Ted Cruz

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Ted Cruz
Ted Cruz, official portrait, 113th Congress.jpg

Senatore degli Stati Uniti, Texas
In carica
Inizio mandato 3 gennaio 2013
Predecessore Kay Bailey Hutchison

Vice procuratore generale del Texas
Durata mandato 9 gennaio 2003 –
12 maggio 2008
Predecessore Jiulie Parsley
Successore James C. Ho

Dati generali
Partito politico Repubblicano
Tendenza politica Conservatore
Firma Firma di Ted Cruz

Rafael Edward Cruz, detto Ted (Calgary, 22 dicembre 1970), è un politico statunitense, senatore federale per lo Stato del Texas.

Candidato alle primarie del Partito Repubblicano in previsione delle elezioni presidenziali del 2016, sconfitto da Donald Trump, si è ritirato il 3 maggio 2016.[1]

Ideologicamente, Ted Cruz si configura come un repubblicano conservatore: è fortemente contrario all'aborto, se non nell'eventualità che la gravidanza metta in pericolo la vita della madre[2], ai matrimoni gay,[3] affermando però che sta al singolo Stato decidere[4], alla limitazione del traffico delle armi[5] e all'aumento delle tasse[6]. Si è espresso molto duramente sull'immigrazione, sostenendo che l'ingresso nel paese dovrebbe essere garantito ai soli cristiani.[7] Sostiene, inoltre, la pena di morte.[8]

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Nato in Canada, Ted è figlio di un immigrato cubano, Rafael Bienvenido Cruz, e di Eleanor Elizabeth (Darragh) Wilson, statunitense di origini irlandesi e italiane. Per i primi quattro anni di vita, Cruz crebbe nel Canada; in seguito i genitori si stabilirono definitivamente a Houston. Ted studiò a Princeton e Harvard e successivamente lavorò come consulente legale per alcuni politici come John Boehner e George W. Bush.

Fra il 2003 e il 2008 ricoprì la carica di Solicitor General del Texas, per poi tornare a svolgere privatamente la professione di avvocato. Nel 2011, quando la senatrice Kay Bailey Hutchison annunciò il proprio ritiro al termine del mandato, Cruz si candidò per il suo seggio e riuscì a vincere le elezioni.

Elezioni presidenziali 2016[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Elezioni primarie del Partito Repubblicano del 2016 (Stati Uniti d'America) ed Elezioni presidenziali negli Stati Uniti d'America del 2016.
Ted Cruz durante un discorso

Il 23 marzo 2015 Cruz annunciò ufficialmente la candidatura alla nomination repubblicana 2016 come presidente degli Stati Uniti d'America alla Liberty University della Virginia[9]. Fu il primo politico in assoluto ad annunciare la propria candidatura alle primarie 2016 per le elezioni presidenziali del 2016.[10]

La sua candidatura rappresenta la destra Tea Party, emersa all'inizio della Presidenza Obama, come reazione alle politiche di sinistra ma pure ai politici di lungo corso dell'establishment del Partito Repubblicano. Cruz è un ultraconservatore in tema fiscale; l'unico a votare per lo Shutdown (chiusura totale dello Stato federale) pur di rigettare l'accordo coi Democratici di rialzo del debito federale nel bilancio annuale; nei temi etici, è contrario all'aborto in qualsiasi caso, ai matrimoni gay, alla legalizzazione della marijuana; contrario a qualsiasi limite al possesso di armi e favorevole alla pena di morte. Chiede l'abolizione immediata della riforma sanitaria dell'Obamacare e una posizione muscolare degli USA contro Russia, Cina e soprattutto il terrorismo islamico da bombardare a tappetto, anche a costo di uccidere civili. Ha una posizione ferrea in tema di immigrazione, favorevole, come Donald Trump, alla costruzione di un muro col Messico, limitando l'ingresso negli USA ai soli cristiani ed è favorevole ad rafforzamento del Patriot Act per limitare le libertà civili per proteggere la sicurezza nazionale contro ISIS e al Qaida. Il bacino di voti naturale di Cruz pareva porsi nella destra evangelica protestante, determinante negli Stati del West e nel Sud chiamati Bible Belt. Secondo Cruz, "la Bibbia deve avere una posizione primaria anche sulla Costituzione": queste posizioni ideologiche gli hanno inimicato da tempo la maggioranza del partito, come l'abitudine di essere spesso l'unico repubblicano a votare al Senato contro qualsiasi compromesso bipartisan. Demonizzato dai colleghi, l'ex Speaker della Camera, il moderato John Boehner, lo ha tacciato come "il più infame degli opportunisti politici".

