Morella (racconto)

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Morella
Titolo originale Morella
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Edgar Allan Poe nel 1848
Autore Edgar Allan Poe
1ª ed. originale 1835
Genere racconto
Sottogenere orrore
Lingua originale inglese
Protagonisti l'io narrante, Morella
Coprotagonisti la figlia

Morella è un racconto di Edgar Allan Poe. Il testo fu scritto nell'aprile del 1835 e pubblicato nella raccolta Racconti del grottesco e dell'arabesco del 1840.[1]

Trama[modifica | modifica wikitesto]

L'io narrante racconta di aver conosciuto Morella molti anni addietro, per caso; ne fu subito profondamente attratto, anche se gli ardori che lo presero « non erano quelli di Eros », e la sposò. La donna, erudita, trasmette il proprio sapere al marito. Ama in particolare gli studi filosofici e teologici, con una preferenza marcata per l'antica letteratura mistica tedesca, probabile retaggio dell'educazione ricevuta in Germania.

Il protagonista non è però sulla stessa lunghezza d'onda; mentre Morella si identifica con le sue letture mistiche, egli sente sovente « uno spirito proibito destarsi in lui », che Morella cerca di spegnere sul nascere con « qualche grave e singolare parola ». A poco a poco, l'inquietudine e l'orrore che gli procurano il pensiero e i discorsi di lei vanno aumentando e turbandolo nell'intimo, cosicché quando la moglie si ammala e poi peggiora progressivamente, attende con ansia la sua morte. Chiamato l'uomo al suo capezzale, Morella gli comunica di sapere che lui l'ha aborrita e che, nonostante stia per morire, vivrà. Gli lascia « un pegno di quell'affetto - ah! così poco! - che egli ha provato per lei », nella creatura portata in grembo. Nel momento in cui Morella spira, la piccola vede la luce.

Inizialmente viene amata e ricoperta di ogni attenzione, anche se il padre la tiene all'oscuro della figura materna e non le permette di avere alcun contatto con il mondo esterno. A mano a mano che la bambina cresce, però, le sue fattezze e il suo spirito - sorprendentemente sviluppato in una persona della sua età, ed esperto dei rapporti umani, malgrado la reclusione imposta dal protagonista - ricalcano in modo sempre più preciso la defunta Morella.

L'uomo si sente nuovamente invaso da una profonda sensazione di orrore, del tutto simile a quella che gli suscitava la moglie. Quando la figlia compie dieci anni, stremato dall'inquietudine, vede nel battesimo « un mezzo di liberazione dai terrori della sua sorte ». Non ha ancora pensato a come chiamare la bambina e, dinanzi al prete, un'inspiegabile ragione lo porta a pronunciare il nome di Morella. Allora l'infante si agita convulsamente, il suo volto assume « il pallore della morte » e, cadendo, dice: « Eccomi! ». Il protagonista finisce preda della follia, la seconda Morella muore; quando la porta alla tomba per seppellirla, nota che le tracce della prima Morella sono scomparse. Il suo riso amaro e prolungato chiude il racconto.

Edizione di riferimento[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Nota ai testi, in E. A. Poe, Opere scelte (a cura di G. Manganelli), Milano, Mondadori, 1971, p. 1396.
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