Wikipedia:Oracolo

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L'oracolo

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Contatore visualizzazioni per pagina di wikipedia[modifica wikitesto]

Buongiorno. Ricordo che fino a tempo fa se mi collegavo a http://stats.grok.se/ (raggiungibile scrivendo WP:statistiche) potevo vedere tutte le visualizzazioni giornaliere di una determinata pagina di Wikipedia. Ad un certo punto il sito non è stato aggiornato, oggi vedo che non va proprio più. Allora sulla stessa pagina di aiuto, ma un po più in alto (Aiuto:Strumenti#Contatori di visite ci sono due siti: uno è quello che ho appena detto, l'altro è Pageviews Analysis (http://tools.wmflabs.org/pageviews/#project=it.wikipedia.org&pages=Pagina_principale). Solo che entrando lì, mi esce la griglia ma scrivendo il nome della pagina (io ho scritto "Italia" come prova) non mi fa vedere gli accessi, e la linea che dovrebbe farlo nella griglia cartesiana resta sullo 0. Non so se è dovuto al mio browser, ma qualcuno mi potrebbe dire se esiste un altro sito dove poso vedere le visualizzazioni di una pagina di Wikipedia, oppure spiegare come si usa Pageviews Analysis (che tra l'altro è della wikimedia foundation)? Grazie--79.21.47.251 (msg) 13:37, 1 ott 2017 (CEST)

Ciao, clicca qui e vedi se visualizzi tutto correttamente. Il contatore delle visualizzazioni è accessibile dalla cronologia di ogni pagina. Ad esempio, da Italia clicca sulla linguetta Cronologia in alto a destra e lì trovi il link "Numero di visite".--Sakretsu (炸裂) 13:43, 1 ott 2017 (CEST)
Grazie per avermi risposto. No, non vedo correttamente, la linea azzurra del grafico resta sempre sullo 0. Potrebbe essere il browser che uso (iexplorer)?--79.21.47.251 (msg) 13:46, 1 ott 2017 (CEST)
Aggiungo: ho provato a farlo con Firefox, e adesso lo vedo bene. Allora non funziona con internet Explorer 11--79.21.47.251 (msg) 13:48, 1 ott 2017 (CEST)
Ho appena provato con IE11 e mi funziona. Nel migliore dei casi forse è il tuo browser che ti sta chiedendo qualche autorizzazione. Comunque se ti va con Firefox siamo già a posto, direi :-) --Sakretsu (炸裂) 14:43, 1 ott 2017 (CEST)

La Società Rinascita editoriale srl[modifica wikitesto]

attualmente esiste ancora La Società Rinascita editoriale srl, se si di chi è?


--5.170.120.235 (msg) 16:58, 1 ott 2017 (CEST)

No, non esiste più--79.21.47.251 (msg) 19:30, 1 ott 2017 (CEST)

Sul concetto di insieme universo[modifica wikitesto]

Caro oracolo, non ho compreso un concetto molto facile e spero in un tuo aiuto grazie ai tuoi frequentatori. L'insieme universo è l'insieme di tutti gli insiemi e di tutti gli oggetti. Ma non ho capito: l'insieme universo contiene solo oggetti omogenei tra loro es: numeri e un altro universo, che so,cavalli? Oppure l'universo è unico per tutti gli oggetti esistenti e non. Ha quindi in sé elementi eterogeneei: numeri, cavalli, automobili... grazie --5.90.69.219 (msg) 19:54, 1 ott 2017 (CEST)

Se leggi la voce insieme universo scopri che dovrebbe essere proprio l'insieme che contiene qualunque cosa. Cavalli, punti di una retta, congregazioni religiose, granelli di sabbia, galassie, tutti i sottoinsiemi di qualunque insieme (inclusi i suoi), ecc. E però... non esiste. --93.36.167.230 (msg) 21:58, 1 ott 2017 (CEST)
E' una domanda che mi portavo dietro fin dal liceo ma considerandola stupida non ho mai chisto a nessuno. Ammetto di aver snobbato la voce perché ovunque guardassi (libri) non se ne accennava mai. Certe volte mi perdo in un bicchier d'acqua. Grazie mille IP. --5.90.69.219 (msg) 15:35, 2 ott 2017 (CEST)
Credo che il dubbio possa originare dal fatto che in teoria degli insiemi si è soliti chiamare "universo" o "insieme universo" anche una versione ben più limitata di quello, unico e letteralmente omni-comprensivo, descritto da quella voce, ovvero un qualsiasi (normalissimo) insieme che includa tutti gli elementi "di interesse" (tipicamente omogenei) per uno specifico problema.
Se ne trova menzione, ad esempio, nella voce Insieme complemento, dove il "complemento assoluto" di un insieme è definito a partire dall'esistenza di un insieme universo (ad esempio quello formato da tutti i numeri naturali) scelto apposta per essere utile in quel contesto: dire che l'insieme complemento dei numeri pari include le zebre, per quanto tecnicamente corretto, lascia un po' il tempo che trova. XD XD
Il fatto che la trattazione in Insieme complemento includa poi un wikilink a Insieme universo che, in piena contraddizione con quanto appena letto, afferma invece che di insieme universo ne può esistere uno e solo uno complica considerevolmente le cose per l'ignaro lettore. :-/ La wiki inglese distingue esplicitamente tra la definizione omni-comprensiva di en:Universal set e il concetto più pragmatico e "malleabile" di en:Universe (mathematics), definito di volta in volta come più utile al contesto in cui viene usato (e infatti en:Complement (set theory) rimanda a questo secondo lemma, non al primo). -- Rojelio (dimmi tutto) 19:12, 2 ott 2017 (CEST)
Ci sono diversi siti che considerano sinonimi i termini "insieme universo" e "insieme ambiente" (e quindi usano concetti come "scegliere" un insieme universo): sbagliano? --87.13.115.68 (msg) 21:08, 2 ott 2017 (CEST)
In un primo momento, avevo risposto alla domanda chiedendo (vedi crono) di specificare in quale contesto chi ha posto la domanda avesse incontrato quel termine, poi ho pensato di rimandare alla voce di WP. Il mio dubbio, in effetti, derivava dal fatto che nel contesto non della teoria assiomatica degli insiemi, ma nel calcolo delle probabilità e nella statistica alcuni usano quel termine per indicare questo. Penso che le apparenti contraddizioni fra testi (e siti, e - ahimé - voci di WP) diversi nascano da lì. --93.36.167.230 (msg) 21:43, 2 ott 2017 (CEST)

Ruffini - regola[modifica wikitesto]

Forse qui qualcuno sa spiegarmi meglii e lo ringrazio già in anticipo. Nella regola di Ruffini si esodisce sempre con "dato un polinomio P(x) scomponibile". Da questo capisco che Ruffini non vale sempre, ma nessuno mi ha mai ben chiarito cosa voglia dire "scomponibile". --174.138.22.82 (msg) 00:12, 3 ott 2017 (CEST)

