Repubblica di Estonia (1918-1940)

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Repubblica di Estonia
Repubblica di Estonia – BandieraRepubblica di Estonia - Stemma
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Estonia 1929-1938.svg
Dati amministrativi
Nome ufficialeEesti Vabariik
Lingue ufficialiestone
InnoMu isamaa, mu õnn ja rõõm
CapitaleTallinn
Politica
Forma di governoRepubblica parlamentare (1918-1934)
Dittatura monopartitica (1934-1940)
Nascita1920 con Ants Piip
CausaDichiarazione d'indipendenza dell'Estonia: la nazione è de facto sovrana solo dopo la guerra d'indipendenza
Fine1940 con Konstantin Päts
CausaOccupazione sovietica dell'Estonia
Territorio e popolazione
Popolazione1 126 413 nel
Economia
Valutamarco (1918-1928)
corona (1928-1940)
Religione e società
Religioni preminentiprotestantesimo
Eesti haldusjaotus 1925.jpg
Mappa estone del 1925
Evoluzione storica
Preceduto daFlag of Russia.svg Impero russo
Succeduto daUnione Sovietica Unione Sovietica
Ora parte diEstonia Estonia

La Repubblica di Estonia (in estone Esimene Eesti Vabariik) è stata una nazione esistita dal 24 febbraio 1918 all'estate del 1940.[1] L'indipendenza dell'Estonia fu raggiunta seguito di un conflitto avvenuto tra il 1918 e il 1920, cessato solo quando, il 2 febbraio 1920, la Russia sovietica e l'Estonia firmarono un trattato di pace di mutuo riconoscimento.

Il 15 giugno 1920, l'Assemblea costituente approvò la bozza della prima costituzione della Repubblica di Estonia e il 22 settembre 1921 l'Estonia divenne membro della Società delle Nazioni.[2]

Dopo l'entrata in vigore della seconda costituzione del 1924, preceduta da un tentato colpo di Stato, la nazione visse un periodo di instabilità politica durato per un decennio. Nel 1934 avvenne un nuovo golpe, stavolta con riuscito, a seguito del quale fu istituito un regime autoritario guidato da Konstantin Päts.

A seguito della ripartizione in sfere di influenza tra l'URSS e la Germania nel 1939 con il patto Molotov-Ribbentrop, Mosca propose all'Estonia nel settembre 1939 di firmare un trattato di mutua assistenza e, il 6 agosto 1940, dopo essere stata occupata militarmente, l'Estonia fu inglobata nell'URSS. L'Estonia riottenne la sua indipendenza solo il 20 agosto 1991.[3]

Creazione della Repubblica di Estonia[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la rivoluzione di febbraio del 1917 e mentre era in corso il processo di dissoluzione dell'Impero russo in Russia, l'Estonia fu invasa dall'esercito imperiale tedesco. Mentre l'occupazione volgeva al termine, il 24 febbraio 1918 fu proclamata a Tallinn la nascita della Repubblica democratica indipendente d'Estonia.[4] Il 21-22 gennaio (3-4 febbraio) 1918 si tennero le elezioni per nominare l'Assemblea costituente estone.

Dopo la ritirata delle forze tedesche, la vera indipendenza giunse solo grazie alla guerra d'indipendenza: l'esercito estone di recente formazione, guidato dal colonnello Johan Laidoner e forte del supporto dei russi bianchi e della flotta britannica, nonché di volontari svedesi e finlandesi, respinse l'Armata Rossa dall'intero territorio dell'Estonia, mandando a monte i propositi dei bolscevichi di ripristinare la propria autorità sulle regioni possedute dallo Zarato.[5]

Il 2 febbraio 1920 fu concluso a Tartu un trattato di pace tra la RSFS Russa e l'Estonia, con il quale entrambe le parti si riconobbero ufficialmente: si trattò del primo trattato internazionale stipulato da entrambi gli stati.[6]

Periodo dal 1920 al 1934[modifica | modifica wikitesto]

Il 15 giugno 1920, l'Assemblea costituente approvò la bozza della prima costituzione della Repubblica di Estonia. Nello stato si introdusse un principio formale di separazione dei poteri, ma in realtà il governo risultava subordinato al parlamento. Quest'ultimo era altresì responsabile della nomina dei giudici costituzionali. In un simile contesto, nonostante la previsione di strumenti di democrazia diretta come i referendum popolari, si verificò a uno squilibrio di potere e un'estrema instabilità del governo.[7] Dal 1920 al 1934, si succedettero infatti ben 23 esecutivi: la situazione si rivelò instabile né più né meno che in altri scenari europei quali la Francia, la Repubblica di Weimar e la Lettonia.[8]

