Timeo Danaos et dona ferentes

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Laocoonte e i suoi figli avvinghiati dai serpenti marini

La frase latina Tìmeo Dànaos et dona ferentis (ferentis è una forma arcaica, comunemente tramandata con ferentes) si trova nell'Eneide (Libro II, 49) di Publio Virgilio Marone. Sono le parole pronunciate da Laocoonte ai Troiani per convincerli a non fare entrare il famoso cavallo di Troia nella città. La traduzione più diffusa è "Temo i Danai anche quando portano doni". Virgilio utilizza omericamente il termine "Danai", l'antico popolo di Argo, come sinonimo di "greci", in segno di disprezzo: gli Achei erano infatti discendenti di Danao, che aveva ordito il complotto per uccidere gli Egiziadi, suoi nipoti e generi.

Viene oggi utilizzata per ricordare, a volte in tono scherzoso, che non ci si deve fidare di coloro che si ritengono nemici, anche se hanno atteggiamenti generosi o amichevoli[1].

Traduzioni[modifica | modifica sorgente]

La traduzione più diffusa e corretta sia dal punto di vista grammaticale che semantico è "Temo i greci anche quando/se portano doni". Infatti, nell'originale latino, la congiunzione "et", qui con il significato di "anche", combinata con "ferentes", participio presente di "fero", "portare", conferisce alla secondaria implicita una connotazione concessiva, significando letteralmente "Temo i greci anche portanti doni/anche portando (essi) dei doni", e quindi, in forma esplicita, "...anche se/quando portano doni". La frase, alla luce del contesto da cui è estratta, va intesa come un avvertimento a non fidarsi dei nemici, anche e soprattutto se si presentano con un omaggio. Alcuni preferiscono l'interpretazione meno fedele dal punto grammaticale "Temo i greci e i doni che portano", per sottolineare il doppio pericolo sotteso nell'accettare qualcosa regalata senza apparente motivo e per di più da nemici dichiarati; altri ancora optano per "Temo i greci e coloro che portano doni", traduzione corretta dal punto di vista grammaticale e in qualche modo affine nel significato, anche se chiaramente distante dal senso inteso dal testo originale, dove non si mette in guardia contro chiunque porti doni, ma solo contro i nemici che facciano regali ingiustificati.

Storia[modifica | modifica sorgente]

La locuzione può essere stata ispirata a Virgilio da Sofocle:

« ἐχθρῶν ἄδωρα δῶρα κοὐ ὀνήσιμα »
(Ai., 665, "I doni dei nemici non sono doni, né benefici")

Le edizioni più recenti e accreditate del testo, al posto di ferentes, riportano ferentis con la terminazione in -is dell'accusativo plurale diffusa nel latino classico.

Nel medioevo la frase divenne una sententia, un vero e proprio proverbio citato da scrittori ecclesiastici come Tommaso di Canterbury nella Epistula ad Alexandrum Papam (24 = Migne CXC 473D), Ivo di Chartres nella Epistula 128 (= Migne CLXII 139a).

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Timeo Danaos et dona ferentes in Treccani.it - Vocabolario Treccani on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 15 marzo 2011.

Curiosità[modifica | modifica sorgente]

La frase viene pronunciata da Sean Connery nei panni di Masons, nel film The Rock dopo aver preso visione della promessa di scarcerazione. Viene detta anche da Philippe Noiret nel film La grande abbuffata di Marco Ferreri, mentre interpreta un giudice decadentista che conversa con un raffinato cinese che gli dona una statuetta di giada. Viene anche pronunciata da DeForest Kelley nei panni del dottor McCoy rivolto all'ammiraglio Kirk, portandogli in dono una birra romulana per i suoi 50 anni, nel film "Star Trek II - L'ira di Khan". Viene anche pronunciata dall'attore Michael Douglas nel ruolo dell'ispettore Steve Keller in uno dei telefilm della serie "le strade di San Francisco".

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]