Scomporre un polinomio P(x) significa trovare due o più polinomi di grado inferiore il cui prodotto è pari a P(x). È l'analogo (non a caso si usa lo stesso termine) della scomposizione in fattori per i numeri naturali: dato N cerco due o più naturali a lui minori il cui prodotto sia proprio N.
Un polinomio "non scomponibile" (anche detto polinomio irriducibile) è l'equivalente di un numero primo: non ha divisori (a parte quelli banali: 1 e sé stesso), e quindi non può essere rappresentato come prodotto di polinomi di grado inferiore.
La regola di Ruffini non è altro che un metodo pratico per i calcolo della divisione tra polinomi nel caso particolare in cui il divisore, anziché essere di grado qualsiasi, è un binomio di primo grado (x-k). Al termine del procedimento ti ritrovi con i coefficienti del polinomio quoziente Q(x) e un resto R (un numero), e puoi quindi scrivere che P(x)=Q(x)(x-k)+R; il resto R, in generale, sarà quel che sarà... ma se viene zero hai appena scoperto che x-k è un divisore esatto di P(x), e quella che abbiamo ottenuto è quindi una scomposizione del polinomio originale: P(x)=Q(x)(x-k).
Non è affato vero che la regola di Ruffini "non vale" se P(x) non è scomponibile (infatti questo la nostra voce non lo dice). La frase che hai letto molto probabilmente dice un'altra cosa: se il tuo scopo è scomporre P(x) in fattori, il primo passo è trovare i divisori; Ruffini viene chiamato in causa solo in seguito per "svolgere la divisione" con tali divisori; se P(x) è irriducibile e divisori non ce ne sono, Ruffini non lo usi... non perché non funzioni, ma solo perché non hai divisioni sensate da svolgere (qualsiasi tu possa provare, sai già che darebbe resto non nullo). -- Rojelio (dimmi tutto) 08:11, 3 ott 2017 (CEST)
Leggendovi e riguardandolo a distanza di tempo è sorto un dubbio anche a me: ma se il temine noto è nullo, dato che le radici per (x-r), che è un fattore della mia fattorizazione (scusate il gioco di parole), si trovano come divisori tra termine noto e coefficiente direttivo rapportati, come si applica Ruffini in questo caso non potendo calcolare col rapporto solito la radice del polinomio? --5.90.93.120 (msg) 15:18, 3 ott 2017 (CEST)
Se non c'è termine noto, una prima fattorizzazione banale è raccogliere a fattor comune la più piccola delle potenze della variabile presenti nel polinomio. Quel che resta è un polinomio con termine noto, potenzialmente ulteriormente scomponibile.
A margine: Ruffini, in tutto questo, non c'entra nulla: stiamo parlando del teorema delle radici razionali, usato per restringere il campo di ricerca delle possibili radici del polinomio. Ruffini è quello che usi dopo aver trovato tali radici, per calcolare il risultato della divisione per (x-ri): per quanto sia un'operazione stupidamente complessa, nulla vieta di prendere il polinomio senza termine noto, constatare facilmente che 0 è una radice, e applicare Ruffini per dividere il polinomio per (x-0)... e per stranissima combinazione vengono fuori gli stessi identici coefficienti di prima, applicati alle potenze ridotte di uno, un modo convoluto per dire che "ho raccolto x a fattor comune". :-D
Il teorema delle radici razionali, peraltro, prevede esplicitamente come condizione per poter essere applicato che il termine noto sia diverso da zero, il che giustifica il dubbio originale: non sai come applicarlo in quel caso perché non si può, devi prima raccogliere. -- Rojelio (dimmi tutto) 23:13, 3 ott 2017 (CEST)
Già già, many thanks :) --2.43.251.74 (msg) 12:08, 7 ott 2017 (CEST)

Shohei Baba[modifica wikitesto]

Il paragrafo "La vita" ha bisogno di maggiori informazioni, che si possono trovare su questo sito giapponese. C'è qualche utente che conosce il giapponese? --79.21.233.252 15:08, 4 ott 2017 (CEST)

Nessuno interessato? --79.16.232.22 10:40, 7 ott 2017 (CEST)
Prova a spostare la tua richiesta qui.--Gybo 95 (msg) 11:05, 7 ott 2017 (CEST)

Due affermazioni opposte ma valide?[modifica wikitesto]

Come si chiama in logica o filosofia (se questo fenomeno ha un nome) quella condizione in cui due affermazioni diametralmente opposte hanno uguale ragione? Ad esempio, frase A "le persone le comprendi meglio con un rapporto distaccato in quanto sei più lucido" (APPROCCIO RAZIONALE) e frase B "le persone le comprendi meglio con un rapporto empatico in quanto sei più coinvolto" (APPROCCIO EMOTIVO). Grazie mille ☺ Questo commento senza la firma utente è stato inserito da Freebird73 (discussioni · contributi) 17:15, 4 ott 2017.

Contraddizione. :-) -- Rojelio (dimmi tutto) 18:20, 4 ott 2017 (CEST)
Più seriamente, dubito che due affermazioni "inconciliabili" (o "mutuamente esclusive") possano mai essere considerate parimenti vere "così come sono" da alcuna logica (non sono però ferrato abbastanza in filosofia per esprimermi con ragionevole certezza in quell'ambito). L'unico modo per considerarle valide contemporaneamente è "rilassarne" in qualche forma e grado l'universalità, rendendole quindi non mutuamente esclusive.
In ambito di logica matematica può prendere la forma di una logica fuzzy, che ammette che due proposizioni mutuamente esclusive possano sì essere contemporaneamente vere, ma solo parzialmente (la somma dei loro valori di verità non può essere maggiore di 1).
In ambito più "umano", invece, uno può opporre alla pretesa universalità di quelle affermazioni un sonoro «beh, dipende». Ad esempio:
  • Accettare che persone diverse trovino maggior successo usando un diverso approccio, più adatto a ciascuno di loro (l'approccio X non è migliore "per chiunque").
  • Accettare che situazioni diverse richiedano un diverso approccio caso per caso (l'approccio X non è migliore "sempre").
  • Accettare che non esiste una scala di efficacia assoluta, e che nessun approccio è mai in alcun caso "oggettivamente migliore" dell'altro (l'approccio X non è migliore "inequivocabilmente").
Portato all'estremo, il rifiuto radicale dell'esistenza di qualsiasi assoluto universalmente vero dovrebbe corrispondere al relativismo. Rimane il fatto che una posizione relativista, per quanto mi è dato di capire, non direbbe che le affermazioni A e B hanno eguale validità, ma che va innanzitutto rifiutata la loro pretesa di fornire una verità universale valida sempre e per chiunque.
Fun fact: il mio prof di filosofia del liceo suggeriva, come becero trucco per prendere tempo quando messi in difficoltà da una domanda del tipo "è vero A o B?", di iniziare sempre con dipende: «nella vita gli assoluti sono rari, dipende quasi sempre da qualcosa». A un mio compagno di classe, che tentò tale approccio durante un'interrogazione, fu fatto però presente che "la matematica non è un'opinione": non tutte le materie nascono uguali. XD -- Rojelio (dimmi tutto) 20:06, 4 ott 2017 (CEST)

Radicale del numero complesso[modifica wikitesto]

Non riesco a conciliare l'intuitività con quanto ho appreso oggi a lezione, spero, carissimo oracolo, in un tuo aiuto.
Volevo farvi leggere la parte che mi blocca: http://imageshack.com/a/img924/2333/ouy7Px.jpg In particolare dove dice nθ = ϕ + 2kπ e fin qua ci può stare: per la periodicità n-volte un teta mi darà un phi + 2kπ, però quando vado ad isolare θ (al di la dei passaggi matematici che sono ovvi) mi ritrovo proprio una relazione del tipo θ=(ϕ/n)+(2kπ/n) e quando k sarà pari a "n" il secondo termine della somma si elide tornando al caso (ϕ/n) e questo -guardacaso- fa proprio capire che la radice n-esima di un complesso ha n soluzioni. Al di là del passaggio puramente algebrico di porto di qua e di la e divido mi stupisce il fatto che torni questa formula. Da una "+periodicità" arrivo ad avere che k in quanto rapportato ad n mi daràdelle radici, nella mia testa torna solo algebricamente, ma non riesco a vedere intuitivamente tutto questo perché abbia le gambe e cammini.

Dedico a te, oracolo, la mia preghiera per liberarmi da questo dubbio:
Oracolo nostro, che sei su wiki,
sia digitato il tuo url,
venga il tuo sapere,
sia fatta la tua volontà, come on-line così in real life.
Dacci oggi il nostro sapere quotidiano,
e rimetti a noi i nostri dubbi
come noi li rimettiamo ai nostri "dubitatori",
e non ci indurre in tentennamento
ma liberaci dal dubbio.
Amen.