Nel 1921, il nuovo stato ricevette il riconoscimento internazionale, divenendo il 22 settembre dello stesso anno membro della Società delle Nazioni.[2]

Nel dicembre 1924, i comunisti estoni, con il sostegno e l'assistenza dell'URSS, tentarono di dare luogo a una rivolta armata, fallita a causa della mancata partecipazione dei lavoratori e del sostegno del governo da parte dell'esercito.[9] A seguito di un simile evento, il Partito Comunista venne bandito e i suoi partecipanti persero una parte significativa della loro influenza politica sulla società nazionale.[9]

Costruzione della ferrovia nel 1928

L'indipendenza del paese causò la necessità di decidere come investire esattamente le risorse nazionali per aprirsi a nuovi mercati. All'inizio degli anni '20, la situazione finanziaria nel paese appariva precaria: l'attrezzatura delle imprese industriali risultava obsoleta, la qualità dei prodotti scadente, la nazione dipendeva fortemente da materie prime importate e molte imprese erano state costrette a chiudere durante la guerra. La politica economica del governo si concentrò sull'industrializzazione dell'Estonia e sulla creazione di aziende orientate all'esportazione. La Eesti Pank emise innumerevoli prestiti per avviare le nuove attività. L'economia estone dipendeva in gran parte dal commercio con l'URSS e la carta era l'elemento principale che raggiungeva l'est.[10]

La crescita dell'economia risultò stimolata dalla riforma agraria: le vaste proprietà terriere confiscate ai tedeschi del Baltico passarono in mano a nullatenenti e veterani della guerra d'indipendenza.[11] Dopo la recessione del 1923-1924, il ministro delle finanze Otto Strandman avviò una nuova politica economica volta a promuovere le esportazioni che incontrò un ostacolo quasi insormontabile durante la crisi economica mondiale (1929-1933). Nel 1928 fu attuata una riforma monetaria e la corona rimpiazzò il marco, il cui tasso era ancorato alla sterlina britannica.[12] Nel 1929 fu firmato un accordo commerciale e il 4 agosto 1932 un patto di non aggressione tra la Repubblica di Estonia e l'Unione Sovietica.[13]

Con la Grande Depressione ancora in corso, la Confederazione Estone dei Combattenti per la Libertà (in estone Vabadussõjalaste Liit, in acronimo EVL e comunemente nota come VAPS) entrò sulla scena politica e, nel 1933, un referendum costituzionale presentato su proposta del medesimo soggetto politico permise di limitare il potere legislativo del parlamento, ridurre il numero dei parlamentari da 100 a 50 e rafforzare il potere del presidente, fino alla possibilità per questo di porre il veto alle decisioni parlamentari. In ultimo, si introducevano elezioni presidenziali dirette.[14]

Colpo di Stato del 1934 e regime di Päts[modifica | modifica wikitesto]

Konstantin Päts, assoluto protagonista nello scenario politico estone degli anni Trenta


La seconda costituzione entrò in vigore nel gennaio 1934, quando Konstantin Päts assunse la carica di primo ministro. Temendo l'inevitabile vittoria del partito dei Vaps alle prossime elezioni e sfruttando i poteri quasi dittatoriali concessi dalla nuova costituzione, il 12 marzo 1934, insieme a Johan Laidoner, ancora alla guida dell'esercito estone, inscenò un colpo di Stato.[15] La prima azione che fu compiuta non appena il golpe terminò con successo fu l'instaurazione della legge marziale. Mentre Päts si autoproclamò "protettore dello stato" (Riigihoidja), La Confederazione dei Combattenti fu bandita e circa 400 membri vennero arrestati.[16] Si cancellarono le date delle nuove elezioni previste e i poteri del quinto Riigikogu, la legislatura dell'assemblea che approvò l'aumento dei poteri a Päts e Laidoner, subirono un'estensione. Si trattò comunque di un provvedimento dal valore temporaneo, come dimostra il fatto che già nell'ottobre 1934 il parlamento andò incontro allo scioglimento.[17]

