Pronome personale in italiano

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1leftarrow.pngVoce principale: Pronome personale.

I pronomi personali sono quei pronomi che rappresentano, in funzione deittica, la persona che parla, la persona che ascolta oppure la persona, l'animale o la cosa di cui si parla, senza specificarne o ripeterne il nome.

Io sono pronto per la partenza, tu no;
Abbiamo discusso con loro dei risultati elettorali.

Forme dei pronomi personali[modifica | modifica sorgente]

I pronomi personali in italiano per la funzione soggetto sono i seguenti:

  • io (singolare) e noi (plurale) indicano la persona che parla o il gruppo di persone al quale appartiene chi parla (prima persona);
  • tu (singolare) e voi (plurale) indicano la persona o le persone a cui ci si rivolge (seconda persona);
  • lui, lei, egli, ella, esso, essa (singolari) e loro, essi, esse (plurali) indicano la persona o le persone di cui si parla (terza persona).[1]

I pronomi personali hanno forma diversa, secondo la persona, il numero, il genere e la funzione. Tale funzione può essere di soggetto o di oggetto. I pronomi di alcune persone variano di forma a seconda che l'oggetto sia diretto o indiretto. I pronomi personali usati come complemento hanno due forme:

  • forma forte o tonica;
  • forma debole o atona.
persona funzione soggetto funzione complemento
forma tonica forma atona
1ª singolare io me mi
2ª singolare tu te ti
3ª singolare maschile lui, egli, esso[1] lui, sé (stesso) lo, gli, si
femminile lei, ella, essa[1] lei, sé (stessa) la, le, si
1ª plurale noi noi ci
2ª plurale voi voi vi
3ª plurale maschile loro, essi[1] loro, sé (stessi) li, ne, si
femminile loro, esse[1] loro, sé (stesse) le, ne, si

Pronomi personali soggetto[modifica | modifica sorgente]

I pronomi personali soggetto indicano la persona che è protagonista dell'azione o che effettua la comunicazione.

Lui ascolta la musica rock.

In italiano, a differenza di quanto accade in altre lingue, il pronome personale soggetto è spesso sottinteso essendo ridondante. Per questa caratteristica essa è una lingua che i linguisti definiscono "a soggetto nullo" in contrapposizione alle lingue a soggetto obbligatorio (in inglese il fenomeno è detto pro-drop, abbreviazione di pronoun dropping). La desinenza del verbo, infatti, è già di per sé sufficiente ad indicare chi compie o subisce l'azione espressa dal verbo stesso, ragion per cui il pronome soggetto diventa superfluo:

dormo = io dormo;
mangi = tu mangi;
vede = lui vede.

Vi sono casi particolari, tuttavia, in cui il pronome deve essere espresso. Ciò avviene:

  • quando si vuole specificare il maschile o il femminile:
    Chi è stato? È stato lui. No, è stata lei;
  • quando il verbo presenta la stessa forma per più persone, ad esempio nel congiuntivo presente:
    Bisogna che io sappia la novità; Bisogna che tu sappia la novità;
  • quando si vuole dare rilievo al soggetto:
    Certo che voi siete proprio una bella compagnia;
  • quando si vogliono contrapporre più soggetti:
    Io lavoro e lui si diverte.

Approfondimento[modifica | modifica sorgente]

Io, tu, noi, voi sono invariabili per genere.

Io e tu vengono sostituiti da me e te nei seguenti casi:

  • nelle esclamazioni formate con un aggettivo qualificativo:
    Povero me!
  • dopo il verbo essere se svolgono la funzione di parte nominale:
    Tu non sei me;
  • nei paragoni introdotti da come e quanto:
    Marco è alto quanto te;
  • ma se il verbo è ripetuto si usano io e tu:
    Marco è alto quanto sei alto tu;
  • quando accompagnano un participio assoluto:
    Sono stato deluso da molte persone, te compreso.

Il pronome di terza persona singolare e plurale presenta forme diverse in concorrenza tra loro:

  • lui e lei
    si usano nel linguaggio comune parlato e scritto per indicare persone e animali:
    Chi è stato? È stato lui;
  • egli e ella
    si usano nel linguaggio parlato e scritto di alto registro per indicare persone:
    Dante è uno dei più importanti poeti italiani. Egli ha scritto la Divina Commedia;
  • esso e essa
    si usano nel linguaggio parlato e scritto di alto registro per indicare animali o cose:
    Il leone è un felino. Esso trova il suo habitat preferenziale nelle savane africane;
    possono riferirsi tuttavia anche a persona:
    È uno scrittore colto e sensibile, ma anch' esso legato a una forma letteraria superata;
  • loro
    si usa nel linguaggio comune parlato e scritto per indicare persone o animali:
    Loro sono andati al mare;
  • essi e esse
    si usano nel linguaggio parlato e scritto di alto registro per indicare persone, animali o cose.