--5.90.93.120 (msg) 19:09, 5 ott 2017 (CEST)

Due piccole premesse:
  1. quando non riesci a "conciliare l'intuitività" con una cosa spiegata a lezione (tradotto: hai la sensazione di non averla capita), dovresti parlare di questo con chi l'ha spiegata: non solo in questo modo puoi chiarire i tuoi dubbi, ma soprattutto permetti a lui/lei di rendersi conto dell'efficacia o meno della spiegazione (a insegnare si impara dagli studenti, diciamo);
  2. sinceramente, non sono sicuro di capire che cosa non hai capito. E questa è una situazione tipica nell'apprendimento della matematica. In casi come questo, una possibile strategia è presentarti la stessa cosa da un punto di vista diverso: a volte non serve a nulla, altre volte scatta la scintilla. Quindi ci provo.
La coordinata θ, nel piano complesso, è un angolo, giusto? Ora, quando rappresenti un angolo con un numero, stai mettendo le possibili aperture dell'angolo (che corrispondono ai punti di un cerchio) in corrispondenza con i punti di una retta (numeri reali). Questa corrispondenza non è biunivoca: a ogni angolo corrispondono infiniti valori reali, ognuno distante 2π dal successivo. Tu, dunque, immagina che a ogni angolo corrisponde un reticolo di punti equidistanti sulla retta. Ai fini pratici, per indicare il valore di un angolo è sufficiente, fra tutti questi punti, prendere quello che si trova nell'intervallo [0,2π). Quando però fai un'operazione sugli angoli - ad esempio, dividi un angolo in n angoli uguali - nella rappresentazione numerica devi pensare di dividere per n non solo il valore che si trova nell'intervallo [0,2π), ma tutti i valori del reticolo corrispondente all'angolo di partenza, e poi considerare, fra i punti ottenuti in questo modo, quelli che cadono nell'intervallo [0,2π): in questo modo trovi quanti angoli distinti (= reticoli di passo 2π) si sono generati come risultato della tua operazione. Nel caso "divisione per n" trovi facilmente che ce ne sono proprio n. Pensandola così, ti torna? --93.36.167.230 (msg) 09:21, 6 ott 2017 (CEST)
Ora sì che mi è chiaro. Grazie mille, non ci sarei mai arrivato da solo!
Mi resta solo ostico il passaggio del perché imponga nθ = ϕ + 2kπ; in realtà anche quando faccio un'elevazione allora dovrebbe essere θ' = ϕ'n + 2nkπ. E invece in quel caso si tiene ϕ' fissato in un range e si mette solo ϕ'n. Mi sembra si usi il 2kπ in modo ambivalente.
--2.43.251.74 (msg) 12:03, 7 ott 2017 (CEST)

canguro[modifica wikitesto]

Cosa succede al canguro se un uomo provasse a infilarsi nel suo marsupio? --5.169.149.58 (msg) 13:29, 6 ott 2017 (CEST)

Il marsupio di un canguro può arrivare a contenere un cucciolo relativamente grande (vedi), ma non un uomo adulto. Non credo, comunque, che un canguro abbia intenzione di contenere alcunché dentro quel marsupio oltre ai suoi cuccioli; se un uomo tentasse con la forza di entrarci, probabilmente il canguro gli farebbe volare via la testa con un calcio. --Syrio posso aiutare? 13:33, 6 ott 2017 (CEST)

Tavola periodica[modifica wikitesto]

Buongiorno. Ma la tavola periodica si chiama così perché contiene lo ione IO4- ? --87.8.37.190 (msg) 16:08, 6 ott 2017 (CEST)

Ma no! Si chiama così perché esce in edicola una volta alla settimana. --130.192.208.2 (msg) 19:24, 6 ott 2017 (CEST)

Che genere letterario è?[modifica wikitesto]

Un libro formato da interviste inventate a quale genere letterario potrebbe appartenere? Il libro in questione è "Dio la benedica, dottor Kevorkian" del grande Kurt Vonnegut.


--Menelik (msg) 00:17, 7 ott 2017 (CEST)

Non sono un esperto di letteratura, ma credo si possa collocare nel genere fantastico (che non è la stessa cosa del fantasy). Di questo parere è anche la ISFDB. Guardando la trama direi che è pure un saggio (dal momento che vengono esposti punti di vista diversi sulla vita e la morte) con toni fantascientifici, genere che si colloca bene nel fantastico. In conclusione, si direi che è un saggio fantastico.--79.50.157.165 (msg) 19:56, 7 ott 2017 (CEST)

Caffe + un'altra domanda[modifica wikitesto]

Erudito Oracolo, avrei 2 domande:

1-I fondi di caffè per le piante, oltre ad essere un buon concime, ho letto tenga lontani gli insetti. Come fa a tenerli lontani, che sostanza contiene?

2-Perchè ultimamente su questo servizio ci sono così tante (troppe) domande di matematica? Che palle monotonia (e non parlo della crescenza di una funzione)!

--79.40.137.218 (msg) 11:00, 7 ott 2017 (CEST)

Mi sento chiamato in causa dato che ne ho poste un paio, prometto che non ne farò altre, scusate. XD.
Non ti so comunque rispondere, nel mio caso perché è iniziato il corso. Forse è il periodo, ma non so se sia generalizzabile per tutti i postanti e se sia a questo correlato. --2.43.251.74 (msg) 12:18, 7 ott 2017 (CEST)
Effetti su un povero ragno innocente vittima della nefasta curiosità umana e della caffeina
Credo che la caffeina sia usata dalla pianta come repellente ovverosia che la produca per nostra fortuna apposta per respingere i parassiti.--Pierpao.lo (listening) 12:05, 8 ott 2017 (CEST)
In effetti, basterebbe consultare una nota enciclopedia. A differenza delle spiegazioni di matematica, che è più difficile trovare in rete... --5.90.52.114 (msg) 12:30, 8 ott 2017 (CEST)
Volevo far notare che il mio IP solito è 5.90.x.x, attualmente era 2.43.x.x. Questo per dire che l'IP 5.90.52.114 qui sopra non sono io XD. Non vorrei si ingenerasse confusione. --2.43.5.179 (msg)~

Antichi romani famosi con nomen o cognomen[modifica wikitesto]

Anche se sono ingegnere... basta matematica! Passiamo al latino: un anno fa ho posto una domanda in Discussione:Onomastica romana, ma nessuno ha risposto, quindi la rifaccio qui. Ho letto la voce, ma non sono riuscito a capire una cosa: come mai alcuni antichi romani sono oggi famosi semplicemente con il loro cognomen (ad es Marco Tullio Cicerone è detto Cicerone, Caio Giulio Cesare è detto Cesare, Marco Giunio Bruto è detto Bruto) e altri con il nomen (ad es Tito Lucrezio Caro è detto Lucrezio e non Caro, Publio Virgilio Marone è detto Virgilio e non Marone, Gaio Cassio Longino è detto Cassio e non Longino) ? --82.52.57.19 (msg) 13:19, 8 ott 2017 (CEST)

Convenzionalmente, nello studio della letteratura latina ci si riferisce allo scrittore col suo nomen: Virgilio, Lucrezio, Orazio, Ovidio, Petronio, Sallustio, a meno che questo fosse talmente diffuso, che diventa usuale utilizzare il cognomen (per esempio Catullo, che di nomen faceva Valerio). Ma è solo una convenzione moderna... in questa iscrizione per esempio leggi "Caro", non "Lucrezio"... Viceversa, per i personaggi storici di origine patrizia si usa di solito il nomen+cognomen oppure solo il cognomen: Cesare, Cicerone, Crasso, Lepido. Se erano di origine plebea, come Marco Antonio, il cognomen non c'è e il problema non si pone. Cassio è in effetti un'eccezione che non mi so spiegare, perché è noto col nomen pur essendo patrizio. --Nungalpiriggal (msg) 19:46, 11 ott 2017 (CEST)
Grazie per la risposta! Non a caso avevo messo Cassio nella lista, perché avevo notato che gli altri "famosi col nomen" che mi venivano in mente erano scrittori... Quindi su Cassio mi resterà il dubbio... Ciao, --95.250.171.108 (msg) 21:07, 13 ott 2017 (CEST)