Il periodo che iniziò, chiamato "era del silenzio", fu caratterizzato dalla graduale cancellazione della democrazia parlamentare, dall'instaurazione di governo autoritario e dal rafforzamento del nazionalismo estone.[18][19] Il paese risultò in realtà amministrato da un triumvirato composto dal presidente (Konstantin Päts), dal comandante in capo dell'esercito (Johan Laidoner) e dal ministro degli interni (Kaarel Eenpalu). Nel marzo 1935, in Estonia si introdusse ufficialmente un sistema monopartitico.[19]

Allo stesso tempo, l'economia del paese, in particolare la sua industria, visse un periodo di rapida crescita. Nella seconda metà degli anni Trenta la produzione industriale iniziò a crescere (fino al 14% all'anno). Nel 1938, la percentuale di impiego degli estimi nel settore secondario raggiungeva il 32%.[20] La quota dei prodotti industriali nelle esportazioni estoni salì del 36% alla fine degli anni '20 e al 44% alla fine degli anni '30. Nacquero nuove imprese e si procedette a far sì che le tecnologie di produzione venissero ammodernate. Anche la vendita del petrolio di scisto incrementò in maniera sensibile. Le industrie tessili, chimiche e alimentari, la lavorazione dei metalli, del legno, la fabbricazione della carta, l'estrazione di torba e fosforite erano di grande importanza per l'economia del paese. L'agricoltura crebbe e alcune industrie erano dominate dal capitale straniero.[20]

I principali partner commerciali erano Gran Bretagna e Germania, mentre alla fine degli anni '30, la quota dell'URSS nel fatturato del commercio estero diminuì notevolmente. L'Estonia esportava prodotti a base di carne, olio, pesce, uova, tessuti, carta, cellulosa, compensato, olio di scisto e benzina, cemento e vetro.[20]

La particolarità dell'economia estone negli anni Trenta riguardò lo sviluppo del movimento cooperativo. Nel 1939 l'Unione cooperativa estone riunì infatti oltre 3.000 attività con 284.000 soci, 200 banche che servivano 77.000 clienti (il 52% di tutti i depositi nel paese) e che emettevano il 51% di tutti i prestiti. Le 314 confederazioni lattiero-casearie con 32.000 soci producevano il 98% del burro estone e il 17% del formaggio.[20]

Adozione di una nuova Costituzione nel 1937 e eventi successivi[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1937, l'Assemblea nazionale (Rahvuskogu) convocata da Päts approvò, benché l'opposizione avesse tentato di boicottare l'atto, l'emanazione di una terza costituzione della Repubblica di Estonia, così come proposta del capo dello stato.[16] La legge fondamentale entrò in vigore il 1º gennaio 1938.

In conformità con la nuova costituzione, il presidente, eletto per un mandato di 6 anni, diveniva altresì il capo di stato. Il presidente riceveva il potere di sciogliere il governo e di porre il veto alle decisioni parlamentari, nonché altri poteri legislativi. Tra questi, in caso di "necessità e urgenza", poteva scavalcare il normale processo di formazione delle leggi con dei decreti presidenziali; nella prassi, Päts era ampiamente ricorso a tale strumento pure prima dell'adozione della costituzione.[16] La nuova costituzione preservò tutti i diritti civili fondamentali, ma si sancì la possibilità di limitare la libertà di parola al fine di salvaguardare "la sicurezza e la moralità dello Stato". La maggior età passò da 20 a 22 anni e fu introdotto un sistema parlamentare bicamerale: il Parlamento di Stato (Riigivolikogu), i cui membri rimanevano in carica per 5 anni, e il Consiglio di Stato (Riiginõukogu), composto da 40 membri, 10 dei quali nominati dal Presidente.[21] A seguito di questi passaggi, scomparve ogni traccia dell'elemento parlamentare in favore della figura presidenziale. Una delle disposizioni che limitò in modo significativo la democrazia fu il provvedimento che sancì la possibilità di indire un referendum costituzionale solo su decisione del presidente. Il 24 aprile 1938 il parlamento elesse Päts alla carica di presidente e questi iniziò a esercitare le sue funzioni il giorno stesso.[22]

Nel 1938 furono creati dei "campi per fannulloni" come definiti ironicamente dai pochi oppositori rimasti al capo di stato, ovvero dei campi per il lavoro forzato dei disoccupati. Il regime di lavoro era paragonabile a quello carcerario e una giornata lavorativa durava 12 ore: il periodo di attività andava da 6 mesi a 3 anni.[21]

Nel 1939 si contavano circa 160 associazioni e società tedesche in Estonia che promuovevano idee nazionalsocialiste e filo-tedesche.[21]

Incorporazione dell'Estonia all'URSS[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Occupazione sovietica dei paesi baltici (1940) ed Estonia nella seconda guerra mondiale.

