Colosso di Rodi

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Il Colosso di Rodi in una raffigurazione
Colosso di Rodi, immaginato in un'incisione del XVI secolo di Martin Heermskerck, parte della serie delle Sette Meraviglie del Mondo
Una ricostruzione alternativa del monumento, in una incisione del 1880 di Sidney Barclay

Il Colosso di Rodi era un'enorme statua del dio Helios, situata nel porto di Rodi in Grecia nel III secolo a.C. È una delle cosiddette sette meraviglie del mondo.

In realtà il colosso non si trovava nel porto, ma era collocato all'interno di quella che ora è conosciuta come città vecchia (che divenne la città dei cavalieri di San Giovanni conosciuti anche come cavalieri di Malta), in posizione sopraelevata (in modo che fungesse da faro).[secondo chi?]

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Nel 305 a.C. Demetrio I Poliorcete, figlio di un successore di Alessandro Magno, invase Rodi con un'armata di 40.000 uomini. La città di Rodi era ben difesa e Demetrio costruì delle enormi catapulte montate sulle navi, per distruggere le mura della città. Dopo che una tempesta gli distrusse le navi, fu costretto a costruire una torre d'assedio ancora più grande delle precedenti catapulte: i rodiesi allagarono il terreno prospiciente le mura, impedendo alla torre d'assedio di muoversi e rendendola inoffensiva. L'assedio terminò nel 304 a.C., quando il generale Politemo arrivò con una flotta in difesa della città e Demetrio dovette ripiegare abbandonando la maggior parte dell'equipaggiamento.

Per celebrare la loro vittoria, i rodiesi decisero di costruire una gigantesca statua in onore di Helios, il loro dio protettore. La costruzione fu affidata a Carete di Lindo che aveva già costruito statue di ragguardevoli dimensioni. Il suo maestro Lisippo aveva costruito una statua di Zeus nella antica agorà di Taranto ritenuta per la sua altezza pari a 40 cubiti (18 metri).

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

La statua era alta circa 32 metri. Secondo l'opinione di alcuni storici, la struttura era costituita da colonne di pietra con delle putrelle di ferro inserite al suo interno, a cui venivano agganciate le piastre di bronzo del rivestimento esterno. Per costruirla fu usata come impalcatura la torre di assedio abbandonata sul posto da Demetrio.

La costruzione terminò nel 293 a.C., dopo 12 anni. La statua restò in piedi per 67 anni, fino a che Rodi fu colpita da un terremoto nel 226 a.C., che fece crollare la statua nel mare. Politemo si offrì di ricostruirla, ma i rodiesi rifiutarono temendo l'ira del dio Helios a seguito della ricostruzione (che veniva interpretata come un'offesa nei riguardi del dio). La statua pertanto rimase sdraiata sul fondo per 800 anni e anche così era talmente impressionante che molti andavano comunque a Rodi per ammirarla.

Plinio il Vecchio nella sua Naturalis historia scrisse:

« Il più ammirato di tutti i colossi era quello del Sole che si trovava a Rodi opera di Carete di Lindo, discepolo di Lisippo. Esso era alto 70 cubiti [circa 32 metri]. Questa statua, caduta a terra dopo sessantasei anni a causa di un terremoto, anche se a terra, costituisce tuttavia ugualmente uno spettacolo meraviglioso. Pochi possono abbracciare il suo pollice, e le dita sono più grandi che molte altre statue tutte intere. Vaste cavità si aprono nelle membra spezzate; all'interno si possono osservare pietre di grande dimensione, del cui peso l'artista si era servito per consolidare il colosso durante la costruzione. Dicono che fu costruito in dodici anni e con una spesa di 300 talenti ricavati dalla vendita del materiale abbandonato dal re Demetrio allorché, stanco del suo prolungarsi, tolse l'assedio a Rodi. Nella stessa città ci sono cento altri colossi più piccoli di questo, ma tali da rendere famoso qualunque luogo in cui si trovasse anche uno solo di essi. »
(Plinio il Vecchio, Naturalis historia, XXXIV, 41 sg.)