Esempi di funzioni continue "controintuitive"[modifica wikitesto]

Mi scuso con chi è stufo di vedere l'ennesima domanda di matematica, ma dopo aver letto l'incipit di funzioni continue mi chiedo quali possano essere... –Syd (msg) 21:52, 9 ott 2017 (CEST)

Tralasciando il fatto che quell'incipit fa ribrezzo, un esempio di funzione continua che però, a guardarla in faccia, non lo diresti potrebbe essere la funzione di Cantor. -- Rojelio (dimmi tutto) 22:05, 9 ott 2017 (CEST)
Forse Per esempio, la funzione identità è continua se lo spazio di arrivo ha la stessa topologia dello spazio di partenza, oppure se ne ha una meno fine, ovvero con meno aperti. Se invece lo spazio di arrivo ha una topologia più fine, con più aperti, la funzione identità non risulta continua. X-Dark (msg) 22:10, 9 ott 2017 (CEST)
È vero, l'incipit della voce funzione continua non va. Somiglia a quello della voce di Wikipedia in inglese, ma in quella si legge "sufficiently small changes in the input result in arbitrarily small changes in the output", mentre nella nostra è scritto "fa corrispondere ad elementi arbitrariamente vicini del dominio elementi arbitrariamente vicini del codominio" (il primo dei due "arbitrariamente" è sbagliato). Sarebbe corretto scrivere che una funzione è continua se "ogni valore della funzione (output) subisce variazioni arbitrariamente piccole quando si varia in misura sufficientemente piccola il punto del dominio (input)"; anche così, però, la definzione è restrittiva (presuppone una nozione di "distanza"). Se ne dovrebbe discutere al Progetto:Matematica.
Quanto alla ricerca di esempi "controintuitivi", se si vogliono esempi di funzioni reali a valori reali c'è l'esempio che ha indicato Rojelio; X-Dark suggerisce di considerare il fatto che la definizione di continuità dipende dalla topologia del dominio e del codominio, e propone quello che però è piuttosto un esempio controintuitivo di funzione non continua: la funzione identità può non essere continua se a dominio e codominio sono state assegnate due topologie diverse (per inciso, anche quella frase della nostra voce è scritta un po' male: nella funzione identità, dominio e codominio sono necessariamente lo stesso insieme. il punto è che ad uno stesso insieme si possono assegnare topologie diverse). Se si vuole trovare "per via topologica" un caso controintuitivo di funzione continua, basta pensare che se si assegna a un insieme la topologia discreta (in cui qualunque sottoinsieme, per definizione, è aperto), allora ogni funzione (con qualunque codominio) è continua. --93.36.167.230 (msg) 08:31, 10 ott 2017 (CEST)
Quella definizione è immonda se non vogliamo usare i limiti almeno scriviamo che preso un qualsiasi valore di f per esempio f(x0) e un numero reale qualsiasi r>0 esisteranno sempre due punti x1 e x2 tali che f(x1)-f(x0)<r e f(x0)-f(x2)<r. è corretto Rojelio?--Pierpao.lo (listening) 22:16, 13 ott 2017 (CEST)
[@ Pierpao] No, funziona solo se richiedi che la funzione di tutti i punti compresi tra x1 e x2 abbia valore entro r da f(x0), non solo i due estremi... ovvero stai formulando la definizione epsilon-delta. -- Rojelio (dimmi tutto) 22:50, 13 ott 2017 (CEST)
Esempio: funzione f(0)=0 e f(x)=1/x altrove. Per ogni r posso sempre trovare x1<-1/r e x2>1/r in cui la funzione dista meno di r da 0, ma non significa che sia continua nell'origine. -- Rojelio (dimmi tutto) 22:56, 13 ott 2017 (CEST)

Americanata oppure scienza?[modifica wikitesto]

Scena del film: il protagonista si trova in un carrello della spesa in mezzo alla strada con un mitra in mano. Stanno giungendo uomini in motorino con l'intento di fargli la pelle. Allora il protagonista punta il mitra verso l'asfalto tenendo una certa angolazione e comincia a sparare, rendendo il mitra una sorta di propulsore, con la conseguenza che il carrello comincia a muoversi ad alta velocità. Al di la di tutti i comprensibili commenti a sta pagliacciata, sarebbe fisicamente possibile utilizzare in quel modo un mitra come propulsore per un carrello (o qualunque altro mezzo non a motore con ruote relativamente leggero)? --5.168.155.15 (msg) 13:22, 10 ott 2017 (CEST)

Non ho molta familiarità con i mitra, però direi di : si tratta di sparare nella direzione da cui ci si vuole allontanare (che tra l'altro è in genere proprio quella da cui stanno arrivando i nemici...). Se poi si riesca in questo modo ad andare più veloci di un motorino o no, non saprei dirlo: dipende da diversi fattori. Un'americanata direi che lo è in tutti i casi: gli USA mi sembrano l'unico paese al mondo in cui mitra e carrelli della spesa sono entrambi così numerosi da rendere immaginabile una situazione del genere. --130.192.193.197 (msg) 13:47, 10 ott 2017 (CEST)
Sfruttando l'esistenza di persone ben più pazze di noi che si sono già poste un problema analogo, trovo che un AK47 ha proiettili di circa 8g e velocità di uscita di circa 715 m/s, ovvero un impulso dalle parti dei 5,72 N/s. Per conservazione della quantità di moto e con un paio di assunzioni molto generose:
  • somma di persona+carrello+arma di 100 kg per fare conto tondo;
  • direzione dello sparo perfettamente orizzontale per massimizzare la propulsione;
  • assenza di attrito con il terreno o con l'aria;
viene fuori che il carrello guadagna una velocità nei dintorni di ben 5,72 centimetri al secondo per ogni colpo sparato, ovvero (nell'ipotesi di un caricatore di una trentina di colpi) nei dintorni di 1,5 metri al secondo per ogni caricatore svuotato. Per confronto, una persona che cammini a passo relativamente rilassato (senza fretta ma neppure "a gamba morta") si aggira sul metro al secondo.
Come propulsione funziona eccome, ci mancherebbe, però anche nello scenario più schifosamente favorevole si fa prima a correre sulle proprie gambe. XD -- Rojelio (dimmi tutto) 14:13, 10 ott 2017 (CEST)

Software a 64 bit[modifica wikitesto]

Quand’è che le software house smetteranno di produrre il loro software a 32 bit per concentrarsi solo sui 64 bit? --151.95.48.135 (msg) 20:29, 13 ott 2017 (CEST)

Dubito che l'Oracolo sia frequentato da schiere di CTO di software house. -- Rojelio (dimmi tutto) 20:36, 13 ott 2017 (CEST)
Quando non ci sarà più mercato e forse anche dopo visto che, credo, i compilatori permettano di creare dallo stesso sorgente entrambe le versioni. Comunque fino a due anni fa e magari anche oggi si usava ancora Windows 3.1. --Pierpao.lo (listening) 22:31, 13 ott 2017 (CEST)

Acqua ossigenata[modifica wikitesto]

Buongiorno. Perché l'acqua ossigenata sbianca temporaneamente le dita delle mani (e in base a quello che ho visto questo effetto avviene solo lì)? Nella pagina di Wikipedia c'è solo un immagine, ma non viene spiegato il perché, e Google è abbastanza contraddittorio.