L'Estonia alla ricerca di garanzie internazionali[modifica | modifica wikitesto]

Il 7 giugno 1939, a Berlino, il ministro degli esteri estone Karl Selter e il ministro degli esteri tedesco Joachim von Ribbentrop firmarono un patto di non aggressione, che allontanò il paese dall'influenza di Gran Bretagna e Francia e formalizzò il protettorato tedesco di fatto con una clausola segreta, secondo la quale l'Estonia era obbligata ad assumere "con il consenso della Germania tutte le misure di sicurezza militare necessarie in relazione alla Russia sovietica".[23] La durata del trattato era decennale e si prevedeva un rinnovo automatico per un nuovo periodo di dieci anni al suol termine, con una sola condizione che il trattato sarebbe diventato invalido in caso di risoluzione del trattato di non aggressione tedesco-lettone, concluso lo stesso giorno. La dichiarata neutralità dell'Estonia servì in seguito per il timore delle due superpotenze locali, la Germania e l'URSS: l'inviato del paese in Estonia, V. Šumanis, segnalava il 21 gennaio 1939 nel suo rapporto al ministero degli esteri lettone: "L'Estonia considera la Russia il nemico numero uno, dopodiché segue la Germania". Commentando poi l'aggravarsi della situazione internazionale dopo l'ultimatum tedesco alla Lituania e la riacquisizione della Germania del territorio di Memel, V. Šumanis segnalava ancora che per l'élite estone e l'apparato statale il nemico numero uno era la Russia, per il popolo i tedeschi. "Tale stato d'animo, in un momento così critico, potrebbe spingere gli estoni a non affrontare con abbastanza sicurezza i sovietici militarmente, qualora a dovesse accadere tale scenario".[24]

Il ricercatore estone Magnus Ilmjärv ritiene che "nel 1939, con la crisi internazionale in Europa in corso, i paesi baltici "si preoccuparono di perseguire interessi di politica estera che combaciavano in misura minima gli interessi nazionali. Temendo la soppressione della proprietà privata da parte dell'Unione Sovietica, i governi baltici riposero tutte le loro speranze nella Germania nazista come più credibile oppositore del bolscevismo".[24]

Gran Bretagna e Francia prolungarono i negoziati con l'URSS, la quale chiedeva garanzie sugli Stati baltici in caso di loro aggressione. I paesi confermarono il loro consenso per tali garanzie solo il 1º luglio, quando i trattati di non aggressione con la Lettonia e l'Estonia erano già stati stipulati.[24]

Nel frattempo, la situazione geopolitica in Europa continuava a farsi scottante: l'accordo di Monaco del 1938 tra Francia, Gran Bretagna, Germania e Italia permise alla Germania di invadere le aree della Cecoslovacchia popolate da tedeschi e, all'inizio del 1939, la Germania annesse l'intera Cecoslovacchia.[25] La campagna di espansione tedesca interessò ben presto anche la regione baltica.

Il 23 agosto 1939 fu firmato il patto Molotov-Ribbentrop: esso conteneva un protocollo segreto, reso pubblico solo dopo la sconfitta della Germania nel 1945, secondo il quale gli stati dell'Europa settentrionale e orientale venivano divisi in due "sfere di influenza", una tedesca e una sovietica: l'Estonia sarebbe finita nell'areale di Mosca.[26]

Dopo l'inizio della guerra[modifica | modifica wikitesto]

L'incidente dell'Orzeł sulla prima pagina del quotidiano estone Uus Eesti

La seconda guerra mondiale scoppiò con l'invasione della Polonia, un importante alleato regionale dell'Estonia, da parte della Germania. Il 3 settembre 1939, Regno Unito, Francia, Australia e Nuova Zelanda dichiararono guerra alla Germania. Il 14 settembre il sottomarino polacco ORP Orzeł approdò a Tallinn, in Estonia e quattro giorni più tardi si verificò quello che sarebbe passato alla storia come incidente dell'Orzeł:[27] il mezzo navale battente bandiera biancorossa riuscì a fuggire dal porto di Tallinn dove era tenuto sotto la sorveglianza della Marina locale e giunse, dopo varie peripezie, in Regno Unito. Tale episodio fu strumentalizzato dall'Unione Sovietica e dalla Germania per accusare l'Estonia di esser venuta meno alla sua dichiarata neutralità.[28]

