Jeb Bush

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Jeb Bush
Jeb Bush - Jan 2016 town hall meeting Ankeny Iowa.tiff

43º Governatore della Florida
Durata mandato 5 gennaio 1999 – 2 gennaio 2007
Predecessore Buddy MacKay
Successore Charlie Crist

Segretario al Commercio della Florida
Durata mandato 6 gennaio 1987 – 9 settembre 1988
Predecessore Wayne Mixson
Successore Bill Sutton

Dati generali
Partito politico Repubblicano
Tendenza politica liberale repubblicano
Firma Firma di Jeb Bush

Jeb Bush, all'anagrafe John Ellis Bush (Midland, 11 febbraio 1953), è un politico statunitense, del Partito Repubblicano, 43º governatore della Florida dal 1999 al 2007.

Jeb è un esponente della famiglia Bush: è figlio del 41° presidente degli Stati Uniti George H. W. Bush e fratello minore del 43°, George W. Bush. Seguendo le orme di padre e fratello, si candidò anch'egli alle elezioni primarie presidenziali del GOP del 2016. Dopo risultati fallimentari, si ritirò il 20 febbraio 2016.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

È nato a Midland, nel Texas, e fin dall'infanzia venne chiamato Jeb, acronimo dato delle iniziali del suo vero nome (John Ellis Bush). Quando aveva sei anni, i suoi genitori si trasferirono a Houston dove Jeb praticò il tennis e il baseball. Quando aveva diciassette anni trascorse un anno in Messico per un interscambio culturale: nella cittadina di León conobbe la sua futura moglie Columba.

Nel 1973 si laureò alla Università del Texas a Austin e poco dopo venne inserito della lista di soldati americani da mandare in Vietnam, ma quando arrivò il suo turno il conflitto era già terminato: ciò gli permise di lavorare come bancario prima in Texas e poi a Miami, in Florida. Proprio a Miami fondò la IntrAmerica Investments Inc. avendo come socio l'imprenditore di origini cubane Armando Codina, ma a giugno 1993 lasciò l'azienda per dedicarsi all'attivismo politico: nello stesso periodo si converte dal metodismo al cattolicesimo.

Carriera politica[modifica | modifica wikitesto]

Elezioni generali della Florida[modifica | modifica wikitesto]

Elezioni del 1994[modifica | modifica wikitesto]

Jeb Bush nel 2015

In accordo con la fede repubblicana della sua famiglia, nel 1994 si candidò come governatore della Florida ma venne sconfitto per pochi voti (51% contro 49%) dal candidato democratico Lawton Chiles.

Elezioni del 1998[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1998 ci riprovò e stavolta vinse: la sfida contro il democratico Buddy MacKay si risolse in suo favore dato che Bush riuscì a ottenere il 55% dei consensi. I motivi del successo furono la fiducia concessagli dagli immigrati cubani anti-castristi (l'80% di loro votò per lui) e dagli ispanici (il 56% lo appoggiò). Al contrario, nonostante egli sia un dichiarato filo-israeliano, solo il 44% degli ebrei lo scelse.

Elezioni del 2002[modifica | modifica wikitesto]

Nel 2002 fu rieletto governatore per un secondo mandato col 56% delle preferenze. Lasciò il governatorato della Florida il 2 gennaio 2007, al termine del secondo mandato, come imposto dalla legge di quello Stato.

Elezioni presidenziali 2016[modifica | modifica wikitesto]

Il 15 giugno 2015 Jeb annunciò formalmente, durante un comizio al Miami Dade College, la sua candidatura alle prossime elezioni presidenziali: destò scalpore il fatto che nel logo "Jeb! 2016" non fosse presente il cognome Bush.[1][2]

Tuttavia, già nel 2013, l'anziana madre Barbara aveva affermato pubblicamente la sua posizione sfavorevole alla candidatura presidenziale del figlio: «abbiamo avuto abbastanza Bushes».

All'inizio considerato il grande favorito del GOP alla nomination, sponsorizzato dalla gerarchia del partito e collettore di facoltosi finanziatori elettorali, il conservatorismo convenzionale di Jeb fu ritenuto dai commentatori in grado di intercettare l'elettorato per riconsegnare la Casa Bianca ai Repubblicani nel 2016. Sull'altro versante, quello Democratico, infatti era scontata la designazione dell'ex Segretario di Stato ed ex First Lady Hillary Clinton, il cui marito Bill aveva sfidato (vincendo), il padre di Jeb, George Bush tanto che i giornali parlarono di un nuovo scontro dinastico, dopo un ventennio, tra i Bush per i Repubblicani e i Clinton per i Democratici.