Quando ci rivolgiamo a persone con cui siamo in confidenza, si usa generalmente il tu. Con le persone con cui non siamo in rapporti di familiarità, invece, usiamo i pronomi di terza persona Lei e (molto più raramente trattandosi di una forma ormai in disuso) Loro, validi sia per il maschile sia per il femminile:

Venga anche Lei a controllare i risultati dell'esperimento;
Ascoltino anche Loro.

Nel Meridione è ancora diffusa la forma di cortesia con il pronome di seconda persona plurale Voi. Esso viene usato anche nella corrispondenza commerciale quando ci si riferisce non ad una persona fisica, ma ad una azienda, società, ufficio:

Rispondiamo alla Vostra lettera del 4/7 per comunicarVi che accettiamo la proposta.

Queste forme, dette pronomi di cortesia, si scrivono di solito con la maiuscola.

Pronomi personali complemento[modifica | modifica sorgente]

I pronomi personali complemento si usano quando nella frase il pronome svolge una funzione diversa da quella di soggetto e cioè:

  • complemento oggetto: La (lei) vedrò.Ti (te) ascolterò.
  • complemento di termine: Le (a lei) regalerò delle rose.Ti (a te) regalo una rosa.
  • gli altri complementi indiretti: Vieni con me (c. compagnia) a mangiare un gelato? – Lavoro per lui.

Si distinguono in due forme differenziate:

  1. Le forme toniche o forti (me, te, lui, sé, noi, voi, essi, loro ...), dette così perché hanno un accento proprio e, quindi, assumono particolare rilievo nella frase; possono essere usate per parecchi complementi e vengono collocate generalmente dopo il verbo:
    Penso a te;
    Cerco loro;
  2. Le forme atone o deboli (mi, ti, lo, gli, si, la, ci, loro ...), dette così perché non hanno un accento proprio e per la pronuncia si appoggiano sempre al verbo che le precede (enclitiche) o che le segue (proclitiche):
    Verrà a trovarci (enclitica):
    Ti dico di sì (proclitica).

Le forme atone, chiamate anche particelle pronominali, vengono adoperate esclusivamente per il complemento oggetto (Verrò a trovarti = Verrò a trovare te) o per il complemento di termine (Ti consiglio = consiglio a te). La scelta tra le forme forti o deboli è relativa alle esigenze espressive:

  • se si vuole dare rilievo al pronome si usa la forma forte: Per quella partita hanno scelto me (la forma forte me ha un valore esclusivo: chi parla sottolinea che è stato preferito ad altri);
  • se invece si desidera attenuarne la presenza, si usa la forma debole: Mi hanno scelto per quella partita (con la forma debole mi la frase assume un tono puramente informativo: ci si limita ad una constatazione).

Approfondimento[modifica | modifica sorgente]