L'Armata Rossa fece il suo ingresso in Estonia nel 1939, dopo che il paese baltico fu costretto a firmare il trattato del 28 settembre

Il 24 settembre 1939, quando la conquista nazista e sovietica della Polonia appariva ormai definitiva e qualche giorno dopo l'incidente di Orzeł, la stampa e la radio di Mosca iniziarono una campagna propagandistica contro l'Estonia tacciandola di essere "ostile". Le navi da guerra della Voenno-morskoj flot apparvero al largo dei porti estoni e i bombardieri sovietici sorvolarono in maniera minacciosa Tallinn e la campagna circostante.[28] Mosca chiese all'Estonia di consentire all'URSS l'installazione di alcune basi militari, affinché potessero essere stanziate 25 000 uomini sul suolo estone per l'intera durata della guerra.[28] Il governo estone accettò l'ultimatum posto da Stalin firmando l'accordo corrispondente il 28 settembre 1939. I contenuti del patto, dalla durata decennale,[29] non avrebbero dovuto però intaccare la sovranità statale.[30]

Richieste simili vennero inoltrate alla Finlandia, alla Lettonia e Lituania.

Il 14 giugno 1940 i sovietici emisero un ultimatum alla Lituania[31] e il blocco militare sovietico dell'Estonia entrò in azione mentre l'attenzione del mondo era focalizzata sulla conquista di Parigi ad opera della Germania nazista. Due bombardieri sovietici abbatterono l'aereo passeggeri finlandese "Kaleva" che volava da Tallinn a Helsinki trasportando tre buste diplomatiche delle ambasciate statunitensi a Tallinn, Riga ed Helsinki. L'impiegato del Servizio Esteri degli Stati Uniti Henry W. Antheil Jr. morì nell'incidente.[32] insieme ad altri 8 tra passeggeri tra cui due corrieri diplomatici francesi ed equipaggio; il motivo non fu mai chiarito ma tra le ipotesi ventilate ci fu la possibile presenza a bordo della valigetta diplomatica di Antheil dei futuri piani sovietici nella regione del baltico preparati dallo stato maggiore estone.[33]

Il 16 giugno 1940, l'Unione Sovietica invase l'Estonia:[31] l'Armata Rossa uscì dalle basi militari in cui era confinata e fece compagnia ai circa 90 000 soldati sovietici aggiuntivi entrati nel paese. Vjačeslav Molotov aveva accusato gli stati baltici di cospirazione contro l'Unione Sovietica e consegnato un ultimatum in Estonia per l'istituzione di un governo approvato dai sovietici.[34] Ai sensi del patto Briand-Kellogg, il governo estone preferì di non ricorrere alla guerra come mezzo di risoluzione, valutata realisticamente la soverchiante superiorità numerica dei sovietici sia ai confini che all'interno del paese: si preferì dunque non resistere ed evitare spargimenti di sangue.[28]

Il Kaleva e il suo equipaggio prima dell'incidente

Il 17 giugno, il giorno in cui la Francia si arrese alla Germania, l'Estonia accettò l'ultimatum e la sovranità dell'Estonia cessò de facto di esistere.[35] L'occupazione militare della repubblica estone fu completata entro il 21 giugno 1940 e resa "ufficiale" da un colpo di Stato comunista diretto dalle truppe sovietiche.[36]