All'inizio, i sondaggi lo danno tra il 6.5-7% a metà classifica tra i 17 competitor, poco sopra all'altro collega Tea Party, il senatore di origini cubane come Cruz Marco Rubio (5.7-6.3%) lontano dal moderato ex governatore della Florida Jeb Bush (14%), il governatore del Winsconsin, il Tea Party Scott Walker (13%), il senatore libertiano Rand Paul (8.5%) e il neurochirurgo nero ultraconservatore anti-apparato Ben Carson (8%). Con la discesa in campo dei candidati populisti nell'estate 2015, la sfida diventa un duello tra il miliardario newyorkese Donald Trump (29%) e il neurochirurgo nero Ben Carson (22%), neofiti della politica e "insurgents"; Bush precipita al 7%. A settembre la cometa Carson sparisce, la corsa è un duello fra Donald Trump (36-37%), Cruz (16-17%) e Marco Rubio (10-11%).

Slogan di Cruz

Il 1 febbraio 2016, al primo voto nei caucus dell'Iowa i sondaggi prevedono una vittoria di Trump, ma Cruz risulta vincitore col 27.6% con 51.667 voti pari a 8 delegati, superando Trump al 24.3% con 45.429 voti pari con Rubio al 23.1% con 43.228 voti, entrambi 7 delegati. La composizione demografica dell'Iowa lo favorisce: contadini e fattorie, elettorato bianco evangelico, per i cui comizi mobilita anche il padre pastore. La beniamina dei Tea Party, Sarah Palin, ex candidata vicepresidente nel 2008 ed ex governatrice dell'Alaska, tuttavia aveva appoggiato Donald Trump. Trump chiese l'annullamento del voto, o la ripetizione dello stesso, accusando i sostenitori di Cruz di aver fatto circolare la falsa voce del ritiro del neurochirurgo nero Ben Carson (4ª col 9.3%), amato dalla destra evangelica, per vincere. L'apparato del GOP decise di archiviare il caso, per il quale lo stesso Cruz si è dovuto scusare. Le tattiche manipolatorie usate si ritorsero contro Cruz, da allora in poi dileggiato senza sosta da Trump dello spregiativo Lyin Ted, come caratterizzazione di un politico ipocrita e falso, disposto a usare sporchi trucchetti per vincere. Trump accuserà Cruz pure di ineleggibilità, in quanto nato in Canada da genitori americani, fino a ricorrere in un tribunale dell'Iowa per dichiararlo tale; la tesi "birther" fu usata da Trump già anni prima contro Obama.

La vittoria non smuoverà mai né colleghi GOP né finanziatori, i quali preferiscono puntare su Rubio. Il 7 febbraio, le primarie in New Hampshire palesano le difficoltà di Cruz ad imporsi: 3ª col 11.7% pari a 33.168 voti (3 delegati) superato dal governatore del vicino Ohio, il moderato John Kasich col 15.8% e il vincitore Trump col 35.3%. Il 20 febbraio, le primarie della Carolina del Sud, vedono il secondo trionfo di Trump col 33% prendendo tutti i delegati; al secondo posto Rubio (22.5%) e Cruz (22.3%) con una differenza di poco superiore ai mille voti (166.569 voti contro 165.409); gli altri si attestano sotto al 10%. Il 23 febbraio, nel caucus del ricco Nevada la situazione si ripete specularmente: vittoria di Trump col 45% e Cruz al 3º posto col 21% con 16.409 voti (6 delegati); Rubio col 24% con 17.933 voti con una differenza di poco più di mille voti.

Il 1 marzo, il SuperTuesday che mette al voto 15 Stati vede Cruz presentarsi come l'unica alternativa a Trump mentre segna la fine per Rubio. Cruz vince facilmente nel suo Texas con il 44% contro il 27% di Trump. Inoltre, Cruz riesce a vincere anche in Alaska col 36% contro il 34% di Trump (appoggiato qui dall'ex governatrice Tea Party Palin) e 15% di Rubio; in Oklahoma col 34% contro il 28% di Trump e il 26% di Rubio. Cruz, privo di appoggi dei grandi del partito, è stabilmente secondo scalzando Rubio a distanza e spesso insidiando ai punti Trump: Arkansas 30% (Trump 33% Rubio 25%); Minnesota 29% (Rubio 36%, Trump 21%); Tennessee 25% (Trump 39% Rubio 21%); Alabama 21% (Trump 43% Rubio 19%). Arriva terzo col 24% al filo su Rubio col 25% e Trump vincitore col 39% in Georgia; in Virginia col 17% contro il 32% di Rubio e il 35% di Trump; in Massachusetts col 10% contro il 17% di Rubio, il 18% di Kasich e il 49% di Trump; appena il 10% contro il 19% di Rubio, il 31% di Kasich e il 33% di Trump in Vermont. Il bottino di delegati conquistati è impietoso: 456 delegati a Trump (32%), 378 delegati a Cruz (28%), 144 delegati a Rubio (14%), 37 a Kasich e solo 8 a Carson (che si ritira).