  • viene usato quando, in una proposizione, la persona, cui il pronome personale complemento si riferisce, coincide col soggetto della frase:
    Gli egoisti pensano solo a .
  • Esso, essa, essi, esse si usano al posto di lui, lei, loro quando si tratta di animali o cose:
    Le mie galline non mi danno uova, eppure dedico ad esse tante cure.
    Questo zaino è eccezionale, con esso ho effettuato molte escursioni.
  • Ci, vi, forme deboli di pronomi personali complemento di prima e seconda persona plurale, equivalgono a: noi, a noi, voi, a voi:
    Quel pescatore ci porterà (porterà noi) fino a Panarea.
    Ci (a noi) piace la tua cucina.
    Vi vedrò (vedrò voi) dopo cena.
    Vi (a voi) restituirò le racchette stasera.
    • Queste forme possono avere una funzione avverbiale col significato di: lì, di lì, qua, di qua, là, di là:
    Ci (=là) andrò domani.
    Il posto gli piaceva e decise di rimanervi (=lì).
  • Ne è una forma debole di pronome di terza persona singolare e plurale e significa di lui, di lei, di loro, da lui, da lei, da loro:
    Ha un amico a Bologna e ne (=di lui) parla sempre;
    • Può avere funzione avverbiale col significato di: da qui, da lì, di qui, di là:
    Ve ne (=di qui) potete andare.
me lo te lo se lo ce lo ve lo
me la te la se la ce la ve la
me li te li se li ce li ve li
me le te le se le ce le ve le
me ne te ne se ne ce ne ve ne
  • Mi, ti, ci, vi, si possono essere usati in coppia con gli altri pronomi lo, la, li, le, ne, dando vita a forma come quelle riportate nello schema, in cui il primo pronome assume una forma un po' diversa (mi -> me; ti -> te; ci -> ce...).
    In queste sequenze il primo elemento è un complemento di termine, il secondo un complemento oggetto, salvo nel caso di ne, che costituisce di solito un complemento di specificazione:
    Me lo disse (a me disse questo).
    Te lo rese (a te rese questo).
    Ce ne dia dieci (a noi dia dieci di questi).
  • Gli unito con i pronomi personali lo, la, li, ne forma un'unica parola: glielo, gliela, glieli, gliele, gliene: Glielo spiegherò di nuovo; Non gliene voglio anche se più corretto dal punto di vista grammaticale è la scrittura staccata glie lo (vedi nota a fondo pagina)[manca!].
    In genere la coppia di pronomi precede il verbo; lo segue quando è all'infinito, al gerundio o all'imperativo e può formare con esso un'unica parola:
    Se vuoi il pollo arrosto, vado a comprartelo.
    Si è convinto parlandogliene.
    Se hai bisogno della spesa, dimmelo.
  • Le forme le lo, le la, le le, le li, le ne, derivanti dall'unione di "le" coi vari pronomi, sono ormai state soppiantate da quelle composte con "glie-", più scorrevoli, e sono riservati ad ambiti molto ristretti e formali della lingua, pur essendo spesso utili onde evitare incomprensioni.
    Glienele ne parlai.
    Glielole lo dissi.
  • Nel linguaggio familiare gli (=a lui) tende a sostituire le, il corrispondente pronome femminile:
    Ho visto Mara e gli ho dato tue notizieHo visto Mara e le ho dato tue notizie.
    • Ricorda quindi che:
      • gli = a lui è usato per il genere maschile;
      • le = a lei è usato solo per il genere femminile;
      • il plurale di entrambi è loro. Quando loro è usato come complemento di termine, può fare a meno della preposizione a, se collocato dopo il verbo:
        Ho chiesto loroHo chiesto a loro.
  • Nella lingua parlata e talvolta nella scritta si va diffondendo l'abitudine di usare gli al posto di loro (= a loro):
Mi hanno chiamato e io gli (=a loro) ho risposto; questa forma può creare equivoci.
    • Ad esempio: Gli ho portato dei cioccolatini. A chi? a lui oppure a loro?
    • In ogni caso quando "loro" è usato come complemento di termine (=a loro), si usa la forma normale loro.
      Bisogna quindi prestare attenzione a non confondere complementi di termine con semplici complementi della preposizione semplice, onde evitare errori come:
      Li ho detto (a scapito dei corretti) – Ho detto loro.

Influenze dialettali[modifica | modifica sorgente]

L'uso dei pronomi personali induce spesso in errore, a volte per influenza di usi dialettali. In questa sezione sono riportati gli errori più frequenti.

Espressioni come:

  • Pensa te a spolverare i mobili.

sono sbagliate, perché nello standard si usa te solo come complemento. È, dunque, più corretto dire:

  • Pensa tu a spolverare i mobili.

Per lo stesso motivo (te è la forma forte del pronome in funzione di complemento) è errato dire Io e te in luogo del più corretto Io e Tu.

Questo uso del pronome te anche in funzione di soggetto, diffuso in passato solo in alcune zone del Centro e Nord Italia tra le fasce di popolazione meno acculturate, viene incentivato da alcuni anni a questa parte dalla musica leggera. Se in passato se ne facevano degli usi sporadici per esigenze di rima (in italiano sono rarissime le parole terminanti in -u che possono far rima con tu), oggi alcuni autori sostituiscono regolarmente il tu con il te. Questo "bombardamento" mediatico ha contribuito a cambiare la percezione di questo errore, seminando dubbi o addirittura facendo credere che l'uso del "te" come soggetto sia corretto. Confronto: esempi di uso corretto e scorretto di tu/te in note canzoni di musica leggera:

Che cosa c'è
c'è che mi sono innamorato di te
c'è che ora non mi importa niente
di tutta l'altra gente
di tutta quella gente che non sei tu
(Ornella Vanoni, Gino Paoli: Che cosa c'è)
Da solo non mi basto
stai con me
solo è strano che al suo posto
ci sei te, ci sei te
(Nek: Laura non c'è)

