Campagna di Poltava

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Coordinate: 49°34.47′N 34°34.12′E / 49.5745, 34.56867

Battaglia di Poltava
Parte della Grande guerra del nord

Battaglia di Poltava,
frammento di un mosaico di Michail Lomonosov, 1717
Data: 29 giugno 1709
Luogo: Poltava, Ucraina
Esito: Vittoria russa
Schieramenti
Russia Svezia
Comandanti
Pietro il Grande Carlo XII di Svezia, Carlo Gustavo Rehnskiöld
Effettivi
42.000 uomini, 100 cannoni 24.000 uomini, 15 cannoni
Perdite
1.300 morti e 3.300 feriti, 1.700 prigionieri 9.000 morti e feriti, 3.000 prigionieri più altri 16.000 al termine dell’inseguimento russo
Grande guerra del Nord
NarvaDünaKlissowPultuskFraustadtLesnajaPoltavaGadebuschHangöHanko

Fu denominata come Campagna di Poltava una serie di battaglie combattute nel 1709, nei pressi di Poltava, tra l'esercito svedese e quello russo, durante la Grande guerra del nord. La campagna si concluse con la vittoria dell'esercito russo e questo ribaltò le sorti della guerra, fino a quel momento favorevoli al Regno di Svezia. Infatti, dopo quella sconfitta, la Svezia ne accusò altre, fino alla disfatta definitiva nel 1718.

Indice

[modifica] La situazione baltica

Il mar Baltico ha un unico angusto sbocco verso l'Oceano, controllato dalla Danimarca. Tale caratteristica geografica ha condizionato in maniera netta la politica delle nazioni affacciate sulle sue rive. Per la supremazia su questo mare le guerre, combattute, in realtà su fronti terrestri piuttosto che navali, si concentrarono in 70 anni di storia, fra la seconda metà del XVII secolo e il primo ventennio del XVIII secolo. Protagoniste furono la Svezia e la Russia, comprimari la Danimarca, il Brandeburgo (la futura Prussia) e la Polonia; l'epilogo del dramma vide il trionfo russo, così come il prologo aveva visto il sorgere dell'astro svedese. Il re svedese Gustavo Adolfo, luterano, aveva fatto il suo ingresso nelle lotte fra le potenze europee nel 1630, durante la Guerra dei Trent'anni per arginare la minaccia imperiale del cattolico Ferdinando II, ma anche invogliato dall'oro di Richelieu. Sbaragliato a Lipsia l'esercito del Tilly, Gustavo Adolfo trovò insieme vittoria e morte nella battaglia di Lutzen combattuta contro Wallenstein, nel 1632. I frutti della campagna del sovrano svedese, conclusasi prematuramente, furono colti dalla mite figlia, la regina Cristina, che assicurò alla Svezia (pace di Westfalia, 1648) il controllo della foce dei maggiori fiumi tedeschi, l'Oder, l'Elba (fiume) e il Weser, con le tre ricche città commerciali di Stettino, Stralsund e Brema. La Svezia, divenuta d'un tratto, dopo la Guerra dei Trent'anni, la massima potenza baltica, comprendeva ora l'Ingria, la Carelia, l'Estonia, la Livonia e la Finlandia. In realtà, ciò era il risultato degli sforzi della diplomazia francese, tesi a costituire un forte Stato alleato che arginasse la Germania e l'Impero. Si trattava ora di verificare se, negli anni successivi, i sovrani nordici di un paese relativamente povero e con un milione e mezzo di abitanti sarebbero stati in grado, come effettivamente avvenne, di difendere un così grande impero dalle nazioni rivali. Carlo X, in soli sei anni di regno (1654 - 1660), avrebbe spezzato una coalizione tra Polonia, Danimarca, Brandeburgo e Russia, riconfermando la supremazia del proprio paese. Carlo XI avrebbe posto le basi dell'assolutismo in Svezia, riformato la legislazione e creato un esercito nazionale. Carlo XII, salito al trono nel 1697, poté fronteggiare di nuovo gli antichi nemici coalizzati, decisi ad approfittare della sua giovanissima età. L'imberbe sovrano rivelò subito la propria tempra, battendo separatamente prima Federico IV di Danimarca e poi i russi a Narva (1700); quindi si avventò fulmineamente sulla Polonia, ne depose il re Federico II, ponendo sul trono al suo posto Stanislao, futuro suocero di Luigi XV di Francia. Infine, si accinse all'impresa più difficile: sconfiggere la Russia, sulla quale regnava ora Pietro I Romanov, un gigante alto più di due metri, feroce e astuto, passato poi alla storia come Pietro il Grande.

