Statua di Zeus a Olimpia

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Statua di Zeus a Olimpia
AutoreFidia
Datacirca 436 a.C.
Materialeoro e avorio
Altezzacirca 1200 cm
Ubicazionescomparsa, un tempo Olimpia
Coordinate37°38′16.3″N 21°37′48″E / 37.637861°N 21.63°E37.637861; 21.63Coordinate: 37°38′16.3″N 21°37′48″E / 37.637861°N 21.63°E37.637861; 21.63
Ricostruzione fantastica della statua di Zeus in una stampa del XVI secolo
Ricostruzione della sistemazione della statua nel tempio

La statua di Zeus Olimpio a Olimpia era una scultura crisoelefantina alta circa dodici metri, realizzata dallo scultore ateniese Fidia nel 436 a.C. e collocata nella navata centrale del Tempio di Zeus a Olimpia. Oggi scomparsa, nell'antichità venne considerata una delle sette meraviglie del mondo.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

L'atelier di Fidia a Olimpia

A completamento del grande tempio, la cui costruzione terminò verso il 456 a.C., fu chiamato ad Olimpia intorno al 436 a.C. lo scultore Fidia. Tra il completamento del tempio e la commissione della statua trascorsero vent'anni; i sacerdoti di Olimpia scelsero di affidare il lavoro a Fidia solo dopo l'inaugurazione ad Atene della sua Atena Parthénos statua di culto all'interno del Partenone ad essa dedicato nel 438 a.C. A disposizione dello scultore fu messo un edificio, a ovest del tempio, in cui sono rimaste tracce e reperti dei materiali impiegati: avorio, ceramica, pasta vitrea e ossidiana, punteruoli, palette, martelli, lamine di piombo e altro.[1] Fidia operò probabilmente con numerosi aiuti e completò l'opera intorno al 433 a.C., visto che l'anno seguente tornò ad Atene.[2]

La statua rimase nel santuario per oltre ottocento anni, suscitando sempre stupore e meraviglia nei fedeli. L'imperatore romano Caligola (37-41), secondo Svetonio, cercò inutilmente di impossessarsi della statua con ogni mezzo per portarla a Roma.[3]

Secondo la tradizione che risale a Cedreno[4], storico bizantino dell'XI secolo, all'inizio del V secolo, quando il santuario era ormai in abbandono, la statua entrò a far parte della collezione di opere d'arte pagane di Lauso, che la pose nel proprio palazzo a Costantinopoli, il quale andò distrutto assieme alla collezione nell'incendio del 475.[5] Il santuario è rimato distrutto, probabilmente a seguito dell'incendio dello stesso provocato in base a un editto di Teodosio II[6].

Fino al 1955-56 gli unici documenti materiali o iconografici relativi alla statua di Zeus consistevano in monete romane e gemme incise, ma in quegli anni furono scoperte, nei pressi del luogo che era stato identificato come la bottega di Fidia, le matrici di terracotta che erano state usate per la lavorazione del manto, sulle quali cioè le lamine d'oro erano state martellate pezzo per pezzo. Grazie alle matrici (le più ampie venivano rinforzate con listelli di ferro) si vide anche come le lamine d'oro venissero decorate con frammenti di vetro.[7]

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Una statua romana di "Zeus Olimpio", marmo (restaurata), probabile copia della colossale statua di Fidia, San Pietroburgo, Ermitage.

Della statua, nonostante l'enorme fortuna che ebbe nel mondo antico, non rimangono copie. Al contrario, l'opera risulta ampiamente e dettagliatamente descritta dagli scrittori del mondo greco e latino, che crearono attorno ad essa una ricca aneddotica. Anche le dimensioni della statua sono state ricostruite sulla base delle numerose descrizioni provenienti dagli autori classici. Lo storico e geografo Strabone, ad esempio, riporta un episodio (Geografia, libro VIII 3, 30) secondo cui lo stesso Fidia avrebbe detto a Paneno (suo collaboratore nella realizzazione del simulacro, insieme a Kolotes) di aver tratto ispirazione per la scultura del suo Zeus da alcuni versi dell'Iliade: "Disse, e con le nere sopracciglia il Cronide accennò; le chiome ambrosie del sire si scompigliarono sul capo immortale: scosse tutto l'Olimpo".[8]

Il basamento della statua crisoelefantina occupava un'area di più di sei metri per dieci, e doveva superare i 12 metri di altezza. L'impressione di monumentalità doveva essere accentuata dalla non troppo felice proporzione delle dimensioni tra essa e la struttura in cui era collocata: pur essendo il tempio di dimensioni considerevoli, la testa di Zeus, rappresentato seduto in trono, ne sfiorava il soffitto, tanto che Strabone ebbe a scrivere che, se il dio si fosse alzato in piedi, avrebbe scoperchiato il tempio.[9]

Un'esauriente descrizione ci viene dalle pagine di Pausania[10]: Zeus reggeva nella mano destra una Nike (vittoria) d'oro[11][12] e avorio[13], mentre nella sinistra teneva uno scettro su cui poggiava l'aquila d'oro, simbolo della divinità[14]. Il dio indossava sandali e il mantello di lamina d'oro era decorato con fiori di giglio in pietra dura e pasta vitrea. Il trono, crisoelefantino anch'esso e decorato con ebano e pietre preziose, recava in rilievo numerose rappresentazioni di ispirazione storica e mitologica, idealmente collegate alle decorazioni già presenti nel tempio.