Le espressioni a me mi, a te ti, a lui gli sono considerate sbagliate dai normativisti perché le forme atone mi, ti, gli, ci sono ritenute ripetizioni ridondanti. Si tratta, tuttavia, di forme comunemente usate nella lingua parlata, le quali possono essere collegate nell'ambito della cosiddetta dislocazione a sinistra, la quale comprende anche forme del tipo «Il giornale l'ho comprato io». La reduplicazione del pronome ha una funzione intensificativa di evidenziazione del soggetto: «A me mi piace» ha il significato di: «è proprio a me che piace, non a qualcun altro». La reduplicazione morfologica è un processo produttivo e trasparente nelle lingue del mondo, compreso in italiano, come avviene ad esempio con la reduplicazione aggettivale: «È un elefante grande grande». In spagnolo, ad esempio, la reduplicazione pronominale è corretta e frequente: «a mì me gusta». Il meccanismo rientra dunque in una categoria ben nota della lingua colloquiale, anche se resta comunemente sconsigliato nella scrittura formale.

È sbagliato usare il pronome ci (o ce) per dire a lui, a lei, a loro, gli, le. Ci significa noi, a noi; pertanto non è corretto dire:

  • Ce lo dico io; Ci ho fatto vedere tutto.

La forma esatta è:

  • Glielo dico io; Gli ho fatto vedere tutto.

Ugualmente sbagliate sono le espressioni diccelo, faccelo, daccelo in casi in cui il significato è diglielo, faglielo, daglielo.

Alcuni impieghi non standard dei pronomi, diffusi nel parlato e nello scritto in tutta Italia, sono stati recentemente inquadrati nella categoria dell'italiano neostandard.

Pronomi personali riflessivi[modifica | modifica sorgente]

I pronomi personali riflessivi indicano che l'azione compiuta dal soggetto "si riflette" sul soggetto stesso:

Marco si veste = Marco veste sé stesso;
Leonardo pensa solo a = Leonardo pensa solo a sé stesso.

I pronomi riflessivi sono:

singolare plurale
1ª persona mi, me ci, noi
2ª persona ti, te vi, voi
3ª persona si, sé si, sé (loro)

Le forme si e si usano per la terza persona singolare e plurale:

Marco si lava;
I miei genitori si amano.

Al plurale la forma è sostituita da loro quando si tratta di un riflessivo reciproco, generalmente introdotto da tra, in mezzo a, vicino a:

Gli alunni parlano tra loro durante la lezione.

Il pronome personale riflessivo va scritto sempre con la "e" accentata, anche quando è seguito da stesso e medesimo. L'accento, infatti, serve a distinguerlo dalla congiunzione se. Tuttavia, molti scrittori hanno cominciato ad usare[In quale periodo storico?] le forme se stesso e se medesimo senza accento. Per la 1ª e la 2ª persona singolare e plurale, invece, vengono usate le particelle pronominali mi, ti, ci, vi:

Io mi pettino; Tu ti prepari; Noi ci vestiamo; Voi vi lavate.
  • Ci, vi e si, certe volte, conferiscono al verbo valore reciproco:
Ci salutiamo = Ci salutiamo a vicenda.
  • Alcuni verbi, detti pronominali, sono sempre accompagnati dalle particelle mi, ti, ci, vi, si che, in questo caso, non hanno un valore riflessivo, ma costituiscono parte integrante del verbo.

Sono verbi pronominali: arrabbiarsi, vergognarsi, pentirsi....

Stefano si è pentito della sua scelta.

I pronomi allocutivi di cortesia[modifica | modifica sorgente]

I pronomi personali sono usati in italiano anche per indicare un registro formale con chi si parla, anche se in contrasto col loro significato letterale. Tali pronomi sono detti pronomi allocutivi di cortesia, e si scrivono in maiuscolo. Il più antico sistema, che trae origine dalla Roma imperiale, è il "dare del Voi". Tale sistema, oggi meno usato che in passato, consiste appunto nel rivolgersi all'interlocutore indicandolo con "Voi" piuttosto che con "tu", ed accordando i verbi alla seconda persona plurale:

  • Buon giorno signor Carlo, come state? - Bene e Voi?

Da notare che per una lunga parte della storia antica, Roma inclusa, non si è sentito alcun bisogno di tali registri formali, affidando ai titoli il rispetto ed il livello sociale. Praticamente si dava del tu anche all'imperatore ("Tu, nostro imperatore ..."). Dopo il primo uso del "Voi" per l'imperatore, la forma si è estesa come segno di rispetto. Praticamente nessuna lingua o dialetto derivato dal latino ha fatto a meno di tali forme, sebbene contrarie alla logica; ovviamente il fenomeno non si è fermato a questo gruppo di lingue: addirittura l'introduzione del "Voi" da parte dei normanni in Gran Bretagna ha causato il disuso di "thou", ovvero la traduzione letterale di "tu" in inglese[2].