[modifica] Pietro il Grande cerca uno sbocco sul Baltico

Pietro, divenuto Zar incontrastato di tutte le Russie, si era proposto tre obiettivi: consolidare le frontiere orientali minacciate perennemente dalle popolazione delle steppe; creare basi navali sul Mar Nero contro i Turchi; togliere "il troppo e il vano" dal proprio impero, creando uno Stato assoluto, sostenuto da una burocrazia opportunamente modernizzata. Nel 1696 strappò Azov ai Turchi; la Seconda guerra del nord gli offrì l'occasione di aprirsi sbocchi commerciali sul Baltico, oltre che sul Mar Nero. Pietro, allora, sottoscrisse con il Sultano una pace trentennale per poter dedicare tutte le sue energie al fronte svedese. Prendendo subito l'iniziativa, pose la città svedese di Narva sotto assedio, con un esercito di 40.000 uomini, ritendendo che Carlo XII fosse ancora impegnato contro i Danesi e non potesse quindi reagire con prontezza. Lo zar si accorse dell'arrivo del nemico, che si era avvicinato sotto la copertura di una tempesta di neve, quando questi era ormai a soli 9 chilometri di distanza. Carlo sferrò l'attacco con soli 8.000 uomini e i russi fuggirono precipitosamente. Questo episodio, che rese Pietro consapevole dell'efficienza dell'esercito svedese, spinse invece Carlo a sottovalutare i russi, ritenuti barbari e deboli: la lezione appresa salverà lo zar mentre l'imprudenza condannerà il re di Svezia.

[modifica] Alla vigilia dello scontro

Mentre Carlo XII guerreggiava contro Federico Augusto II, signore della Polonia e della Sassonia, Pietro, riorganizzatosi, tornò ad avanzare: nel 1704 si impadronì dell'estuario della Neva, dando così inizio alla fondazione di San Pietroburgo, saccheggiò l'Ingria e prese la città di Narva. La sconfitta del sovrano polacco e la sua deposizione lasciarono però, nel 1706, la Russia a combattere da sola contro la Svezia e Pietro dovette nuovamente ritirarsi, inaugurando però già un primo abbozzo della tattica della terra bruciata: stanziò guarnigioni nell'Ingria, inviò bande di Tartari e di Calmucchi a devastare la Polonia verso la frontiera con la Slesia dove si era ritirato Carlo e rafforzò le difese di Mosca. A questo punto il re di Svezia, non potendo rimanere a lungo nella Slesia in quanto regione dell'Impero, dovette scegliere tra dirigersi a liberare le province baltiche o attaccare la Russia. Indeciso ancora sul da farsi, all'inizio di settembre del 1707, Carlo lasciò le sue basi con un esercito di 24.000 cavalieri e 20.000 fanti per raggiungere il fiume Vistola. Durante l'inverno si limitò a conquistare la città di Grodno, pensando di sorprendervi l'esercito di Pietro e, infine, si fermò nuovamente a nord di Minsk, rimanendovi sino a giugno, quando forzò il passaggio sul fiume Beresina presso il villaggio di Borisov, spazzando via un contingente di 16.000 Russi che aveva tentato di contrastargli il passo. L'8 luglio Carlo si trovava già sul fiume Dniepr, accampato a Mogilev, in attesa della colonna di Lowenhaupt, partita da Riga con 16.000 uomini, artiglieria e rifornimenti resisi indispensabili a causa della tattica della "terra bruciata" adottata dai russi. Durante l'attesa ricevette l'ambasciata da parte dell'ataman (il capo elettivo dei Cosacchi) Mazeppa, che gli prometteva l'aiuto di 30.000 dei suoi se avesse sostenuto l'indipendenza dell'Ucraina dallo zar; questa vastissima regione, con i suoi raccolti di cereali e con i numerosi allevamenti, avrebbe sostenuto l'esercito svedese. Inizialmente risoluto ad attendere, Carlo si dimostrò poi impaziente, dirigendosi a sud verso l'Ucraina. Ma il giovane re, nelle fredde notti russe, aveva contato che il generale Libeker, provenendo dalla Finlandia, gli avrebbe portato un decisivo aiuto, quando invece fu sconfitto e respinto su Viborg. Aveva poi dato per certo che la colonna del generale Lowenhaupt, con i suoi 7.000 carri di viveri e munizioni, si sarebbe riunito al suo esercito, mentre in realtà fu annientata da Pietro nei pressi di Propoisk: 8.000 svedesi rimasero sul campo e altri 700 vennero catturati insieme a 17 cannoni, al prezzo di soli 1.000 morti e 3000 feriti fra i russi. Solo pochi superstiti della colonna raggiunsero Carlo. Infine egli si era basato sulla alleanza con la comunità cosacca del Bug, di Byelgorod, di Baturin e del Don, a seguito delle promesse di Ivan Mazeppa. L'Ucraina in realtà, non insorse affato contro lo zar e fu anzi, Mazepa a doversi rifugiarsi nel campo del re a Horki, con al seguito soltanto 2.000 cosacchi di Baturin, mentre gli altri Cosacchi si rivelarono nemici di Carlo, impedendogli i rifornimenti ucraini ed isolando sempre più il re svedese. Il disegno di conquista di Carlo venne completamente distrutto con l'occupazione russa della città cosacca di Baturin, dove erano concentrati i più importanti depositi di viveri della regione: la primavera del 1709 trovò l'esercito svedese ancora a corto di rifornimenti in una sterminata regione ostile. La conquista della cittadina fortificata di Poltava, posta sul fiume Vorskla, affluente del Dniepr, dove i russi avevano accumulato una grande quantità di viveri e una scorta di munizioni, avrebbe permesso a Carlo di approvvigionare l'esercitò e marciare finalmente, alla conquista di Mosca. La guarnigione della piazzaforte però, con grande stupore del giovane re, gli tenne testa lasciano allo zar il tempo di accorrre. Il 20 giugno Pietro il Grande, attraversata la Vorskla a nord di Poltava, poteva porre il proprio campo fortificato a poche miglia dalla città assediata.

