Battaglia della Montagna Bianca

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Coordinate: 50°04′59″N 14°19′55″E / 50.083056°N 14.331944°E50.083056; 14.331944

Battaglia della Montagna Bianca
Battaglia della Montagna Bianca
Battaglia della Montagna Bianca
Data 8 novembre 1620
Luogo Bílá Hora, vicino Praga
Esito Decisiva vittoria imperiale
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
ca. 21.000
(10.000 fanteria e 11.000 cavalleria)
ca. 27.000
(18.500 fanteria e 6.500 cavalleria)
Perdite
ca. 5.000 ca. 2.000
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La battaglia della Montagna Bianca fu combattuta l'8 novembre 1620 e rappresentò uno scontro decisivo nel contesto della fase boema della Guerra dei Trent'anni. Essa si svolse su una collina (Bílá Hora, ormai compresa nel tessuto urbano della capitale ceca) vicino a Praga, tra le forze cattoliche dell'Imperatore Ferdinando II e della lega cattolica e le truppe boeme di Federico V del Palatinato. Fu la prima importante sconfitta protestante nella guerra e mise fine per secoli alla lotta per l'indipendenza della Boemia[senza fonte], intrecciata attorno a quella per la libertà di culto protestante[1].

Eventi che condussero alla battaglia[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la defenestrazione di Praga gli insorti ottennero alcuni limitati successi, ed elessero a Re di Boemia l'elettore del Palatinato Federico V. Un tentativo di assedio di Vienna da parte dei Boemi venne tuttavia sventato con la battaglia di Záblatí, che costrinse il comandante dei ribelli, il conte Thurn, a levare l'assedio. Dopo questo episodio le sorti del conflitto volsero a totale sfavore degli insorti, che vennero attaccati da più direzioni: le forze imperiali e le forze della Lega Cattolica sotto il comando del conte di Tilly avanzavano rispettivamente nella Bassa e Alta Austria, mentre da nord Giovanni Giorgio I di Sassonia invadeva la Lusazia. Le forze della Lega e dell'Imperatore si riunirono in Boemia, e si prepararono ad affrontare le truppe boeme al comando di Cristiano di Anhalt.

Svolgimento della battaglia[modifica | modifica wikitesto]

Schema della battaglia.
Rievocazione storica della battaglia.

I Paesi Bassi fornirono ai cechi appoggio sotto forma di un reggimento di fanteria e del comandante di talento Ernst von Mansfeld. Tuttavia, a questo non seguì nessun ulteriore aiuto da parte dei protestanti, motivo per cui i cechi si trovarono ad operare isolatamente. Cristiano di Anhalt, al comando di circa 21.000 uomini (tra i quali 10.000 ungheresi inviati da Bethlen Gabor e 8.000 portati dallo stesso principe d'Analth), si era attestato su una solida posizione difensiva sulle pendici di una collina (la cosiddetta Montagna Bianca, Bílá Hora in ceco, Weißer Berg in tedesco) che bloccava la strada per Praga e non poteva sperare nell'invio di altri rinforzi al di là di quelli di cui poteva disporre tra i boemi. Le sue forze erano protette sul fianco destro da una dimora di caccia (chiamata Villa Stella)[senza fonte]. Le truppe cattoliche, formate dal congiungimento delle truppe imperiali del conte di Buquoy e dell'esercito della lega (composto prevalentemente da forze mercenarie) comandato dal nobile vallone Tilly, erano tuttavia numericamente superiori (circa 29.000 uomini), oltre che meglio armate e addestrate. Un ulteriore colpo alle forze ceche venne dal tradimento di von Mansfeld, che corrotto dagli Asburgo si rifiutò di assumere il comando.

Mentre i boemi cominciarono a trincerarsi sull'altura, l'esercito cattolico si spinse in avanti ad assalire le formazioni di questi ultimi. All'inizio la cavalleria del principe Cristiano di Anhalt riuscì a contrastare la prima offensiva nemica. L'apparente temporaneo equilibrio tra i due eserciti fu sconvolto dal nuovo attacco dei cattolici, tra i quali bavaresi e valloni, che riuscirono a mettere in fuga gli ungheresi. Lo scontro si risolse definitivamente a favore delle forze cattoliche quando anche la fanteria boema cedette all'avanzata dell'esercito nemico, consentendo l'ingaggio anche dei reparti imperiali. L'intera artiglieria dell'esercito di Federico V, consistente in 10 cannoni, cadde nelle mani del nemico.