Dopo che furono bandite delle elezioni parlamentari per nominare i "parlamenti del popolo", a cui erano ammessi a partecipare solo i comunisti e i loro simpatizzanti, prese forma la RSS Estone. Il 6 agosto 1940 l'Estonia fu incorporata, su sua "proposta" nell'URSS. A seguito della parentesi nazista e di una nuova rioccupazione, l'indipendenza della nazione sarebbe stata ripristinata solo nel 1990.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ (EN) Rainer Bauböck; Bernhard Perchinig; Wiebke Sievers, Citizenship Policies in the New Europe, Amsterdam University Press, 2009, ISBN 978-90-89-64108-3, p. 45.
  2. ^ a b Motta, p. 79.
  3. ^ Pietro Grilli Di Cortona, Stati, nazioni e nazionalismi in Europa, Il mulino, 2003, ISBN 978-88-15-09417-9, p. 191.
  4. ^ Motta, p. 77.
  5. ^ Faure e Mensing, p. 193.
  6. ^ Giuseppe D'Amato, Viaggio nell'hansa baltica: l'Unione europea e l'allargamento ad Est, GRECO & GRECO Editori, 2004, ISBN 978-88-79-80355-7, p. 66.
  7. ^ Miljan, p. 11.
  8. ^ (EN) Toivo U. Raun, Estonia and the Estonians (II ed.), Hoover Press, 2002, ISBN 978-08-17-92853-7, p. 113.
  9. ^ a b Enzo Collotti, L'Internazionale operaia e socialista tra le due guerre, Feltrinelli Editore, 1985, ISBN 978-88-07-99043-4, p. 236.
  10. ^ (EN) Società delle Nazioni,?The League of Nations Reconstruction Schemes in the Inter-war Period, LoN, 1945, pp. 134-136.
  11. ^ "Baltic States", Encyclopedia Britannica, link verificato il 5 ottobre 2020.
  12. ^ (EN) Olive Pierce Hartley, The Trade in Iodine, U.S. Government Printing Office, 1928, p. 8.
  13. ^ (EN) Gregory Rutenberg, "The Baltic States and the Soviet Union", Cambridge University Press, vol. 29, cap. 4, ottobre 1935, pp. 598-615, link verificato il 5 ottobre 2020.
  14. ^ (EN) "Years of the Great Depression", Estonica, link verificato il 5 ottobre 2020.
  15. ^ Motta, p. 80.
  16. ^ a b c (EN) Andres Kasekamp, The Radical Right in Interwar Estonia, Springer, 2000, ISBN 978-14-03-91955-7, p. 128.
  17. ^ (EN) "The Republic of Estonia in 1918-1940: authoritarian coup in Estonia in 1934", histrodamus, link verificato il 5 ottobre 2020.
  18. ^ Carolyn Bain, Estonia, Lettonia e Lituania, EDT srl, 2009, ISBN 978-88-60-40463-3, p. 46.
  19. ^ a b Miljan, p. 147.
  20. ^ a b c d Zenonas Norkus, "A Comparison of the Economic Growth of the Baltic States between the Two World Wars", World Political Science, vol. 12, cap. 1, 2016, link verificato il 5 ottobre 2020.
  21. ^ a b c (EN) "Estonia negli anni '30", Stena, link verificato il 6 ottobre 2020.
  22. ^ (EN) "Authoritarian Estonia", Estonica, link verificato il 6 ottobre 2020.
  23. ^ (EN) "Testo del trattato" (PDF), link verificato il 2 giugno 2020.
  24. ^ a b c (EN) Rita Putins Peters, "The Baltic States and the League of Nations: a study of opportunities and limitations", Journal of Baltic Studies, vol. 10, num. 2, estate 1979, pp. 107-114, link verificato il 6 ottobre 2020.
  25. ^ (EN) "Molotov-Ribbentrop Pact and Soviet military bases", Estonica, link verificato il 6 ottobre 2020.
  26. ^ John Keegan, La Seconda guerra mondiale: 1939-1945 Una storia militare, Il Saggiatore, 2018, ISBN 978-88-65-76631-6, p. 171.
  27. ^ Buttar, p. 45.
  28. ^ a b c d Faure e Mensing, p. 247.
  29. ^ Stefano Santoro, L'Italia e l'Europa orientale: diplomazia culturale e propaganda 1918-1943, FrancoAngeli, 2005, ISBN 978-88-46-46473-6, p. 315.
  30. ^ (EN) Testo del trattato, worldlii.org, link verificato il 6 luglio 2020.
  31. ^ a b Gianfranco Dellacasa, La controrivoluzione sconosciuta, Jaka Books, 1977, ISBN 978-88-16-40019-1, p. 371.
  32. ^ (EN) The Kaleva Incident and the Death of Henry Antheil, Jr., lamokaledger.com, 11 luglio 2018, link verificato il 2 giugno 2020.
  33. ^ (EN) Erica Johnson; Anna Hermann, The last flight from Tallinn (PDF), Foreign Service Journal, maggio 2007, link verificato il 6 luglio 2020.
  34. ^ (EN) Kristian Gerner; Stefan Hedlund, The Baltic States and the End of the Soviet Empire, Routledge, 2018, ISBN 978-13-51-05913-8, p. 117.
  35. ^ (EN) Spencer C. Tucker, World War II: The Definitive Encyclopedia and Document Collection, ABC-CLIO, 2016, ISBN 978-18-51-09969-6, p. 588.
  36. ^ (EN) Jean-Jacques Subrenat, Estonia: Identity and Independence, Rodopi, 2004, ISBN 978-90-42-00890-8, p. 134.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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