Fontana dei Quattro Fiumi

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Coordinate: 41°53′56″N 12°28′23″E / 41.898889°N 12.473056°E41.898889; 12.473056

La fontana del Bernini sovrastata dall'obelisco di Domiziano

La scultura detta fontana dei Quattro Fiumi (o anche solo fontana dei Fiumi) si trova a Roma al centro di piazza Navona (davanti alla chiesa di Sant'Agnese in Agone, realizzata su progetto di Borromini) ed è stata ideata e plasmata dallo scultore e pittore Gian Lorenzo Bernini tra il luglio 1648 ed il giugno 1651 su commissione di papa Innocenzo X, in piena epoca barocca, durante il periodo più fecondo di questo artista.

Attribuzione a Bernini[modifica | modifica wikitesto]

Si dice che il Bernini, per ottenere la commissione della realizzazione della fontana da Innocenzo X, regalò un modello in argento dell'opera, alto un metro e mezzo, alla cognata del papa donna Olimpia Maidalchini la quale, particolarmente avida, convinse il pontefice a concedere il lavoro appunto al Bernini che, così facendo, spiazzò la concorrenza del Borromini[1]. L’origine della storia sembra dover risalire all’antico conflitto tra le famiglie di papa Urbano VIII (Barberini) protettore ed estimatore del Bernini, e del successore papa Innocenzo X (Pamphilj), che inizialmente tentò di sbarazzarsi di tutto ciò che in qualche modo era riconducibile al precedente pontefice, Bernini compreso, al quale venne invece affidato, con una certa malizia, il semplice incarico di proseguire il condotto dell’”Acqua Vergine" dal suo punto terminale (la fontana di Trevi) al sito in cui doveva essere eretta la nuova fontana. Era nota l’influenza che la potente cognata esercitava sul papa, ed il dono fu una mossa astuta che ottenne il risultato voluto. L’evidente metafora della grazia divina che si effonde sui quattro continenti conosciuti ha poi sicuramente contribuito al favore del pontefice.

L’episodio sembra essere stato alla base della proverbiale rivalità tra i due architetti.

Lo studio del modellino della fontana, realizzato dal Bernini come per altre sue opere, dimostra che l’artista immaginava inizialmente un’opera un po’ diversa da quella che poi è risultata. Le dimensioni e le proporzioni delle varie figure erano più ridotte, ed i resti di colorazione sul modello ligneo fanno supporre che l’intenzione era quella di realizzare le varie figure in bronzo. La scelta finale in favore del travertino ha comportato anche la modifica delle dimensioni delle strutture d’appoggio, che altrimenti non avrebbero sopportato il peso dell’obelisco.

Le spese per la realizzazione della fontana furono talmente elevate che, per finanziarle, il papa ricorse ad una tassazione sul pane, con contemporanea riduzione del peso standard della pagnotta. Il fatto scatenò l’odio del popolo di Roma non tanto sul pontefice quanto, piuttosto, sulla cognata (già abbondantemente detestata), ritenuta responsabile indiretta del sopruso.

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

La fontana sorge al centro della piazza, nel punto in cui fino ad allora si trovava un “beveratore”, una semplice vasca quadrata per l’abbeveraggio dei cavalli. Si compone di una base formata da una grande vasca ellittica a livello della pavimentazione stradale, sormontata da un grande gruppo marmoreo, sulla cui sommità si eleva un obelisco egizio ("Obelisco Agonale"[2]), imitazione di epoca romana, rinvenuto nel 1647 nel circo di Massenzio sulla via Appia. La sistemazione dell’obelisco sul gruppo scultoreo centrale ribadì la validità di un’innovazione che lo stesso Bernini aveva sperimentato, nel 1643, con la realizzazione della fontana del Tritone, e che era contrario a tutti i canoni architettonici dell’epoca: il monolite non poggiava infatti su un gruppo centrale compatto, ma su una struttura cava, che lasciava cioè un vuoto al centro e sulla quale erano poggiati solo gli spigoli della base dell’obelisco.

