Moschetto

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Riproduzioni di moschetti della Guerra dei trent'anni
Soldato spara con un moschetto a percussione della seconda metà del XIX secolo
Fiaschette per la polvere nera. Quella a sinistra, da moschetto, è stata prodotta dalla Colt, quella al centro è di marca sconosciuta, quella a destra accompagnava le rivoltelle Remington
Palle da moschetto
« Il moschetto creò il fante, ed il fante creò il democratico. »
(John F.C. Fuller)

Il moschetto[1], evolutosi dall'archibugio, è un'arma da fuoco che dominò i campi di battaglia fino alla seconda metà dell'Ottocento[senza fonte]. Venne poi sostituito, inizialmente dai fucili a percussione, e in seguito dai fucili a retrocarica, come il Chassepot francese e il Dreyse prussiano.

Il vocabolo moschetto è stato, peraltro, utilizzato in Italia in tempi assai recenti, e sotto questo profilo si rinvia all'apposita sezione.

Sia l'archibugio sia il moschetto inizialmente adottarono un medesimo meccanismo di sparo, con la differenza che, mentre l'archibugio veniva mantenuto in posizione appoggiandolo al petto durante l'azione di fuoco, il moschetto vide l'introduzione del calcio, il quale permetteva di appoggiare l'arma alla spalla e di ottenere più precisione. Per quanto riguarda il sistema di fuoco in principio si utilizzò il meccanismo a miccia, seguito da quello a ruota e infine - decisamente più moderno - quello a pietra focaia.

In realtà il termine "moschetto" in Italia fu impiegato anche oltre il suo significato tecnico, infatti in lingua italiana sarebbe più corretto definire fucile tutte le armi a pietra focai ("focile" è appunto il meccanismo a pietra focaia, da cui deriva il termine "fucile"). Poiché questa semantizzazione della differenza tra moschetto e fucile è propria della lingua italiana, e non veniva utilizzata nelle altre (incluse quelle di nazioni militarmente molto presenti nella scena militare italiana) non si impose già tra i contemporanei. Per esempio in inglese fucile è considerato sinonimo di "rifle" termine che fa riferimento alla rigatura della canna, mentre moschetto identifica tutte le armi da fuoco, indipendentemente dal meccanismo di accensione delle polveri, a canna liscia, dotate di calcio e ad avancarica.

Etimologia[modifica | modifica sorgente]

Il nome trae origine da mosca, ed inizialmente designava un tipo di sparviero, poi il dardo scoccato dalla balestra, da ultimo il proiettile (e per metonimia l'arma da fuoco) propulso da un'arma da fuoco lunga. È associato ovviamente all'idea del volo come metafora della velocità. Secondo un'antica tradizione francese, il nome moschetto deriva anche da quella parte di barba compresa tra il labbro inferiore e il mento (chiamata mosca) tipica dei soldati armati appunto di moschetto.

I meccanismi di sparo in dettaglio[modifica | modifica sorgente]