--95.232.154.100 (msg) 07:58, 14 ott 2017 (CEST)

A quanto pare è una domanda ricorrente di questo periodo dell'anno :-) Infatti esattamente l'anno scorso è stata fatta la medesima domanda all'Oracolo ed è stata data questa risposta. --Lepido (msg) 08:28, 14 ott 2017 (CEST)

Gioco[modifica wikitesto]

Nella serie Big Bang Theory qualche volta i protagonisti si mettono a giocare a un gioco il cui nome è qualcosa del tipo "Degionendregon". Si lo so che ho scritto una castroneria in inglese maccheronico, ma questo gioco, a patto che esista davvero, cosa sarebbe? --82.54.144.231 (msg) 10:00, 14 ott 2017 (CEST)

Non conosco la serie, ma il nome del gioco somiglia in modo preoccupante a Dungeons & Dragons. --93.36.167.230 (msg) 10:05, 14 ott 2017 (CEST)
Si è lui. --ValterVB (msg) 10:07, 14 ott 2017 (CEST)

MINO PASQUINI CAMPIONE D'ITALIA E AZZURRO DI BASKET[modifica wikitesto]

SONO IL FIGLIO DI MINO PASQUINI ED HO TROVATO UN'INTERESSANTE ARTICOLO COMPARSO NEL 1964 SULLA RIVISTA "PALLACANESTRO" A FIRMA DEL GIORNALISTA SPORTIVO MOLINARI: SI PUO' ALLEGARE IN QUALCHE MODO PER PIU' COMPLETA MEMORIA DELL'INTERESSATO? paolo pasquini --2.36.1.143 (msg) 16:22, 14 ott 2017 (CEST)

Ciao, per favore disattiva il blocco maiuscole. Per aggiungere una fonte alla pagina puoi vedere qui: Aiuto:Modifica e Aiuto:Uso delle fonti. --M&A (msg) 16:36, 14 ott 2017 (CEST)

Università[modifica wikitesto]

Salve. Domanda sull'università. Se al primo anno ci sono n esami che in tutto danno 60 CFU, e se non si passano non si può sostenere gli esami dell'anno successivo, uno che non riesce a passarne uno del primo anno può seguire i corsi dell'anno successivo pur con l'esame indietro? Mi spiego meglio: per fisica il primo anno c'è calcolo 1, fisica 1, laboratorio di fisica 1. il secondo anno calcolo 2, fisica 2, laboratorio di fisica 2. Se non si passa anche solo un esame di quelli con l'1, non si possono sostenere gli esami con il 2. Se alla fine dell'anno non si riesce a passare un esame, ci si può iscrivere all'anno successivo e seguire i corsi di fisica 2 etc? oppure si diventa studente fuori corso e bisogna ripetere tutto il primo anno (un po come alle superiori, che se si ha l'insufficienza si viene bocciati)?

--87.2.152.199 (msg) 09:11, 15 ott 2017 (CEST)

L'esame di un solo corso ancora non superato può essere sostenuto l'anno successivo senza alcun problema, e in ogni caso gli esami già superati non devono essere ripetuti, quand'anche questi fossero solo due o tre! X-Dark (msg) 09:26, 15 ott 2017 (CEST)
A margine, in generale, per passare l'anno viene chiesto il superamento di una soglia di crediti significativamente inferiore a quelli previsti per l'anno, per esempio 30 per passare il primo, 70 per superare il secondo, etc. --Vito (msg) 10:31, 15 ott 2017 (CEST)
In ogni caso, anche avessi passato pochissimi esami e quindi non avessi raggiunto il numero di crediti necessario per iscriverti all'anno seguente, non si deve ripetere l'anno. Semplicemente non puoi ancora iscriverti all'anno successivo ma dovrai concentrarti sul dare gli esami dei corsi che hai già seguito. --Postcrosser (msg) 14:41, 16 ott 2017 (CEST)

Ma allora quand'è che si diventa ufficialmente un "fuori corso"?--87.14.125.235 (msg) 15:34, 16 ott 2017 (CEST)

Uno studente è fuori corso quando impiega più anni di quelli della durata standard per finire il corso di studi. Ad esempio, il tuo corso di studi dura 3 anni e tu li frequenti iscrivendoti regolarmente a tutti, ma alla fine del terzo anno non hai ancora dato tutti gli esami e quindi per terminare il corso di studi e fare la tesi avrai bisogno di ancora un anno. --Postcrosser (msg) 15:56, 16 ott 2017 (CEST)
Uno studente che deve iscriversi nuovamente ad un anno già frequentato, perchè non ha maturato abbastanza crediti per iscriversi a quello successivo, è detto invece ripetente, ma è un "ripetente" diverso dal significato delle superiori perchè in realtà non ripeti tutto l'anno (gli esami che hai passato sono in ogni caso superati e se hai già la frequenza di un corso non sei obbligato a rifrequentarlo di nuovo) --Postcrosser (msg) 15:56, 16 ott 2017 (CEST)

Emissione schede telefoniche[modifica wikitesto]

Quando sono state emesse le ultime schede telefoniche da parte di Telecom Italia? --Carnby (msg) 12:56, 15 ott 2017 (CEST)

Analisi I, universitaria[modifica wikitesto]

Torno, caro oracolo, a scriverti ancora una volta dopo alcuni anni. Ricordo che mi diedi un grande aiuto riguardo una scelta scolastica che non sapevo compiere. Ad oggi sono finalmente uscito dallo scientifico, cambiamento che grazie ad alcune tue dritte (sulle materie trattate e altri ecc.) ho sentito necessario e mi sono trovato parecchio bene.
Al momento ho continuato il mio percorso iscrivendomi a fisica, sto seguendo attualmente il corso di analisi I (come avrai intuito dal titolo) ma non sono molto soddisfatto poiché avrei desiderato una trattazione più profonda, mi appare, cioè, un poco superficiale.
Ho guardato per curiosità altri programmi di alcune università vicine e devo dire che mi sembra le mie convinzioni siano fondate.
Per fare alcuni esempi: le serie le abbiamo trattate pochissimo e in realtà avrei voluto fare qualcosa di più. Questo programma, di una università che avevo valutato come possibile scelta http://users.mat.unimi.it/users/libor/An1%20Fisica/registroAn1FISICA1617.pdf mi sembra molto approfondito e che parta da basi più solide, vedo ad esempio che si parla di spazi metrici euclidei (che nel mio corso non sono nemmeno stati accennati) e anche dimostrazioni di alcuni teoremi come Bolzano-Weierstrass che proprio non ho mai sentito.
Il mio corso http://fisica.campusnet.unito.it/do/didattica.pl/ShowFile?_id=kroh;field=file;key=BrCHxLIgVfcMXGnNFw9C02f8F7twHIkok8vJaSZT70U;t=5272 per chi volesse darci un occhio affronta molti più argomenti e per ovvie ragioni meno approfondite. Nell'altro programma si parla di spazi metrici, discorsi sui reali molto più approfonditi e molte più dimostrazioni teoriche che mi fanno preoccupare non aver nemmeno accennato.
Spero qualcuno che ha già affrontato questo percorso o similari sappia darmi alcuni consigli.
Al momento, ovviamente, sto approfondendo da me tutti questi discorsi, perché sono curioso e amo molto imparare il più possibile, ma diciamo che una guida in aula sarebbe stata più semplice; anche perché il professore corre e io mi trovo a approfondire cose non trattate e starci diverso tempo, ma l'idea di non aver mai affrontato la metrica mi spaventa un domani di non essere all'altezza. Un caro saluto. --93.146.44.171 (msg) 14:05, 16 ott 2017 (CEST) Non vorrei fosse preso il mio discorso come un giudizio sull'insegnante: non è così, è sicuramente una persona preparatissima e ottima nel suo campo, voglio solo dire che (sicuramente per ragioni di tempo) mi preoccupa questo programma.