Tuttavia, nel 653, quando Rodi fu conquistata dagli arabi, questi ultimi portarono via la statua tagliandola in un numero imprecisato di blocchi e vendendola a un ebreo di Emesa[1], di cui si persero ben presto le tracce.

Secondo alcune ricostruzioni tradizionali, il Colosso di Rodi doveva raffigurare il dio Helios con le gambe divaricate e i piedi poggiati alle estremità del porto di Mandraki (dove ora sono presenti le due colonne su cui poggiano dei daini in bronzo) ed essere alto al punto da permettere il transito delle navi all'interno del porto; infatti si dice che fungesse anche da faro. Questa immagine tradizionale rispecchia una teoria ormai superata, dato che per garantire il passaggio delle navi le dimensioni della statua (32 metri di altezza) sarebbero state chiaramente insufficienti.

Ricostruzione della statua[modifica | modifica wikitesto]

Nel corso degli anni sono state avanzate numerose ipotesi di ricostruzione del colosso, sebbene nessun progetto sia mai stato avviato.

Nel 2000 il sindaco di Rodi George Iannopoulos annunciò un bando pubblico per una ricostruzione che avrebbe impiegate le stesse tecniche dell'originale, con un costo stimato in circa 10 miliardi di dracme (30 milioni di euro circa), e con la speranza di ultimarlo in tempo per l'inaugurazione delle Olimpiadi di Atene del 2004[2].

Un ulteriore progetto, il costo della cui realizzazione è stimato in 200 milioni di euro per una struttura alta tra i 60 e i 100 metri, è stato avanzato nel 2008, guidato da Dimitris Koutoulas in Grecia e portato avanti dall'artista tedesco Gert Hof[3], senza tuttavia che vi fosse un seguito concreto.

Nella cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]

Un chiaro riferimento al Colosso di Rodi è presente nel mondo immaginario delle Cronache del ghiaccio e del fuoco di George R. R. Martin: il Titano di Braavos, un'imponente statua in pietra e bronzo che costituisce il varco d'ingresso alla laguna in cui è situata la città libera di Braavos.[4][5]

Nel 1961 venne distribuìta la pellicola cinematografica Il colosso di Rodi, scritta, co-sceneggiata e diretta da Sergio Leone.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Cesare Baronio "Annali ecclesiastici" anno 653
  2. ^ Antonio Ferrari, Grecia, rivivrà il Colosso di Rodi «Sarà pronto per i Giochi del 2004», in Corriere della Sera (Atene), 18 aprile 2000, p. 26. URL consultato il 5 novembre 2013 (archiviato dall'url originale il ).
  3. ^ (EN) Helena Smith, Colossus of Rhodes to be rebuilt as giant light sculpture, in The Guardian (Atene), 17 novembre 2008. URL consultato il 5 novembre 2013.
  4. ^ Titano di Braavos, wiki.ghiaccioefuoco.com. URL consultato il 23 agosto 2016.
  5. ^ Chiara Poli, Il mondo de Il Trono di Spade, Sperling & Kupfer, 07 aprile 2015, ISBN 9788820092696. URL consultato il 23 agosto 2016.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Gisela M. A. Richter, L'arte greca, Torino, Einaudi, 1969.
  • Ranuccio Bianchi Bandinelli, Enrico Paribeni, L'arte dell'antichità classica. Grecia, Torino, UTET Libreria, 1986, ISBN 88-7750-183-9..
  • Giuliano A., Storia dell'arte greca, Carocci, Roma 1998 ISBN 88-430-1096-4
  • Pierluigi De Vecchi ed Elda Cerchiari, I tempi dell'arte, volume 1, Bompiani, Milano 1999. ISBN 88-451-7107-8
  • Economia e Finanzia. Repubblica on line del 28/12/201. Notizia numero 130262052

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