Budd Boetticher

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Budd Boetticher, all'anagrafe Oscar Boetticher jr. (Chicago, 29 luglio 1916Ramona, 29 novembre 2001), è stato un regista e sceneggiatore statunitense.

Famoso per aver diretto diversi film western a basso costo, ottenne i maggiori successi alla fine degli anni cinquanta con una serie di pellicole interpretate da Randolph Scott. A distanza di decenni, questi film dallo stile molto secco e vigoroso sono stati enormemente rivalutati, tanto da essere sempre più spesso citati per la loro grande importanza nella ricca storia del filone western[1][2]. Questa "riscoperta" dell'opera di Boetticher ha portato negli anni 2000 alla pubblicazione in DVD di diverse sue opere che sembravano ormai dimenticate.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Boetticher nacque a Chicago e visse nel Midwest, dove da giovane si evidenziò come atleta per i successi ottenuti nella Ohio State University. Dopo il college si recò in Messico, dove imparò l'arte della corrida. Un casuale incontro con Rouben Mamoulian lo avvicinò professionalmente per la prima volta al mondo del cinema. Il noto regista lo volle come consulente tecnico di Sangue e arena (1941).

Subito dopo questa esperienza, Boetticher iniziò la carriera di regista per film di serie B girati in piccoli studios, come quelli della Monogram Pictures. Il primo salto di qualità nella sua carriera si ebbe quando la Batjac, la compagnia di produzione di John Wayne, gli chiese di dirigere il film L'amante del torero (The Bullfighter and the Lady) (1951), liberamente tratto dalle avventure messicane dello stesso Boetticher, quando cercava di diventare un torero. Il film fu pesantemente modificato in fase di montaggio senza il consenso del regista, la cui carriera parve quindi subire una battuta d'arresto. Il film, poi restaurato dall'UCLA Film Archive, presenta in alcune versioni l'originario titolo di lavorazione:Torero.

Boetticher dette una svolta alla sua carriera firmando un contratto con il produttore Harry Joe Brown e lo sceneggiatore Burt Kennedy per produrre sei film che divennero poi noti come il "ciclo Ranown".[3]. Anche se i suoi film vennero recensiti molto positivamente da alcuni critici - il francese André Bazin lodò I sette assassini (Seven Men from Now) (1956) parlando di "un western esemplare" - non hanno mai goduto di una grande considerazione fino alla loro riscoperta, avvenuta qualche decennio più tardi.

Tra gli altri film importanti del periodo più felice del regista vanno citati Decisione al tramonto (Decision at Sundown) (1957), I tre banditi (The Tall T) (1957), tratto da un celebre racconto di Elmore Leonard, L'albero della vendetta (Ride Lonesome) (1959), La valle dei mohicani (Comanche Station) (1960), e Jack Diamond gangster (The Rise and Fall of Legs Diamond) (1960).

Boetticher trascorse gran parte dei primi anni sessanta all'inseguimento di quella che diventerà la sua ossessione, la realizzazione del documentario sul suo amico, il torero Carlos Arruza. Con un tale obiettivo rifiutò altre offerte di Hollywood e dovette soffrire la disperazione per un progetto incompiuto, ritrovandosi oltre tutto malato, fallito e in carcere, come da lui ben descritto nell'autobiografia When in Disgrace. Nel 1971 il film tanto sofferto venne finalmente alla luce, uscendo negli Stati Uniti con il titolo Arruza.

In seguito Boetticher diresse solo un documentario, My Kingdom For... (1985) e apparve come attore nella parte di un giudice in Tequila Connection di Robert Towne (1988). Morì nel 2001 non riuscendo a ultimare il suo ultimo lavoro, la sceneggiatura per il film A Horse for Mr. Barnum.

Filmografia parziale[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ A Venezia i capolavori restaurati: The Iron Horse di John Ford e cinque pellicole di Budd Boetticher. URL consultato il 24-10-2009.
  2. ^ Retrospettiva al Torino Film Festival 2000. URL consultato il 24-10-2009.
  3. ^ (EN) Michael Wilmington, Tall in the Director's Chair Budd Boetticher made some of the best-remembered Westerns of '50s and '60s; they don't make 'em like that (or him) anymore in Los Angeles Times, 29 novembre 1992, p. 4.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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