Premesso che non mi sembra che questa sia la sede adatta per fare una “valutazione comparativa” fra insegnamenti universitari, suggerisco di tener conto di due o tre cose:
  1. in nomi degli insegnamenti di un corso di laurea, molti anni fa, erano standardizzati in tutta Italia. Ora non è così: un corso di Laurea in Fisica potrebbe aver deciso di offrire due corsi di Analisi, e averli chiamati “analisi 1” e “analisi 2”, con un uguale numero di crediti; in un Ateneo diverso potrebbero essere stati attivati tre corsi più piccoli, o due ma con proporzioni diverse, ecc. Quindi paragonare il contenuto di un insegnamento in un ateneo con uno con lo stesso nome in un altro non è molto significativo. Ai tempi dei tempi, ad esempio, le serie si facevano in Analisi 2;
  2. da quello che si legge nel programma di un insegnamento, a quello che si impara davvero, ce ne corre. Un docente può decidere di elencare tutti i teoremi che presenta, un altro può mettere solo un’indicazione degli argomenti. Quindi non è detto che a programmi simili (sulla carta) corrispondano corsi equivalenti, e viceversa;
  3. l’unico modo per fare un confronto fra insegnamenti di contenuto analogo sarebbe di trovare qualcuno che li ha seguiti entrambi: praticamente impossibile (e anche così il giudizio sarebbe comunque soggettivo); tra l’altro, come fai a stabilire se il teorema X è indispensabile o no? Lo scoprirai, eventualmente, fra un anno o più, ma non certo confrontando il programma di un altro corso...
  4. molti studenti sono contenti se il docente presenta a lezione le dimostrazioni dei teoremi. In realtà, se c’è qualcosa che si trova minuziosamente descritta nei libri di testo, e quindi si può facilmente ritrovare per conto proprio, sono proprio le dimostrazioni. Peraltro, nei testi usati nelle migliori università degli USA molte delle dimostrazioni per lo più non ci sono; alcune sono lasciate per esercizio. Che siano le dimostrazioni quelle che “fanno capire” la matematica, è un’opinione diffusa - da noi - ma è comunque un’opinione. Personalmente, tendo a pensare che le dimostrazioni servono (didatticamente, intendo) se sono gli studenti a trovarle;
  5. il contenuto di un insegnamento di base (come quello) non dipende solo dalle scelte del docente: se il numero totale di ore che il corso di laurea ha previsto per l’analisi matematica è minore rispetto a quanto deciso in un altro ateneo, succede che il docente sia costretto - al di là della sua volontà - a “comprimere” i contenuti. Se uno studente, a fine corso - ora è un po’ presto - trova che la mole di argomenti è sproporzionata al “peso” ufficiale del corso in CFU, lo può segnalare nel questionario (obbligatorio) di valutazione del corso (nel tuo corso di laurea si chiama “edumeter”): ti garantisco che il giudizio formulato lì ha molto più effetto di un post all’Oracolo di Wikipedia... --130.192.155.250 (msg) 15:14, 16 ott 2017 (CEST)
Risposta chiarificatrice, grazie mille. In realtà non volevo fare un confronto ma capire se il non trattare una parte (es. metrica) potesse essere un problema. Non volevo sembrare critico (anzi). Sapevo che avrei avuto le risposte che cercavo. --93.146.44.171 (msg) 15:19, 16 ott 2017 (CEST)
Stavo per scrivere qualcosa di molto simile al sempre ottimo 130.192.155.250: tra programma e realtà ce ne corre e anche lo stile di elencazione influisce. Il numero di ore per CFU varia da dipartimento a dipartimento e anche la divisione in corsi: le serie in analisi 2 sono ancora diffusissime in varie "scuole" di analisi. Inoltre in un mondo ideale il docente di analisi tara il programma di concerto coi colleghi che "usano" la matematica, quindi la divisione finisce per dipendere dall'organizzazione complessiva del corso di laurea e degli altri insegnamenti: insomma bisogna aver un po' di fiducia che il meccanismo sia rodato. Altrimenti le imprecazioni perché nessuno sa la trasformata z arrivano al cielo. In generale credo che sia sempre meglio far di meno ma farlo bene, riguardo alle dimostrazioni: per me sono spesso un utile strumento di memorizzazione per chi è smemorato come me. Non c'è verso di ricordarmi la formula d'integrazione per parti e l'unica cosa che posso fare è integrare la derivata del prodotto! --Vito (msg) 15:27, 16 ott 2017 (CEST)

Grazie mille Vituzzu, cercavo proprio confronto da chi ha più esperienza di me così da fugare le mie domande. Grazie ancora. --93.146.44.171 (msg) 15:46, 16 ott 2017 (CEST)

Aggiungo che non è importante quanto sia lunga la lista di teoremi presentati a lezione, ma piuttosto la compresione dei concetti matematici sottostanti (nel caso di analisi I, direi sostanzialmente il concetto di differenziale e integrale). Un singolo teorema può essere facilmente compreso e studiato andando a leggersi un buon libro. X-Dark (msg) 15:49, 16 ott 2017 (CEST)
Aggiungo pure io una cosa alla mia precedente risposta (data due ore fa da un'altra stanza con un IP diverso dello stesso dominio...): ho guardato i due programmi che hai linkato. Vedi, ad esempio tutte le definizioni e teoremi sugli spazi metrici (e altre parti di teoria degli insiemi che nel programma di UniMI appaiono molto più approfondite) nell'ambito dell'analisi di funzioni di UNA variabile reale sono tutt'altro che indispensabili.
Diventano più importanti quando devi affrontare l'analisi di funzioni di più variabili (al II anno), e importantissimi quando devi affrontare argomenti di analisi funzionale (dal III anno in avanti).
Uno potrebbe ritenere che siano argomenti più "fondamentali" e che quindi debbano essere fatti prima di tutto: questo sarebbe senz'altro il punto di vista di Monsieur Nicolas Bourbaki. Ma nella pratica didattica, quando ci si affanna a presentare subito tutti i "fondamenti" che serviranno per gli anni a venire, succede che per buona parte degli studenti quei concetti - dato che lì per lì non trovano ancora applicazioni non banali che ne chiariscano la reale portata - non acquistino un vero significato, e siano rapidamente dimenticati dopo l'esame. Tant'è che quando al terzo anno chiedi in aula a quegli stessi studenti "avete presente la definizione generale di spazio metrico, vero?" ti guardano con gli occhi sbarrati, e in genere ti tocca comunque rifare tutto.
Questo è quello che penso, anche se mi corre l'obbligo di avvisare che sui contenuti del corso di laurea in Fisica a UniTO il mio non è esattamente un punto di vista neutrale... --130.192.193.197 (msg) 17:41, 16 ott 2017 (CEST)
Il mio problema è che soffro di una "famelica sete" (ho accostato appositamente i due temini per porne l'accento XD) di conoscenza. Mi scontro spesso con la poca quantità di tempo rispetto alla quantità di cose da scoprire (anzi, chiamiamoli proprio dubbi!) e già dal liceo perdevo ore a risolvermi questi punti dove mi incastravo iperanalizzando le cose e che poi trovavo risolti gli anni a venire. Dovrei, almeno certe volte, seguire il seminato. --93.146.44.171 (msg) 18:31, 16 ott 2017 (CEST)
Ma la sete non si dovrebbe estinguere mai, evita quindi che ti vada di traverso il beveraggio. --Vito (msg) 20:44, 16 ott 2017 (CEST)
Nella fisica, la matematica è rilevante perché è il linguaggio in cui è scritto il libro della natura. Non capiterà però che non sarai in grado di capire il teorema delle forze vive perché non ricordi il teorema di Bolzano-Weierstrass, così come non succede che ti sfugga il senso di una poesia perché non sai cosa sia una litote. La conoscenza dei teoremi, ed eventualmente delle dimostrazioni, ti aiuterà nella misura in cui riuscirai a capire come è strutturato il linguaggio della natura e sarà un ottimo esercizio verso il ragionamento logico di tipo matematico. La sete di conoscenza sarà soddisfatta non appena sarai in grado di applicare i concetti dell'analisi allo studio della meccanica classica. X-Dark (msg) 21:33, 16 ott 2017 (CEST)
Beh, io spero proprio che dopo aver studiato i metodi matematici della meccanica classica di sete ne resti ancora, come dice Vito... Dal lato del docente, inevitabilmente non tutto quello che si fa a lezione servirà a tutti, e non tutto si riesce a fare nel migliore dei modi. Dal lato dello studente, la questione è se si vuole essere uno studente-spugna, che cerca (attivamente) di assorbire tutto quello che gli viene proposto, oppure uno studente-al-supermarket, che vorrebbe selezionare lui le bevande con cui placare la sete. Secondo me sono due fasi che dovrebbero essere attraversate in momenti successivi; se non fosse necessaria la prima fase, probabilmente non ci sarebbe neppure bisogno dei docenti, basterebbero le biblioteche (e la rete). L'altra cosa da tenere presente è che nell'apprendere esiste un atteggiamento analitico e un atteggiamento sintetico: la comprensione dei singoli passaggi e la comprensione dell'insieme. Se non ci sono entrambe, si incontrano difficoltà: ad esempio, una tendenza iperanalitica porta a concentrarsi troppo sui dettagli e perdere il senso generale di quello che si sta facendo; preparare un esame, così, può diventare faticosissimo. Anche l'opposto diventa un problema, perché a furia di "farsi un'idea generale" sorvolando sui dettagli sfuggono proprio i nodi concettuali (e pure questo all'esame salta inevitabilmente fuori, dando un'impressione di pressapochismo che è l'opposto di quanto si vorrebbe da un aspirante scienziato) --93.36.167.230 (msg) 11:02, 18 ott 2017 (CEST)