Considerata una delle "Sette meraviglie"[15] ne resta la seguente descrizione di Pausania:

« Il dio, fatto d'oro[16] e d'avorio[17], è seduto in trono. Gli sta sulla testa una corona lavorata in forma di ramoscelli d'ulivo. Nella mano destra regge una Nike, anch'essa criselefantina, con una benda e, sulla testa, una corona. Nella mano sinistra del dio è uno scettro ornato di ogni tipo di metallo, e l'uccello che sta posato sullo scettro è l'aquila[18]. D'oro sono anche i calzari del dio e così pure il manto. Nel manto sono ricamate figurine di animali e fiori di giglio. »

(Pausania, Viaggio in Grecia (Libri V e VI), V, 11, 1-2. Traduzione di Salvatore Rizzo, Milano, Rizzoli, 2001, p. 161.)

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Bertelli 2010, p. 79.
  2. ^ Clayton 1989, pp. 68-72.
  3. ^ Clayton 1989, p. 73.
  4. ^ Giorgio Cedreno, Historiarum Compendium, 332C, Vol. I, p. 564 (Corpus Scriptorum Historiae Byzantinae, Vol. 34)
  5. ^ Grout, James, Encyclopaedia Romana. 1997, University of Chicago.
  6. ^ Salvatore Rizzo nota 2 p. 485 e nota 1 p. 491, in Pausania, Viaggio in Grecia (Libri V e VI). Milano, Rizzoli, 2001.
  7. ^ Richter 1969, p. 53 e 73.
  8. ^ Omero, Iliade I, 528-530.
  9. ^ Strabone, Geografia VIII 3, 30.
  10. ^ Pausania, Viaggio in Grecia, traduzione di Salvatore Rizzo, Milano, Rizzoli, 2001, p. 161.
  11. ^ «Figlio di Zeus è l’oro, non lo intacca né tarma né tarlo» (Pindaro, fr. 222 M.).
  12. ^ Lia Luzzatto e Renata Pompas, Il significato dei colori nelle civiltà antiche, Milano, Bompiani, 2005, p. 189.
    «Le statue dedicate a Zeus venivano ritualmente decorate con il prezioso metallo che, essendo l'unico materiale immutabile nel colore, nella lucentezza e nella resistenza veniva destinato in Grecia, come in tutto il Mediterraneo all'ambito del sacro.».
  13. ^ L'avorio è considerato "carne divina" e quindi destinato all'arte sacra, questo sia per la sua preziosità sia per il fatto che rappresentava meglio del "bianco" il fulgore divino (cfr. Valentina Manzelli. La policromia nella statuaria greca arcaica. Roma, L'Erma di Bretschneider, 1994, p. 64; Lia Luzzatto e Renata Pompas. Il significato dei colori nelle civiltà antiche. Milano, Bompiani, 2005, p. 108).
  14. ^

    « Sullo scettro di Zeus
    l'aquila la regina degli uccelli
    dorme calando l'una e l'altra
    rapida ala [...] »

    (Pindaro. Pitiche I, 11-4, Per Ierone e per Etna. Traduzione di Enzo Mandruzzato. Pindaro Tutte le opere. Milano, Bompiani, 2010, p. 209)
  15. ^ Igino (astronomo), 223.
  16. ^ «Figlio di Zeus è l’oro, non lo intacca né tarma né tarlo» (Pindaro, fr. 222 M.). «Le statue dedicate a Zeus venivano ritualmente decorate con il prezioso metallo che, essendo l'unico materiale immutabile nel colore, nella lucentezza e nella resistenza veniva destinato in Grecia, come in tutto il Mediterraneo all'ambito del sacro.» Lia Luzzatto e Renata Pompas. Il significato dei colori nelle civiltà antiche. Milano, Bompiani, 2005, p. 189.
  17. ^ L'avorio è considerato "carne divina" e quindi destinato all'arte sacra, questo sia per la sua preziosità sia per il fatto che rappresentava meglio del "bianco" il fulgore divino (cfr. Valentina Manzelli. La policromia nella statuaria greca arcaica. Roma, L'Erma di Bretschneider, 1994, p. 64; Lia Luzzatto e Renata Pompas. Il significato dei colori nelle civiltà antiche. Milano, Bompiani, 2005, p. 108).
  18. ^ Cfr. anche:

    « Sullo scettro di Zeus
    l'aquila la regina degli uccelli
    dorme calando l'una e l'altra
    rapida ala [...] »

    (Pindaro. Pitiche I, 11-4, Per Ierone e per Etna. Traduzione di Enzo Mandruzzato. Pindaro Tutte le opere. Milano, Bompiani, 2010, p. 209)

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Gisela M. A. Richter, L'arte greca, Torino, Einaudi, 1969.
  • Peter A. Clayton, Martin J. Price, Le Sette Meraviglie del Mondo, Torino, Einaudi, 1989, ISBN 88-06-11660-6.
  • Carlo Bertelli, Antonella Coralini; Andrea Gatti, La storia dell'arte: dalle origini all'età carolingia, Milano, Edizioni scolastiche Bruno Mondadori, 2010, ISBN 978-88-424-4664-4.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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