  • Meccanismo a miccia: sul lato destro del fucile si trovava la piastra di sparo dove alloggiava il meccanismo: esso era formato da uno scodellino (una sorta di piccolo imbuto metallico comunicante con la culatta della canna), e una serpentina (una sorta di uncino metallico che sosteneva la miccia a lenta combustione) chiamata così per via della forma a serpente (non di rado la serpentina era decorata per ricordare la testa di un serpente o di un drago).
    • Ecco come avveniva lo sparo: il moschettiere poneva della polvere fina nello scodellino e lo richiudeva dopo di che infilava la polvere grossa e la palla di piombo nella canna (anteriormente) pigiando tutto sul fondo con un calcatoio (un'asta di legno, versione rimpicciolita di quella da cannone); al momento dello sparo, dopo l'apertura della protezione dello scodellino, tirando il grilletto, senza alcuno scatto, la serpentina si muoveva verso lo scodellino mettendo a contatto la miccia accesa con la polvere fina: questa si incendiava e trasmetteva il fuoco alla polvere grossa nella culatta; a sua volta questa polvere esplodendo proiettava la palla lungo la canna e fuori da fucile. Va detto che questi moschetti erano molto imprecisi e raramente colpivano il bersaglio a distanze superiori ai 50 metri; comunque il forte rumore e il fumo avevano un effetto demoralizzante sui soldati avversari. Queste truppe venivano solitamente utilizzate secondo la formazione chiamata tercio (tercios al plurale) di origine spagnola: i moschettieri erano posti a quadrato con al centro un'unità di picchieri: questo permetteva di portarsi a una distanza di tiro utile, poiché nel caso in cui i moschettieri fossero caricati dalla cavalleria essi si rifugiavano dietro alla formazione di picchieri, che erano in grado di respingere i cavalieri sia in virtù della lunga asta in loro possesso, sia grazie allo specifico addestramento.
  • Meccanismo a ruota: simile ad un moderno accendino, il meccanismo a ruota era formato da una grossa molla che, caricata con un'apposita chiave, al momento dello sparo metteva in movimento una ruota dentellata che sfregando contro un pezzo di pirite generava scintille accendendo la polvere grossa nella culatta dell'arma. Questo meccanismo venne usato sulle prime pistole e solo successivamente adottato dai moschetti; era comunque delicato e molto costoso e quindi inadatto per impieghi militari: fu utilizzato sulle carabine dai reparti a cavallo, che, proprio per le loro caratteristiche operative, trovavano poco pratica la miccia come comando di tiro.
  • Meccanismo a pietra focaia: questo congegno fu adottato verso la fine del XVII secolo, e dismesso nel 1830 circa, in quanto reso ormai obsoleto dal più moderno fucile a percussione. Sul lato destro dell'arma si trovava la piastra di scatto alla quale erano fissati il cane, tra le cui morse era trattenuta la pietra focaia, e lo scodellino, contenente la polvere fina.
    • Ecco come avveniva lo sparo: il moschettiere estraeva dalla cartucciera la cartuccia (chiamata così perché era fatta di carta), contenente una dose di polvere e la palla di piombo calibro .70, ne strappava la sommità con i denti e infilava tutto nella canna dell'arma; dopo di che sfilava il calcatoio dall'alloggiamento sotto la canna e lo pigiava a fondo nella canna; metteva la polvere fina, solitamente contenuta in una fiaschetta rigida, nello scodellino, ne chiudeva la martellina (o chiusino, fungeva anche da coperchio dello scodellino) e armava il cane: tirando il grilletto il cane sfregava contro la martellina generando scintille: queste infiammavano la polvere fina dello scodellino che diffondeva il fuoco nella culatta causando l'esplosione della polvere grossa. I moschettieri più addestrati potevano sparare 3 o 4 colpi al minuto; solitamente si sparavano 2 colpi per poi procedere all'attacco con la baionetta: l'introduzione della baionetta su questi fucili rese inutile la picca poiché anche il moschettiere poteva combattere corpo a corpo utilizzando l'arma da fuoco come asta o picca.
  • Moschetto a percussione: non è totalmente corretto parlare di moschetto a percussione, poiché l'introduzione della capsula a percussione è contemporanea a quella dell'adozione delle pallottole miniè, di forma più ogivale, e della canna rigata che classificano l'arma come un moderno fucile ad avancarica. Intorno al 1849 si scoprì che alcuni composti chimici, come il fulminato di mercurio, esplodono se colpiti violentemente: la differenza nella meccanica di sparo consiste nell'utilizzo di pastiglie al fulminato di mercurio che vanno a sostituire la pietra focaia e la polvere fina, con un netto risparmio nel tempo di caricamento.

Prima guerra mondiale[modifica | modifica sorgente]

Moschetti della prima guerra mondiale, Museo Civico di Asola

Il fucile fu sicuramente l’arma maggiormente utilizzata dalle truppe militari durante il primo grande conflitto mondiale. Nonostante le numerose innovazioni di carattere bellico avvenute negli anni antecedenti al conflitto il fucile rivestì ugualmente un ruolo fondamentale poiché la maggior parte delle armi più potenti risultarono ingombranti e poco maneggevoli specialmente durante le azioni offensive. Il fucile era invece comodo e maneggevole e provvisto di baionetta diventava estremamente efficace in occasione del “corpo a corpo”. Le pistole dal canto loro, venivano distribuite soltanto agli ufficiali, pertanto il fante tradizionale si trovava sempre in compagnia del fidato moschetto, in qualsiasi situazione d’attacco o difesa.

Le prestazioni[modifica | modifica sorgente]

i modelli di fucili e le tecnologie utilizzate per la loro produzione non variarono minimamente durante tutto il corso del conflitto. Questo è sostanzialmente dovuto al fatto che al sorgere del conflitto tutti i paesi che vi erano coinvolti avevano già adottato dei tipi di armi molto moderne che sfruttavano le novità scoperte nel campo delle polveri da sparo (polvere senza fumo). Un fattore importante che è utile nel valutare le prestazioni dei singoli modelli è sicuramente la capacità del caricatore all’epoca realizzati in “gabbiette” (semplici vaschette prive di involucro esterno) o “serbatoi” contenitori per i proiettili, ricavati da un unico blocco di metallo. Tuttavia, era il singolo tiratore a fare la differenza, una volta acquisita la necessaria dimestichezza con l’arma. I soldati professionisti inglesi, all’inizio della Grande Guerra, riuscivano a sparare quasi 15 colpi al minuto con i loro Enfield, ma in generale i fucilieri reclutati tra la popolazione civile non si spinsero mai oltre un massimo di 12 colpi al minuto. La precisione del tiro e della relativa gittata variava principalmente in base a due fattori: quello costruttivo, e il riscaldamento della sua canna.

Tempi moderni[modifica | modifica sorgente]

Moschetto Mod. 91/38

Come anticipato in precedenza, in Italia si continuò ad utilizzare il vocabolo moschetto per designare (quanto meno) due armi moderne:

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Il fucile ha una lunghezza maggiore di 1060 mm, la carabina va da 1060 mm a 951 mm, infine il moschetto è lungo fino a 950 mm.

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