Logica[modifica wikitesto]

Leggendo delle definizioni qui, ma anche su internet, non ho trovato risposta. Cerco un aiuto in questa vostra pagina:
per farla breve ho capito che se voglio negare
Per ogni x,esiste un y tale che z
∀x ∃y t.c. z devo affermare ∃x ∀y t.c non z
ma portandolo a un esempio pratico non mi torna, se affermassi:
Definiamo che il capello è il pelo solamente umano che cresce sul capo, bene..
Per ogni capello esiste almeno un essere umano che si pettina
negare questo dovrebbe voler dire affermare
esiste almeno un capello per ogni essere umano che non si pettina
A me non pare proprio la negazione, eppure è quel che si usa per dimostrare la non esistenza di un limite. Partendo dalla affermazione corretta ∀ε>0 ∃δ(ε)>0 t.c se |x-x.|<δ allora |f(x)-l|<ε la negazione sarebbe ∃ε>0 ∀δ(ε)>0 t.c se |x-x.|<δ allora |f(x)-l|>ε Per quanto ci stia ragionando da un po' non riesco a vedere come
Per ogni capello esiste almeno un essere umano t.c si pettina
negare questo dovrebbe voler dire affermare
esiste almeno un capello per ogni essere umano t.c non si pettina --95.85.5.81 (msg) 19:10, 16 ott 2017 (CEST)

Lascia perdere il pettinarsi, che ti complica dannatamente la sintassi, e mettila in questo modo:
Per ogni capello, esiste un essere umano sulla cui testa esso è cresciuto (NB poi magari è caduto...)
negazione: Esiste un capello che non è cresciuto sulla testa di alcun essere umano.
Altro esempio, più matematico:
Per ogni intero positivo x esiste almeno un numero reale y tale che y2=x.
negazione: Esiste un intero positivo x tale che per nessun numero reale y si ha y2=x. --130.192.193.197 (msg) 19:27, 16 ott 2017 (CEST)
È passato un po' di tempo dal mio esame di logica, e senz'altro altri ti risponderanno in modo più preciso, ma la negazione della proposizione quantificata con ∀ "per ogni" è "non per ogni". Ossia "non per ogni x esiste un y tale che" che è uguale a "per ogni x non esiste un y tale che"(vedi anche il primo paragrafo di Negazione (linguistica)). --M&A (msg) 19:33, 16 ott 2017 (CEST)
Nella tua domanda ci sono un paio di errori, per cui mi torna più facile prima rispondere "in generale" e solo poi farti vedere perché non ti torna in quell'esempio.
Innanzitutto bisogna partire da un predicato che abbia (almeno) due "variabili libere", ovvero il cui valore di verità sia definito solo a patto di aver assegnato un valore a quelle due variabili (lo chiamerò P(x,y)). I quantificatori esprimono una qualche caratteristica della scelta di quei due valori. I più facili da capire sono quelli "omogenei", tipo:
∀x,y P(x,y) -> P(x,y) è sempre vera, qualsiasi valore venga dato a x e y.
∃x,y: P(x,y) -> P(x,y) non è sempre falsa: esiste almeno una coppia di valori x e y per cui è vera.
Trovo che la combinazione "mista" di quantificatori sia più facile da capire se te la figuri come una scommessa. Facciamo un gioco: tu scegli x come ti pare, e poi io scelgo y di conseguenza; il mio scopo è far diventare P(x,y) vera. Io scommetto che:
∀x ∃y:P(x,y) -> Per qualsiasi x tu possa scegliere, sarò sempre in grado ti trovare almeno un y per cui P(x,y) diventa vera e vinco io.
Tu invece scommetti che ho torto, scommetti sulla negazione della mia convinzione, ovvero affermi che:
∃x: ∀y ~P(x,y) -> Sei in grado di scegliere almeno un x tale per cui non riesco a trovare alcun y che renda P(x,y) vera ("traducendo" alla lettera dal matematichese: «...tale per cui ogni y che io possa scegliere la rende falsa») e vinci tu.
Torna, adesso, intuitivamente che quelle due formule sono una contraria dell'altra, le due facce opposte di una stessa scommessa per cui se una è corretta l'altra è per forza sbagliata e solo uno dei due può vincere?
Venendo al tuo esempio, come dicevo ci sono due errori. Uno è di tipo linguistico: il "tale che" fa parte integrante dell'"esiste" («esiste x tale che...»), quindi quando inverti l'ordine dei quantificatori devi spostare anche lui:
«Esiste almeno un capello tale che ogni essere umano non si pettina»
Il secondo problema è invece proprio logico: il tuo predicato («si pettina») è funzione solo di una variabile (la persona, che può pettinarsi o meno), quindi il quantificatore sul capello non si spiega (forse avevi in mente qualcosa di più preciso, che però non hai riportato correttamente in parole). In teoria potrei discutere anche quel caso, ma non credo sia utile per il tuo dubbio. Propongo invece una minima variante che risolve la questione:
«Per ogni capello, esiste una persona che lo pettina.» (Curiosamente, non è detto che tale persona sia il "proprietario" di quel capello: uno può anche farsi pettinare dal parrucchiere di fiducia :-) ).
Ora abbiamo un predicato in due variabili («La persona P pettina il capello C») che può essere vera o falsa in funzione della scelta di P e C, e la frase qui sopra afferma, attraverso due quantificatori, che non importa quale capello C scegli, troverai sempre una persona P che lo pettina. Se l'affermazione è sbagliata, dev'essere vero il suo contrario, ovvero da qualche parte nel mondo deve esistere almeno un capello C che nessuno pettina:
«Esiste almeno un capello tale che tutte le persone non lo pettinano» (in italiano più scorrevole diremmo, equivalentemente, «... t.c. nessuna persona lo pettina»).
-- Rojelio (dimmi tutto) 20:24, 16 ott 2017 (CEST)

Beh che dire, grazie a tutti per le tante risposte volte a chiarire ilproblema.
Vorrei rispondere in particolare a Rojelio poiché vi sono 3 punti che non mi sono chiari, andando con ordine:

  • Il primo è dove noto che per farti perder la scommessa mi basterebbe anche che "Esiste almeno un capello tale che esiste (almeno) una persona che non lo pettina" o equivalentemente "esiste almeno un capello tale che non è vero che ogni persona lo pettina" e arrivo all'assurdo che "non è vero che ogni persona pettina il capello" è uguale a "tutte le persone non pettinano il capello".
  • Il secondo è che in effetti è vero che il "tale che" dovrebbe spostarsi con il quantificatore esistenziale, però perché qui rimare nello stesso posto: ∀ε>0 ∃δ(ε)>0 t.c se |x-x.|<δ allora |f(x)-l|<ε dopo negazione ∃ε>0 ∀δ(ε)>0 t.c se |x-x.|<δ allora |f(x)-l|>ε?
  • E per finire, perché in ∃ε>0 ∀δ(ε)>0 t.c se |x-x.|<δ allora |f(x)-l|>ε non viene scambiato il segno dimaggioranza anche in |x-x.|<δ --> |x-x.|>δ.