Le statue in marmo bianco che compongono la fontana hanno una dimensione maggiore di quella reale[3]. I nudi rappresentano le allegorie dei quattro principali fiumi della Terra, uno per ciascuno dei continenti allora conosciuti, che nell'opera sono rappresentati come dei giganti in marmo che siedono appoggiati sullo scoglio centrale in travertino (opera di Giovan Maria Franchi del 1648): il Nilo (scolpito da Giacomo Antonio Fancelli nel 1650), il Gange (opera del 1651 di Claude Poussin), il Danubio (di Antonio Raggi nel 1650) e il Rio della Plata[4] (di Francesco Baratta, del 1651).

Il disegno dei quattro colossi nudi che fungono da allegorie dei fiumi risalgono all'antico. I giganti del Bernini si muovono in gesti pieni di vita e con un'incontenibile esuberanza espressiva. Sull'antico, però, prevale l'invenzione del capriccioso. Così il Danubio indica uno dei due stemmi dei Pamphilj presenti sul monumento come a rappresentare l’autorità religiosa del pontefice sul mondo intero, il Nilo si copre il volto con un panneggio, facendo riferimento all'oscurità delle sue sorgenti, rimaste ignote fino alla fine del XIX secolo, il Rio della Plata, vicino al quale le monete simboleggiano il colore argenteo delle acque, il Gange con un lungo remo che suggerisce la navigabilità del fiume. Lo scultore ricerca uno studio più attento dei movimenti e delle espressioni, che l'artista varia al massimo.

L’ambientazione: piante ed animali[modifica | modifica wikitesto]

Sulla fontana sono raffigurati sette animali, oltre alla colomba bronzea in cima all’obelisco ed ai delfinetti nello stemma dei Pamphilj (opera di Nicola Sale del 1649), disseminati attorno a tutta la fontana ed in stretta relazione, insieme alle piante, con le personificazioni dei fiumi: sul lato occidentale un cavallo esce dalla cavità delle rocce con le zampe anteriori sollevate nell’atto di slanciarsi in un galoppo sfrenato sulle pianure danubiane coperte di fiori che incoronano la testa del fiume; un gruppo di cactus e un coccodrillo dall’aspetto un po’ fantasioso[5] che spunta dall’angolo settentrionale, vicino al Rio della Plata; un leone sul lato orientale che sbuca, come il cavallo, dalla cavità delle rocce per abbeverarsi ai piedi di una palma africana (realizzata da Giobatta Palombo nel 1650) che si innalza fino alla base dell’obelisco; un dragone che si avvolge intorno al remo tenuto dal Gange; e poi un serpente di terra striscia nella parte più alta, vicino alla base dell'obelisco, e infine un serpente di mare e un delfino (o un grosso pesce) nuotano nella vasca con le bocche aperte, avendo entrambi la funzione di inghiottitoio delle acque (un originale espediente).

Gli alberi e le piante che emergono dall'acqua e che si trovano tra le rocce sono anch'esse tutte rappresentate in scala più elevata. Le creature animali e vegetali, generate da una natura buona e utile, appartengono a razze e a stirpi grandi e potenti. Lo spettatore, girando intorno all'imponente fontana, può scoprire nuove forme o particolari che da un’altra visuale erano nascosti o quasi del tutto coperti dalla massa rocciosa. Il Bernini vuole suscitare meraviglia in chi ammira la fontana, componendo un piccolo universo in movimento ad imitazione dello spazio della realtà naturale.

Si tratta di un paesaggio in cui l'elemento pittorico tende a prevalere, con lo scoglio, con l'anfratto da cui esce un animale selvatico o su cui c'è una pianta rampicante. Il Bernini riesce anche ad ottenere vive sensazioni atmosferiche: infatti un vento impetuoso colpisce la palma e ne scuote la chioma che urta contro la roccia, scompigliando anche la criniera del cavallo e dando l’impressione di sibilare tra gli anfratti della rupe.

A lavoro concluso, il Bernini volle dare colore alle rocce, alla palma, alle peonie, alle agavi, e dispensò vernice dorata in vari punti. Così, all'illusionismo dell'insieme, si aggiungeva una componente coloristica ancora più accentuata.