L'esercito di Tilly si avventò sui protestanti al grido di Santa Maria![2]. Con le forze protestanti che andavano costantemente diminuendo, a causa delle ritirate dei reparti e delle perdite, Tilly e i suoi uomini spinsero costantemente le forze ribelli indietro verso Villa Stella, dove questi avevano cercato di stabilire una difesa finale, ma senza riuscirci[senza fonte]. La battaglia, che nella sostanza degli scontri uomo contro uomo durò solo un'ora, lasciò l'esercito boemo devastato. L'esercito protestante entro la fine della battaglia si dissolse e circa 4.000 dei suoi uomini caddero nel corso della fuga o del combattimento. Le perdite cattoliche ammontarono a qualche centinaio di uomini.

Conseguenze[modifica | modifica wikitesto]

Le truppe cattoliche avevano conseguito una vittoria decisiva a prezzo di pochissime perdite. Tilly entrò a Praga e la rivolta dei protestanti boemi fu sedata, con l'uccisione di 27 nobili che l'avevano supportata. Federico V, Re d'inverno, quando la battaglia si stava ancora combattendo si trovava nel suo palazzo ed era intento a pranzare.[3] Solo dopo aver appreso, drammaticamente, della sconfitta e quando gli furono concesse 8 ore (diversamente dalle 24 che aveva richiesto) di tempo per lasciare Praga[senza fonte], si affrettò a fuggire nottetempo assieme a sua moglie Elisabetta e a diversi capi dell'esercito. Raggiunse i Paesi Bassi, avendo soggiornato prima a Breslavia in Slesia e dopo presso l'elettore del Brandeburgo. Praga non apparve del tutto sconfitta quando Federico lasciò la sua capitale. La popolazione infatti non si era ancora battuta contro gli invasori e c'era la possibilità che il nemico potesse subire le conseguenza di un inverno rigido e della diffusione delle malattie. Belthen Gabor, il quale aveva sostenuto militarmente Federico, avrebbe potuto fare il proprio ingresso in Ungheria rompendo la tregua con l'imperatore e c'erano i presupposti perché i boemi potessero riprendersi dalla sconfitta e ricostruire l'esercito. Fu il timore di Federico di venire consegnato nelle mani del nemico da parte degli stessi boemi, affinché potessero comprare la loro salvezza, a spingerlo ad abbandonare, pusillanimemente, il proprio regno.[3]

Tumulo nel luogo dove si svolse la battaglia con un memoriale eretto nel 1920.

La Boemia venne annessa ai domini ereditari asburgici e conobbe un periodo di dura repressione, nel tentativo attuato dall'Imperatore di ripristinare il cattolicesimo e di germanizzare l'area, provocando la fuga di quasi 36.000 famiglie[senza fonte]. Ferdinando II cancellò vecchi privilegi e antichi accordi, restituì i poteri ai ceti senza che la sua autorità venisse indebolita. Nel 1627 la legge costituzionale sull'ordinamento del paese (Obnovené zrízení zemské) pose le basi per un regime protoassolutistico e impose l'ereditarietà della corona boema. La riforma dell'ordinamento regionale della boemia rientrava nel progetto di Ferdinando di superare la formazione di stato territoriale fissato sulla sovranità dei principi imperiali del proprio impero.

La fase boema del conflitto appariva apparentemente risolta, ma pur con una schiacciante, quandanche temporanea, vittoria cattolica, la guerra si sarebbe progressivamente allargata nei decenni successivi e avrebbe ancora una volta sfidato gli interessi dell'impero, fino a trasformarsi in una contesa per la conquista dell'egemonia europea da parte delle più grandi potenze continentali.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Witold Biernacki, Biała Góra 1620, FINNA, Gdansk 2006 pag.343
  2. ^ Giorgio Spini, Storia dell'Età Moderna, vol. 2, Torino, Giulio Einaudi Editore (Piccola Biblioteca Einaudi), 1965, V edizione, pag. 546
  3. ^ a b Friedrich Schiller, Storia della Guerra dei Trent'anni, Unione Tipografico-editrice, Torino 1867, pag. 90

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Georg Schmidt, La Guerra dei Trent'anni, il Mulino, Bologna 2008.
  • Friedrich Schiller, Storia della Guerra dei Trent'anni, Unione Tipografico-editrice, Torino 1867.

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