Non so se avrai tempo e voglia di rispondermi, ma segretamente (nemmeno troppo in realtà) lo spero :D. --188.72.117.75 (msg) 19:05, 17 ott 2017 (CEST)

Si, ma basta con ste domande di matematica! Basta! Compratevi un libro, andate su youmath, ma basta! Che poi sono sempre gli stessi a fare ste domande. Ho capito che è iniziata l'università e il primo impatto con la matematica può essere traumatico, ma qui l'unico trauma che viene è alle palle di chi legge!--87.14.160.128 (msg) 20:38, 17 ott 2017 (CEST)
<fuori crono> Estiqaatsi, evita di leggere: se ti ci costringe qualcuno non è un problema nostro. XD </fuori crono>
  • Assolutamente no. Per fissare le idee facciamo il caso facile da immaginare: ognuno pettina sé stesso (e quindi tutti i propri capelli). Io sto scommettendo che per ogni capello trovo sempre almeno uno che lo pettina (ed è vero: è sempre il suo proprietario). Tu stai cercando di convincermi che invece ho torto perché esiste un capello (per esempio uno dei miei) tale che esiste almeno una persona (tutto il resto dell'umanità) che non lo pettina. Non si regge in piedi: tu hai ragione, esiste eccome... ma non è la negazione della mia scommessa (infatti le due frasi sono entrambe vere contemporaneamente).
  • Infatti nego categoricamente che quella sia la corretta scrittura della negazione dell'esistenza del limite, che dovrebbe invece essere «∃ε>0 t.c. ∀δ(ε)>0 ....». È molto importante, perché rischi di farti fregare dalla "flessibilità" della lingua parlata e di convincerti che la formula dica qualcosa di diverso da quel che vuol dire davvero. In italiano, «Esiste x per ogni y tale che...» è perfettamente sinonimo di «Per ogni y esiste x tale che...»: sono entrambi modi corretti di leggere "∀y∃x"; completamente diverso è invece «Esiste x tale che per ogni y...», che è la lettura di "∃x∀y". Se ci fai caso, nei miei esempi là sopra ho usato il due-punti ":" come rappresentazione del "tale che", e l'ho sempre e solo messo immediatamente dopo il qualificatore di esistenza. In realtà si può tranquillamente evitare proprio perché il formalismo matematico non lascia alcun margine all'interpretazione:
    1. ∃x∀y P(x,y) --> Questo dice che esiste almeno un certo x0 tale che per ogni y P(x0,y) è sempre vero.
    2. ∀y∃x P(x,y) --> Questo dice che per per ogni valore y esiste almeno un x0 tale che P(x0,y) è vero.
Immaginala come definizione di un luogo geometrico nel piano (un punto {x,y} appartiene al luogo se P(x,y) è vera). La 1) afferma che da qualche parte nel grafico c'è una qualche ascissa (almeno una) per cui tutta l'intera retta verticale che passa di lì (tutte le possibili ordinate) appartiene al luogo. La seconda dice invece che per qualsiasi ordinata, da qualche parte a destra o a sinistra prima o poi troverò almeno un punto del luogo geometrico con quell'ordinata. La retta y=x è un esempio semplicissimo di luogo geometrico che soddisfa la 2), ma non la 1), a dimostrazione che non sono equivalenti.
  • Eh... qui ti infili (e mi infili) in un vespaio. :-) Il tuo problema non è che viene cambiato solo un minore: quella formula ti verrà sbagliata sempre e comunque, e cambiare minori con maggiori non risolverà proprio nulla.
Il fatto è che negare un'implicazione logica non è banale. Se dico che "A implica B" (A->B) significa che quando A è vero ti garantisco che è vero anche B (quando A è falso non ti sto promettendo nulla: B fa quello che gli pare). La sua negazione, "A non implica B", significa che anche se A è vero, B continua a fare sempre quel che gli pare. Non sto dicendo che B è sempre falso, sto dicendo che B può essere falso, semplicemente non posso garantire nulla... e questo è un incubo da scrivere in forma di espressione logica.
Posso però imbrogliare (amo imbrogliare XD) e rimescolare le carte in tavola per rendermi la vita più facile.
Scriverò per indicare l'intervallo centrato su x0 con distanza massima δ (ovvero tutti i valori compresi tra x0-δ e x0+δ). Quindi scrivere |x-x.|<δ diventa equivalente a scrivere (x sta dentro all'intervallo). Per lo stesso motivo, |f(x)-l|<ε lo riscrivo come (la funzione sta nell'intervallo centrato in l e distanza massima ε). Ora possiamo riscrivere la definizione dell'esistenza del limite in una forma che ci torna più utile, del tutto identica concettualmente a quella originale con l'implicazione:
La funzione f(x) ammette limite l in x0 se:
In lettura "umana": «per qualsiasi restrizione ε che tu possa scegliere, esisterà sempre una massima distanza δ tale per cui per tutti i punti x che distano meno di δ da x0, i corrispondenti valori f(x) della funzione distano tutti meno di ε dal limite l».
Se adesso vogliamo negare il tutto, ovvero dire che il limite non è l, invertiamo tutti i qualificatori e neghiamo il predicato finale:
Di nuovo in umanese: «esiste almeno una restrizione ε tale per cui, per qualsiasi distanza massima δ io possa scegliere, ci sarà sempre almeno un punto x distante meno di δ da x0 tale per cui il corrispondente valore f(x) della funzione dista più di ε dall'ipotetico limite l» (che quindi non è il limite, come volevasi per l'appunto dimostrare).
Ora facci caso: la prima appartenenza () non è stata negata; fa parte della definizione di quel "per ogni x" che si trasforma dopo in un "esiste x". È solo l'ultima appartenenza ad essere il predicato finale, e quindi solo lei viene negata in un "non appartiene" (che corrisponde a dire modulo della differenza maggiore di epsilon). Questo mostra perché cambia di verso solo l'ultima disuguaglianza, ma come vedi sostituire il verso nell'implicazione logica originale non sarebbe stato sufficiente ad esprimere correttamente la negazione dell'implicazione stessa.
Temo di averti dato materiale da rimuginare per un paio di giorni. :-P -- Rojelio (dimmi tutto) 21:25, 17 ott 2017 (CEST)
Complimenti per la risposta a Rojelio. Mi preme far notare che come c'è qualcuno a cui non interessa, a me, di contro, è interessato moltissimo questo scambio e credo ogni "rimestamento" di idee qui ma anche nella vita reale sia un accrescimento per tutti. --93.146.44.140 (msg) 22:50, 17 ott 2017 (CEST)

Hai ragione. Dovrò ragionarci unpo' per interirizzare meglio ma mi è sicuramente piu chiaro e grazie mille per questo. Tra l'altro nel primo punto credo di aver capito dove facevo un errore interpretativo credo sempre dovuto al linguaggio naturale. Non leggevo invetti come "esiste un capello (per esempio uno dei miei) tale che esiste almeno una persona (tutto il resto dell'umanità) che non lo pettina", bensì come "esiste almeno un capello tale che esiste almeno una persona che non ti pettini (nel senso di prendo tutta l'umanita compreso te e mi basta che almeno una non ti pettini). Soggiaceva in questa farlocca interpretazione l'errore. Negli altri punti invece tutto chiaro. --188.72.117.152 (msg) 23:46, 17 ott 2017 (CEST)

Giù da basso[modifica wikitesto]

Ciao. Il termine in oggetto, che dalle mie parti è molto usato, sarebbe corretto per la lingua italiana?

--5.169.19.210 (msg) 09:28, 18 ott 2017 (CEST)

Leggi qui--87.19.134.213 (msg) 09:49, 18 ott 2017 (CEST)