Un altro sistema è quello di "dare del Lei" all'interlocutore, indifferentemente dal suo sesso:

  • Buon giorno signor Carlo, come sta? - Bene e Lei?

Tale sistema sembra derivare dal Cinquecento[3]. Spesso è considerato molto strano come sia nato l'uso di un pronome femminile anche per gli uomini (un pronome riservato al genere femminile usato per il maschile già secoli or sono, quando la differenza sociale tra i sessi era molto più sentita di oggi), ma in realtà non sono ancora sparite, e non solo in italiano[4], le forme femminili di terza persona per riferirsi ad una autorità o persona di prestigio indipendentemente dal sesso. Ci si riferisce o ci si riferiva alla "Sua/Vostra Maestà", "Sua/Vostra Eccellenza", "Sua/Vostra Signoria" e simili, sia ad un uomo che ad una donna; è probabile che il pronome "Ella, Lei" sia stato usato proprio come forma breve per riferirsi a tali onorificenze: "Ella" stava al posto di "Sua Eccellenza". In seguito con il decadimento del pronome "Ella", è rimasto l'uso del "Lei", poi usato anche per persone comuni come nell'italiano moderno.

Infine, si può dare della terza persona utilizzando un titolo:

  • Il Signore gradisce un caffè?

Dall'altro lato chi parla può darsi del "noi" o ("Noi"). A seconda del contesto, si distingue tra plurale di modestia (pluralis modestiae, generalmente scritto in lettera minuscola) e plurale maiestatico (plurale maiestatis, scritto in lettera maiuscola). Il plurale di modestia viene spesso usato nella lingua scritta per il narratore di un racconto, volendo limitare l'individualità di quanto scritto. Dall'altro lato il plurale maiestatico è una vera e propria dimostrazione del proprio status, e generalmente è usato da papi, sovrani o persone di potere, dato che altrimenti potrebbe essere considerato indice di scarsa umiltà.

Uso dei diversi sistemi[modifica | modifica sorgente]

Come detto, in passato l'uso del "Voi" era molto più diffuso di oggi. Durante il fascismo infatti si è tentato di vietare l'uso del "Lei"[5], scelta ai tempi criticata addirittura da alcuni fascisti; questa scelta ha fatto associare il "Voi" al regime fascista, per cui alla fine del regime si è avuto il declino di tale forma (da alcuni addirittura e ingiustamente considerata di invenzione fascista). Ad esempio Benedetto Croce, che da sempre usava il "Voi" essendo campano, iniziò a dare del "Lei". Comparando le due forme, quella in "Voi" viene percepita come formale ma non indiretta, per cui crea meno distaccamento tra gli interlocutori. Importante anche il fatto che nei dialetti generalmente non si può tradurre la forma in "Lei" (la cui traduzione in molti dialetti è solo letterale: terza persona di genere femminile) mentre è spesso già usata da secoli la forma in "Voi", fatto che contribuisce a mantenere quest'ultima forma anche in italiano.

Attualmente, il "Voi" in Italia è ancora comunemente usato nel meridione, dove lo si usa normalmente, ad esempio, nelle scuole per il dialogo alunno-professore (e quindi in dialoghi in lingua italiana e non in dialetti). Altre differenze tra le diverse zone d'Italia possono essere trovate nell'uso dei pronomi di cortesia. Nell'Italia settentrionale, la recente tendenza è quella di usare largamente il "tu" nel parlato. Questa potrebbe essere una sorta di "reazione psicologica" verso l'uso della seconda persona contro l'uso della terza persona (almeno nel parlato, mentre nello scritto l'assenza dell'interlocutore permette più liberamente il "Lei"), ed infatti è molto limitato nelle zone in cui il "Voi" viene molto usato.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c d e Le forme originarie egli, ella, esso, essa, essi ed esse, a seguito di un lento e secolare processo di evoluzione linguistica, sono state soppiantate dalle forme lui e loro, tanto che vengono ormai usate esclusivamente in circoscritti ambiti della lingua scritta.
  2. ^ In passato, thou significava tu, ma con l'introduzione del voi (ye in antico inglese) si passò a considerare irrispettoso rivolgersi con thou, sebbene la forma sia sopravvissuta in alcune zone, ed oggi, nelle preghiere.
  3. ^ Italiano, Luca Serianni. Garzanti, 1997
  4. ^ Ad esempio in polacco: "Jego Wysokość", letteralmente: "Sua Altezza"
  5. ^ La guerra dei pronomi in Italia, Repubblica