Frontespizio (rivista)

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Frontespizio fu una rivista cattolica letteraria fondata nel 1929 a Firenze e conclusasi nel 1940.

Le origini della rivista " Frontespizio", che esce il 26 maggio 1929 a Firenze, sono modeste. Nasce infatti come bollettino bibliografico della Libreria Fiorentina diretto prima da Enrico Lucatello e poi da Piero Bargellini, per passare quindi dal giugno 1930 all'editore Vallecchi.

La rivista cercherà per tutto il lungo periodo editoriale, sotto la spinta del sacerdote Giuseppe De Luca, di ritrovare e recuperare tutti quei valori religiosi, sia nell'arte che nella letteratura, che erano andati perduti e cercherà di rimanere autonoma nei confronti del potere politico ufficiale del momento.
Accanto a Giuseppe De Luca operano due gruppi: il gruppo di destra formato da Bargellini, Papini, Barna Occhini, fedeli alla Scolastica e a San Tommaso, che si esprime in un toscanismo provocatorio di carattere lacerbiano e tradizionalista e il gruppo di sinistra, rappresentato da Carlo Bo e dagli amici Mario Luzi, Oreste Macrì, Alessandro Parronchi, Leone Traverso di impronta agostiniana e pascaliana che accolgono le voci europee e antitradizionali.

A parte stanno Nicola Lisi e Carlo Betocchi con i loro valori semplici e quotidiani, natura, Dio e famiglia, in un mondo che sentono gioioso. Lisi collabora alla rivista con le sue prose e Betocchi con la sua poesia inventiva e consolatoria. Le prose di Lisi pubblicate su Il Frontespizio faranno poi parte dei volumi Favole, Prose dell'anima, L'arca dei semplici e le liriche di Betocchi saranno in seguito raccolte in Realtà vince il sogno.

Il periodo più ricco e contrastato del "Frontespizio" si ha negli anni che vanno dal 1936 al 1938.
La rivista assume in questo periodo un aspetto grafico notevole con riproduzioni d'arte in ogni numero, dalle xilografie di Pietro Parigi ai fiori e alle figure di Giacomo Manzù.

"Letteratura come vita"

Rifiutiamo la letteratura come illustrazione di consuetudine e di costumi comuni, aggiogati al tempo, per la conoscenza di noi stessi, per la vita della nostra coscienza. A questo punto è chiaro come non possa esistere (...) un'opposizione fra letteratura e vita. Per noi sono tutt'e due, e in egual misura, strumenti di ricerca e quindi di verità: mezzi per raggiungere l'assoluta necessità di sapere qualcosa di noi (...). La letteratura è una condizione, non una professione. Non crediamo più ai letterati gelosi dei loro libri (...). Non esiste un mestiere dello spirito (...). La nostra letteratura sale dalle origini centrali dell'uomo (...). È la vita stessa, e cioè la parte migliore e vera della vita (...) lo scrittore chieda al suo testo la verità che l'urge interiormente e per cui sente di dover scrivere (...). Quando si parla di letteratura come vita, non si chiede che un lavoro continuo e il più possibile assoluto di noi in noi stessi, una coscienza interpretata quotidianamente nel gioco delle nostre aspirazioni, dei sentimenti e delle sensazioni. L'identità che proclamiamo è il bisogno di un'integrità dell'uomo, che va difesa senza riguardi, senza concessioni".

Con il dibattito sociologico sull'ateismo moderno tra Antonio Miotto e Igino Giordani nell'agosto - settembre 1936, il fascicolo leopardiano del settembre 1937 e quello dannunziano nel marzo 1938, la rivista raggiunge un bilancio più che positivo, ma nel frattempo si aggrava la frattura tra la direzione del periodico e il gruppo di sinistra guidato da Carlo Bo a causa degli articoli su Unamuno, Alain-Fournier, Mauriac e Riviére improntati ad una visione cattolica non tradizionalista e delle traduzioni e interpretazioni critiche dei grandi poeti stranieri da parte di Mario Luzi, Giancarlo Vigorelli, Sinisgalli, Sereni, Gatto e altri.

Il saggio Letteratura come vita che sarà il centro della polemica, porterà Bo a lasciare il "Frontespizio" nel settembre del 1938.
Il saggio, che risulta uno dei documenti più validi della nuova stagione ermetica, accredita alla condizione letteraria il senso del "fatto interiore", del movimento integro e vivo della coscienza proprio quando "Il Frontespizio", tra il 1937 e il 1938, inizia a ripiegarsi su posizioni di cronaca conformista.

Con questo documento Bo e i suoi amici dicono no a "Il frontespizio" e al suo allinearsi con la cultura fascista e, mentre la rivista diretta da Barna Occhini li investe con pesanti minacce essi continueranno il loro cammino di giovani esuli in patria su "Letteratura", "Campo di Marte" e "Corrente di Vita Giovanile".

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