[modifica] Gli schieramenti

L'esercito russo contava 42.000 uomini inquadrati in 61 battaglioni di fanteria e 23 reggimenti di cavalleria, supportati da circa 100 cannoni, di cui 17 catturati agli svedesi. Durante i nove anni trascorsi dalla sconfitta di Narwa, i soldati zaristi avevano sviluppato un forte spirito nazionale e combattevano con energia straordinaria, da buoni ortodossi, contro l'"eretico" invasore protestante. Quindi la politica riformista dello zar era riuscita perfettamente nel suo intento: scatenare l'odio nazionale contro gli svedesi. Dei 44.000 soldati con i quali Carlo era partito per l'invasione della Russia, ne rimanevano soltanto 24.000, inclusi i 2.000 cosacchi di Mazeppa: la fame, le malattie e le marce avevano avuto ragione del resto dell'armata. A Poltava l'esercito svedese, ridotto ormai l'ombra delle balde schiere che erano partite, metteva in campo 24 battaglioni di fanteria, 41 squadroni di cavalleria e soltanto una decina di pezzi d'artigleria. Carlo XII, sempre irriducibile nei suoi difetti congeniti, perseverava nella smisurata fiducia in se stesso, spinta sino all'autoinganno e in un disprezzo esagerato verso il nemico, decisamente sottovalutato. Anzi, quanto più le probabilità erano a suo sfavore, come in quel momento, tanto più il sovrano svedese affrontava il rischio con entusiasmo ed esaltazione, non tenendo in alcun conto l'usura delle proprie truppe, né la superiorità dell'avversario. Carlo schierava l'esercito con la fanteria disposta su quattro colonne: le due di sinistra comandate dal fedmaresciallo Rehnskjold, che aveva il comando operativo, e dallo stesso Carlo; le due di destra erano comandate dal generale Roos; Lowenhaupt era a capo di una riserva centrale. Schierò parte dell'esercito davanti a Poltava e un piccolo contingente a difesa delle trincee lungo il Vorskla, e si apprestò ad attaccare i russi aiutato dal'oscurità, lasciò dunque al campo l'esiguo numero di cannoni e i cosacchi di Mazeppa. Lo zar aveva schierato dietro la linea dei fortini una considerevole forza di cavalleria e alcuni battaglioni di fanti. Tutte le altre truppe si schieravano dentro al campo fortificato.

[modifica] La battaglia

A causa della scarsa visibiltà e della disposizione delle ridotte costruite da Pietro, la battaglia si sviluppò subito in due azioni separate: l'ala sinistra svedese superò di slancio l'ostacolo delle fortificazioni russe e rigettò in disordine la cavalleria e la fanteria russa. Alla destra invece Roos si ostinò inspiegabilmente a conquistare uno ad uno le ridotte russe, anziché lasciarsele al più presto alle spalle riportando così perdite pesanti, ma il peggio fu che la sua ala rimase indietro rispetto a quella di Rehnskjold: 10.000 soldati russi al comando del generale Rensel, avanzando prontamente, accerchiarono e distrussero la destra svedese facendo prigioniero lo stesso comandante svedese. Nel frattempo il giovane re si era disposto con l'ala sinistra fra il campo trincerato russo e i fortini che si era lasciato indietro. Alla sua destra intravide i 10.000 uomini di Rensel, scambiandoli per le truppe di Roos, che invece, non sarebbe mai arrivato. Mandò quindi a chiamare l'artiglieria e i cosacchi di Mazeppa per l'attacco finale, convinto di aver colto di sorpresa ancora una volta il nemico. Quando però lo informarono del disastro di Roos, Carlo si rese contro del tragico errore e chiamò allora prontamente la riserva di Lowenhaupt. Questi però, inspiegabilmente, non si mosse. Dopo la battaglia questo esperto generale sostenne di aver ricevuto l'ordine esattamente contrario, ossia di tenere le posizioni, un mistero ancora insoluto.