I sondaggi nazionali lo diedero in testa al primo posto col 14% seguito dal Governatore del Winsconsin Scott Walker (13%) che ad un certo punto passerà in testa per poco, e dal Senatore del Kentuchy Rand Paul, entrambi candidati moderati del partito. Tuttavia con l'entrata in scena di candidati ultraconservatori anti-establishment come Donald Trump e Ben Carson, l'astro di Bush subisce un declino inarrestabile.

Il suo consenso precipita rapidamente al 6%, attestandosi dopo i primi test elettorali tra il 4.5%-5.5% (contendendo i voti moderati col Governatore del New Jersey Chris Christie al 3.5%) mentre la sfida alla leadership lo vede contrapposto al miliardario Trump (30%) e al neurochirurgo Carson (20%), entrambi presentatisi con una piattaforma elettorale apertamente critica delle politiche del GOP, considerate corresponsabili del declino economico della classe media. Attaccato, e financo ridicolizzato, come candidato dell'establishment del partito e dello spregiativo "low energy" dal frontrunner Donald Trump - col quale ingaggiò per mesi un duello perdente - Jeb riuscì sempre sconfitto. Nel frattempo, difficoltà vengono registrate nella raccolta fondi perché i grandi finanziatori del GOP cominciano ad abbandonarlo.

Il 1º febbraio 2016 nel primo voto nei caucus dell'Iowa Bush si piazzò solo 6° su 12 candidati - con il 2.8% pari a 5.238 voti con un delegato - superato dal senatore ultraconservatore Ted Cruz (28%), dal miliardario radicale Donald Trump (24%), dal conservatore Tea Party moderato Marco Rubio (23%), divenuto il cavallo dell'élite GOP, ma anche dal neo chirurgo nero Ben Carson (9%) e persino dal senatore libertario Rand Paul al 4.5%

Il 7 febbraio, nelle primarie del New Hampshire, Jeb ottiene un misero 4º posto conquistando 3 delegati con 11% pari a 31.310; a vincere sono per la prima volta Donald Trump al 35% seguito a distanza c'è il Governatore dell'Ohio, il moderato John Kasich col 16% mentre è riuscito a superare per pochissimo il senatore di origine cubane Marco Rubio (quinto col 10.6%) diventato il nuovo candidato dell'establishment.

Dopo la sconfitta in New Hampshire, Bush - che prese apertamente le difese dell'eredità politica di padre e fratello ("ci ha tenuti al sicuro" replicò a Trump che attaccava George W. per gli attentati dell'11 settembre 2001 avvenuti durante la sua presidenza) - decise di farsi accompagnare nei comizi in South Carolina proprio dal fratello. Tuttavia, il peso dell'eredità tossica della guerra in Iraq è un fardello troppo grande sull'ennesimo candidato della dinastia Bush, come fomentato per mesi da Trump. Qui le primarie si trasformano nella pietra tombale di Jeb: 4° su 6 candidati, fuori dal podio con un misero 7.8% per 57.863 voti. Umiliato dall'ennesima disfatta, peraltro dopo aver speso più di qualsiasi altro candidato (oltre 130 milioni di dollari[3]) e non aver vinto nemmeno 1 stato, Jeb si ritira dichiarando: «gli elettori hanno scelto diversamente e ne va preso atto», senza menzionare l'acerrimo avversario Trump.[4]

Curiosità[modifica | modifica wikitesto]

Jeb B. fu il primo a ritirarsi dopo le primarie della Carolina del Sud e il settimo a lasciare l'affollata competizione repubblicana del 2016: dopo Jim Gilmore, Chris Christie, Carly Fiorina (dopo New Hampshire), Rick Santorum, Rand Paul, Mike Huckabee (dopo voto Iowa); il dodicesimo dopo George Pataki, Lindsey Graham, Bobby Jindal, Scott Walker e Rick Perry a lasciare prima delle primarie. Molto atteso sarà il suo appoggio da ex superfavorito che dovrebbe convergere suo nuovo candidato dell'establishment, il senatore Marco Rubio. È il quarto ex candidato a sostenere Cruz dopo l'ex governatore del Texas, Rick Perry, Carly Fiorina e il senatore della Carolina del Sud, Lindsey Graham.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Jeb Bush alla fine si è candidato
  2. ^ Usa 2016, Jeb Bush: "Pronto a guidare l'America". Il logo è senza il cognome
  3. ^ Nicholas Confessore e Sarah Cohen, «How Jeb Bush Spent $130 Million Running for President With Nothing to Show for It», The New York Times.Com, 22 febbraio 2016
  4. ^ Alberto Flores D'Arcais, Jeb Bush si ritira: "Gli elettori hanno scelto diversamente", in La Repubblica, 21 febbraio 2016. URL consultato il 21 febbraio 2016.

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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