che insegni. Siddharta decide di rimanere con Vasudeva da cui imparerà molto, anche durante i lunghi silenzi. Un’altra scena toccante si ha con il passaggio di Kamala che è in viaggio per trovare Gotama, il Buddha ormai morente; con lei c’è il piccolo Siddharta. Un serpente morde la madre, il piccolo piange e richiama l’attenzione del padre che, riconosciuta la donna, cerca di aiutarla, ma tutto è inutile: ora Siddharta ha un figlio da crescere.

Come in tutti i romanzi c’è l’antagonista dell’eroe, ma è un paradosso: di Siddharta è lo stesso figlio. Il giovane ragazzo è ribelle, non lavora, si annoia, non vuole imparare: totalmente il contrario del padre. Dopo anni di sofferenza, il figlio scappa e Siddharta è costretto a lasciarlo andare: sono troppo diversi per poter convivere. Questo episodio, inoltre, induce Siddharta a pensare a quando anche lui aveva abbandonato suo padre e al dolore che gli aveva sicuramente procurato. Ascoltando la voce del fiume, tuttavia, il dolore di Siddharta si placa gradualmente e l'uomo ottiene un maggiore comprensione del mondo e di se stesso che arriverà al culmine con l'illuminazione.

Vedendo che finalmente l'amico ha raggiunto la sua meta, anche il vecchio barcaiolo lascia Siddharta, recandosi nella foresta. E qui si chiude il libro, nel rincontro di Siddharta e Govinda, ormai vecchi, vissuti, sapienti. L’amico ancora una volta non riconosce Siddharta, invecchiato, cambiato. Si raccontano le loro vite, ma soprattutto Govinda chiede all’amico quale sia, dopo tutti questi anni, la sua filosofia e Siddharta attua un monologo in cui esprime il suo insegnamento morale, come una lezione di vita su come giudicare per essere giudicati, su come cercare la conoscenza e su come anche il più puro degli uomini si possa ritrovare nel peccato. Alla fine Govinda si accorge, con una sorta di visione, che Siddharta è anch'egli un buddha, ed è ormai unito all'atman (l'anima del mondo), avendo raggiunto il nirvana in vita, come il suo maestro Gotama (e il barcaiolo Vasudeva). Il romanzo termina con un profondo inchino di rispetto di Govinda verso Siddharta.

Genere e ambientazione[modifica | modifica wikitesto]

È un romanzo di formazione. Le vicende si svolgono in India, l’autore però non si sofferma sulla descrizione dei luoghi, e non si sa nulla di Siddharta, tranne il fatto che è figlio di un brahmino. Si riesce a capire in che paese si svolgono le vicende soltanto grazie ai caratteristici nomi propri di città e persona.[1]

Le dottrine che fanno da sfondo al romanzo (oltre al pensiero di Schopenhauer e a quello di Henri Bergson) sono l'induismo (in particolare l'ascetismo in stile sadhu e il brahmanesimo) e il buddhismo, sia nella sua forma originale (oggi chiamata theravada) tramite la figura del Buddha[2] , sia in una forma propria elaborata del protagonista, quale la illustra a Govinda nel capitolo finale[2] e che è assai simile al buddhismo insegnato da Nagarjuna circa mezzo secolo dopo l'epoca del Buddha:

« Quando il sublime Gotama parlava del mondo, nel suo insegnamento, era costretto a dividerlo in samsara e nirvana, in illusione e verità, sofferenza e liberazione. Non si può far diversamente, non c'è altra via per chi vuole insegnare. Ma il mondo in sé, ciò che esiste intorno a noi, non è unilaterale. Mai un uomo, o un atto, è tutto samsara e tutto nirvana. (...) Perché anche libertà e virtù, anche samsara e nirvana sono mere parole, Govinda. »
(Siddharta nel capitolo Govinda)
« Il saṃsara è in nulla differente dal nirvāna. Il nirvāna è in nulla differente dal saṃsara. I confini del nirvāna sono i confini del saṃsara. »
(Nagarjuna)

Hesse stesso però esprimerà la sua personale preferenza per alcune forme del variegato induismo, in quanto, come Siddharta, sostiene che per superare il mondo e comprendere l'unità del Tutto bisogna prima conoscerlo a fondo, mentre il buddhismo appare a lui troppo rinunciatario.[2]

Personaggi[modifica | modifica wikitesto]

Il protagonista è Siddharta, un uomo che, per tutta la vita, è tormentato da dubbi esistenziali; soltanto alla fine troverà la liberazione. Come personaggi secondari, troviamo:

  • Govinda, fratello unilaterale (è figlio dello stesso padre ma di madre diversa) e migliore amico di Siddharta, animato da una grande devozione nei suoi confronti; lo abbandonerà in seguito all'Incontro con Gotama, il Buddha, del quale si farà discepolo.
  • Kamala, una ricca, bella ed intelligente cortigiana con cui Siddharta condivide le gioie dell’amore; il suo palazzo è circondato da un vasto "giardino di delizie".
  • Kamaswami, un potente mercante, che offre un impiego di prestigio a Siddharta e gli permette di arricchirsi.
  • Vasudeva, un vecchio barcaiolo, con cui Siddharta trascorrerà alcuni anni. È un uomo molto saggio che, ascoltando il fiume, ha trovato la pace.

Edizioni Italiane[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d Massimo Mila, Introduzione a «Siddharta», pubblicata nel 1981
  2. ^ a b c Hermann Hesse e l'India che non vide mai

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