Il 5 marzo, le primarie in Kansas, Louisiana, Kentucky, Stati del profondo sud e Maine vedono spartirsi le vittorie tra Trump e Cruz tallonandosi a pochi punti; Rubio è sempre più irrilevante. Nel Kansas Cruz ottiene uno strepitoso 47% contro il 23% di Trump e 17% di Rubio conquistando tutti i delegati; in Maine col 46% contro il 33% di Trump e il misero 8% di Rubio. Tuttavia anche nella grande Louisiana ottiene il secondo posto col 38% contro il 41% del vincitore Trump (Rubio confinato all'11%); in Kentucky col 32% contro il 36% di Trump (magro anche il 16% di Rubio). Il giorno seguente, Puerto Rico regala a Rubio il 71%, il 13% a Trump ed il 9% di Cruz.

L'8 marzo, Idaho gli regala un ottimo 46% contro il 28% di Trump ed il 16% di Rubio, assegnandogli tutti i delegati; negli Stati più grandi di Michigan, Mississippi e Hawaii ottiene dei buoni secondi posti: 25%, 36% e 33% contro 37%, 47% e 42% di Trump (Rubio ormai out al 9%, 5% e 13%). Nei caucus delle Isole Vergini, dove il 65% va agli indipendenti, Cruz arriva primo tra i nazionali col 12% contro il 10% di Rubio ed il 6% di Trump; idem nella piccola isola di Guam: su 9 delegati agli indipendenti vanno 8 ed 1 a Cruz.

Il 12 marzo, il voto nel Distretto di Columbia, ossia la capitale Washington DC, vede la terza vittoria di Rubio, che grazie ai dipendenti del partito ottiene il 37%. Kasich perde per un soffio posizionandosi al 36%. Dietro Trump al 14% e Cruz al 12%. E' prima settimana in cui Cruz ottiene il primato di delegati e dà filo da torcere a Trump : 138 a 128 col miliardario primo per Stati vinti, percentuali e voti ottenuti, anche se di poco.

Il 15 marzo, il Mega Martedì col voto in 6 grandi Stati lancia la candidatura di Cruz come unico vero avversario sul campo di Trump e affonda definitivamente Rubio. Il voto in Florida rappresenta la Waterloo di Rubio: 47% Trump vs 27% Rubio; 17% a Cruz: tutti 99 delegati al tycoon.

Cruz non riesce a vincere, ma diventa l'anti-Trump: nel Missouri parità assoluta al 41% (Trump vince per 2mila voti); in Carolina del Nord 40% contro 36% di Cruz; Illinois 39% contro 30%; in Ohio il governatore Kasich trionfa col 47% contro il 36% di Trump e il 13% di Cruz conquistando tutti i 66 delegati, rimanendo il terzo incomodo nella corsa dopo Trump e Cruz; Trump nelle Isole Marianne va al 73% Cruz fermo al 24%.

Con l'uscita di scena di Rubio, si profila la nomination di Trump. Il candidato sconfitto del 2012 Mitt Romney decide di dare il suo appoggio in Utah a Cruz, seguito da Jeb Bush e Lindsey Graham. Il sostegno a Cruz fu meramente strumentale: qualora dopo le primarie Trump non avesse raggiunto la maggioranza assoluta di delegati (1.237), la designazione del candidato Presidente si sarebbe svolta mediante una "open" o "broken Convention", in cui i delegati avrebbero potuto scegliere, secondo statuto, il candidato indipendentemente dal risultato delle primarie e dal candidato con cui sono stati eletti. Su questa strategia, denunciata da Trump come "rigged", Cruz farà perno: vince col 69% nei caucus in Utah, contro il 17% di Kasich e il 14% di Trump; perde con forte margine in Arizona (28%), con Trump al 46%, e 11% a Kasich. Piccola vittoria in Nord Dakota, dove vincono 17 delegati indipendenti, ma Cruz riesce ad eleggerne 10 contro 1 di Trump e 0 di Kasich; le Samoa Americane lasciano tutti a bocca asciutta: 9 delegati indipendenti e 0 per i nazionali.