La sosta del re svedese, anche se breve, diede il tempo a Pietro di approfittarne e di uscire dall'accampamento con 40.000 uomini che si schierarono velocemente tra gli svedesi ed il campo, protetti dal fuoco di quasi un centinaio di cannoni. Alle 9 del mattino Carlo incominciò ad avanzare schierando 4.000 fanti protetti ai fianchi dalla cavalleria, che muovevano in linea retta contro un nemico 10 volte superiore. I cannoni russi subito incominciarono a sparare a mitraglia contro l'esiguo esercito svedese, falciando metà della fanteria; ma i sopravissuti, soldati d'elite che riuscivano a vincere anche se in inferiorità numerica, sfondarono la prima linea russa, ma intervenne la seconda a rincalzo e la mischia si fece micidiale. Pietro fu colpito da ben tre pallottole, riuscendosi sempre a salvare, Carlo invece, venne colpito, insieme alla sua lettiga, da una palla di cannone e tramortito, riuscì a scappare grazie a un gruppo di ufficiali svedesi che gli salvarono la vita. Non altrettanto avvenne per i suoi gloriosi fanti e cavalieri: alcuni scomparvero, semplicemente inghiottiti dall'enorme massa dei Russi, altri fuggirono rimanendo facile preda della cavalleria russa insieme alle loro sciabole; pochi poterono ricongiungersi nel campo con i compagni rimasti di guardia a Poltava. Ritirandosi verso la Moldavia con 10.000 uomini e un migliaio di cosacchi di Mazeppa. Gli svedesi, in quella memorabile giornata, persero circa 9.000 uomini e 3.000 furono fatti prigionieri: tra questi ultimi c'era anche il fedmaresciallo Rehnskjold, quattro generali e cinque colonnelli. I russi, da parte loro, dichiarano di aver lasciato sul campo 3.000 uomini e 2.000 feriti.

[modifica] Epilogo

La gioia di Pietro fu così grande che non inseguì subito il nemico in ritirata, ma volle offrire un banchetto agli ufficiali nemici caduti nelle sue mani. Durante il pranzo rivolse un brindisi <ai nostri maestri nell'arte della guerra>. <Chi sono questi maestri?>, chiese Rehnskjold. <Voi, signori svedesi> rispose lo zar. <Ebbene sire,> concluse amaramente il feldmaresciallo, <voi oggi li avete ben ringraziati>.[senza fonte] Soltanto alle 17 Pietro inviò il principe Galitsin ad inseguire con la cavalleria gli sconfitti, ma Carlo aveva già tolto gli accampamenti e discendeva la Vorksla verso il Dniepr. Il giorno dopo attraversò il fiume e si avviò con una esigua scorta verso il Nistro e Bender, dove fu ben accolto dai Turchi, con l'aiuto dei quali sperava di poter riaccendere la guerra contro lo Zar. Il resto del suo esercito fu affidato a Lowenhaupt, che il 30 giugno si arrese con 12.000 uomini al generale russo Menshikov. Quando Pietro ricevette la notizia della capitolazione scrisse: <Ora, con l'aiuto di Dio, è stata posata l'ultima pietra della fondazione di San Pietroburgo>. Dopo Poltava, la Russia, con l'egemonia sul Baltico, l'assoggettamento della Ucraina e il confinamento della Polonia, si affacciava di nuovo, e questo volta definitivamente, in Europa. Poi cominciò la grande opera di provvedimenti e atti di Pietro il Grande, posti a conservare i domìni appena conquistati e uniformarsi all'Europa: queste riforme accelerarono il processo di rinnovamento russo, concentrato nel periodo successivo a Poltava. Dopo Poltava, Pietro avrebbe dovuto affrontare la ripresa della guerra con i Turchi, sobillati da Carlo. Sconfitto sul campo, fu costretto a restituire Azov, ma con sua grande sorpresa, niente di più gli fu richiesto. Questo fatto lascia pensare che se Carlo fosse risultato vincitore a Poltava, sarebbe rimasto isolato nella sua marcia su Mosca: il sultano si muoveva con grande cautela, i cosacchi erano divisi, e i rinforzi dalla Svezia troppo remoti. La guerra sarebbe dunque riesplosa, concludendosi, come poi accadde, per l'esaurimento demografico ed economico della Svezia.

[modifica] Note


[modifica] Bibliografia

  • John Ure, Cosacchi, Piemme, 1999, Casale Monferrato.
  • Livio Agostini e Pietro Pastoretto, Viviani Editore, 1999, Roma.
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