I letterati e i poeti contemporanei (escluso l’offeso Borromini) espressero il loro stupore per una fontana così straordinaria, sottolineando l'impressione del capriccioso e in alcune parti perfino dell'esotico che la scultura trasmette in colui che la osserva. Il Bernini, più che nelle altre fontane, tende a valorizzare l'acqua come l'elemento essenziale della scultura; acqua che non zampilla, ma sgorga da vari punti delle rocce e si riversa nella grande vasca di base.

Simbologia[modifica | modifica wikitesto]

Il Bernini nella progettazione della fontana volle conoscere e tener presente il significato della simbologia contenuta nell'obelisco egizio collocato al suo centro. Per decifrare le iscrizioni presenti sulle quattro facce si avvalse della collaborazione di Athanasius Kircher, un gesuita, colto umanista, operante in quegli anni a Roma; questi indubbiamente influenzò lo scultore con le sue teorie di stampo neoplatonico e i suoi riferimenti dotti alla sapienza egizia e caldea, alla cabala ebraica, e a molti altri ambiti culturali collegati tra loro dalla comune origine gnostico-sapienziale: ritroviamo tutti questi elementi presenti in forma simbolica nella fontana, che viene così a costituire quasi una prosecuzione delle simbologie presenti sulla stele. Kircher, come altri umanisti prima di lui, credeva in una continuità sapienziale di una linea proveniente dall'antico Egitto e dalla tradizione mosaica, passante per la cultura greco-persiana per approdare infine al cristianesimo delle origini. Nella fontana si possono riscontrare quattro nuclei tematici principali:

  • La tetrade (numeri consecutivi dall'1 al 4 sommati), simbolo numerico di matrice platonica e pitagorico- neoplatonica, di decifrazione complessa, è legato alla perfezione della creazione divina; è rappresentato dalla forma piramidale della stele, la piramide essendo una delle rappresentazioni della tetrade.
  • La polarità dicotomica. Forma speculativa di origine gnostica e manichea, viene svolta nella fontana sotto forma di coppie di opposti, rimandanti alla coppia originaria bene/male. Le due coppie più evidenti sono:
    • Luce/Buio: principale nucleo di senso dell'opera, è legato alla stessa forma dell'obelisco, rimandante a un raggio di luce, collocato in modo contrapposto alle tenebre rappresentate dalla caverna sotto la stele. Questa linea di pensiero proviene in particolare dall'emanazionismo di Plotino e da Cusano.
    • Piena/Secca: dialettica presente nella tradizione mosaica (episodio biblico delle vacche magre e delle vacche grasse) ed egiziana. Il leone della fontana che lambisce l'acqua con la lingua, modellato sulle statue di Moptha, il dio leone, presenti nei templi egizi con la funzione di "nilometro", simboleggia l'alternanza abbondanza/carestia dovuta alla ciclicità delle piene del Nilo. La carestia, la distruzione, è rappresentata dall'ippopotamo, sostituito nella fontana, con uno stratagemma linguistico, dal cavallo (ippopotamo=cavallo di fiume), simbolo di Tifone, il vento arido che distrugge i raccolti.
  • L'uovo di Zoroastro. Schema cosmologico di forma ellissoidale, rappresentante l'azione nella cosmogonia dei principi opposti di luce e ombra. La pianta della fontana ricalca la morfologia dell'uovo: da questa riprende l'andamento ellissoidale e la collocazione del sole/obelisco, al centro. All'uovo di Zoroastro riportano inoltre le altre numerose simbologie riconducibili alla dicotomia luce/ombra.
  • La colomba. Allo stesso tempo simbolo dello Spirito Santo e stemma del pontefice Innocenzo X Pamphilij, che aveva commissionato la fontana, vuole sottolineare come il culmine della sapienza racchiusa nella simbologia della fontana, proveniente dall'Egitto ermetico e dalla Persia zoroastriana, è la rivelazione cristiana, posta in sostanziale continuità con quelle antiche forme di gnosi.

Condizioni attuali[modifica | modifica wikitesto]

L’ultimo restauro risale al 2009, al termine di due anni di lavori. La fontana era in pessime condizioni sia per cause atmosferiche sia per la gran quantità di escrementi dovuti alla massiccia presenza di piccioni nella piazza. Oltre alla pulizia dei marmi è stato pertanto installato un impianto, assolutamente invisibile ai visitatori, che, emettendo piccole cariche elettriche, impedisce ai volatili di avvicinarsi, limitando quindi gli effetti della loro presenza.

Leggende sulla fontana[modifica | modifica wikitesto]

Una leggenda, molto popolare ancora ai giorni nostri, è legata alla rivalità tra il Bernini e l'altro grande maestro del barocco, il Borromini. Si tramanda infatti che la statua del Rio della Plata tenga alzato il braccio per ripararsi dall’eventuale crollo del campanile o della cupola della prospiciente chiesa di Sant'Agnese in Agone e per sorreggere i suoi resti; ugualmente la statua del Nilo si copre il volto per non doverla vedere (in realtà, la copertura della testa è dovuta al fatto che quando fu realizzata non se ne conoscevano ancora le sorgenti). Si tratta di un evidente anacronismo storico, poiché la fontana fu realizzata tra il 1648 e il 1651, mentre la chiesa di Sant'Agnese in Agone fu iniziata dal Borromini non prima del 1652[6].

Sono inoltre tramandate dai cronisti dell'epoca alcuni esempi del carattere giocoso del Bernini: il 12 giugno 1651, giorno dell'inaugurazione della fontana, alla presenza di papa Innocenzo X, dopo aver scoperto il suo lavoro tutti rimasero folgorati dalla bellezza delle statue e dalle decorazioni in vernice dorata, ma la fontana era priva di acqua. Bernini raccolse le congratulazioni di tutti, compreso il papa, il quale non fece cenno della mancanza per non umiliarlo e, solo quando il pontefice stava facendo girare il corteo per andarsene (un po' a malincuore), ad un cenno del Bernini venne finalmente aperta la leva che fece sgorgare le acque, con grande ammirazione e soddisfazione di tutti. Ci sono tramandate anche le parole del papa che disse Cavalier Bernini, con questa vostra piacevolezza ci avete accresciuto di 10 anni di vita!.

Anche in un'altra occasione Bernini dimostrò senso dell'umorismo: molti erano preoccupati della stabilità dell'obelisco sulla fontana e più di uno gli fece notare che il suo innalzamento era una sfida all'equilibrio naturale, tanto che un giorno alcuni suoi rivali sparsero la voce che l'obelisco stesse per crollare. Bernini non mancò di arrivare presto, e, davanti alla numerosa folla che si era radunata, fissò alla base dell'obelisco quattro cordicelle sottili che solennemente attaccò con dei chiodini ai muri delle case circostanti della piazza.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ La fontana progettata dal Borromini prevedeva un obelisco alla cui base quattro grosse conchiglie con mascheroni gettavano acqua in una vasca. La semplicità del progetto non fu però particolarmente gradita al pontefice.
  2. ^ La definizione di “Agonale” data all’obelisco, come alla Chiesa di Sant'Agnese in Agone, deriva dall’antico nome della piazza, chiamata appunto “in Agone” (dal latino agones, "giochi") poiché l’area della piazza era usata in epoca romana come stadio per le gare di atletica.
  3. ^ In un documento conservato nell’Archivio di Stato di Roma, lo scultore Antonio Raggi, autore del Danubio, "si obliga far detta statua o fiume d'altezza se si drizzasse in piedi di palmi 20 di misura Romana", corrispondenti a circa 4,5 metri.
  4. ^ All’epoca non si conoscevano le reali dimensioni del Rio delle Amazzoni.
  5. ^ Probabilmente né Bernini né lo scultore che lo realizzò ne avevano mai visto uno, e d’altra parte potrebbe essere la rappresentazione di un armadillo imbalsamato, proveniente dall’America meridionale, che conservava Athanasius Kircher, lo studioso tedesco con cui il Bernini era in stretto contatto.
  6. ^ AA.VV., Arti Visive: dal quattrocento all'impressionismo - protagonisti e movimenti, ATLAS, 2006, pag. 313.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • AA.VV., Arti Visive: dal quattrocento all'impressionismo - protagonisti e movimenti, ATLAS, 2006.
  • Touring Club Italiano-La Biblioteca di Repubblica, L'Italia: Roma, Touring editore, 2004.
  • Sergio Delli, Le fontane di Roma, Roma, Schwarz & Meyer Ed., 1985.

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