Il 5 aprile, le primarie nel Wisconsin segnano lo zenith nella campagna di Cruz. L'appoggio capillare di tutto l'apparato GOP, dal Governatore Walker ai pastori evangelici, dalla stampa alle radio, gli spot televisivi martellanti contro Trump, finanziati dai SUPERPAC, porta Cruz a stravincere col 48%, conquistando 36 delegati; Trump, dopo una settimana di gaffes e dichiarazioni controverse, si ferma al 35% e solo 6 delegati. Dietro ancora Kasich fermo al 16%.

Le successive convention chiuse del Colorado e Wyoming vengono denunciate da Trump e molti elettori inferociti come "primarie senza elettori", frutto di un sistema corrotto che vuole impedirgli di vincere. Infatti, in Colorado, cambiando le regole, i dirigenti locali assegnano a tavolino a Cruz tutti i 30 delegati, e 4 dei 7 delegati indipendenti; in Wyoming Ted conquista 14 delegati, 3 vanno agli indipendenti. Nonostante Trump avesse ottenuto oltre 25 delegati, il 10% e 300 mila voti in più, Cruz riuscì a vincere il doppio degli Stati: 4 a 2, seppure i meno popolosi.

Dopo le sconfitte subite negli Stati del West, Trump risorge nel suo Stato di New York, che Cruz ha offeso a gennaio in un dibattito TV, citando con disprezzo i "New York Values". Qui, Trump ottiene una ciclopica vittoria: 60% pari a 538.779 voti; Kasich 25% pari a 219.770; Cruz relegato al 14%, pari a 126.989. Fu la più grande vittoria alle primarie Repubblicane 2016, vista la nettezza del risultato, la grandezza e l'importanza dello Stato (quarto dopo il 73% di Trump alle Samoa, il 71% di Rubio a Puerto Rico e 69% di Cruz in Utah, ma secondari perché piccoli ed ininfluenti). Per Trump la vittoria ha rappresentato la svolta e il rilancio definitivo; Cruz, incapace di intercettare il crogiolo multietnico newyorchese, dimostra tutta la vulnerabilità di un candidato ultrà religioso.

Il 26 aprile, il SuperTuesday in Pennsylvania, Delaware, Rhode Island, Connecticut, Maryland segna l'approssimarsi della fine per Cruz. Trump stravince dappertutto, sfondando la barriera psicologica del 50%; Cruz è marginalizzato 4 volte su 5 dietro a Kasich, rifiutato dall'elettorato bianco, industrializzato del Midwest. Cruz ottiene il secondo posto col 22% solo nella grande Pennsylvania con Trump al 57% mentre Kasich vicino al 19%; negli altri stati arriva sempre terzo: Delaware (Trump 61%, Kasich 20% Cruz 16%); Connecticut (Trump 58%, Kasich 29%, Cruz 12); Rhode Island (Trump 64%, Kasich 24%, Cruz 10%); Maryland (Trump 54%, Kasich 23% e Cruz 19%). Morale: ben 111 delegati a Trump, Kasich a 6, Cruz a 2.

All'angolo, Cruz stringe un patto di alleanza con Kasich in chiave anti-Trump, lasciando campo libero negli Stati moderati (Nuovo Messico, Oregon, Washington e New Jersey); Kasich avrebbe evitato di fare campagna negli Stati conservatori e agricoli (Indiana, Nebraska, Montana, Sud Dakota, West Virginia) in modo da impedire a Trump di raggiungere la maggioranza dei delegati.[11] La mossa machiavellica non piace agli elettori.

Cruz decide di scegliere l'ex candidata repubblicana 2016, l'ex presidente e ad di HP, Carly Fiorina, come sua candidata vicepresidente. È la prima volta in assoluto che un candidato decide di scegliere il suo vicepresidente senza avere il numero di delegati necessario alla Convention.[12] La scelta è unanimemente bollata come mossa disperata,[13] e sarà controproducente.

Il 3 maggio, le primarie in Indiana (da decenni sempre ininfluenti) rappresentano la pietra tombale per la campagna di Cruz. Trump becca il 53% vincendo in tutti i distretti elettorali dello Stato, Cruz al 37%, Kasich al 8%; a Trump vanno tutti i 57 delegati. Cruz si ritira,[14] seguito il giorno dopo da Kasich.[15] Alla Convenzione nazionale del GOP a Cleveland, tenuta a luglio, Cruz pronuncia un discorso invitando gli elettori a "votare secondo la propria coscienza", contestato dai delegati per il rifiuto di appoggiare Trump; solo il 23 settembre, infine, annuncia ufficialmente il proprio voto a Trump.

Curiosità sulla candidatura di Cruz[modifica | modifica wikitesto]

È il secondo candidato in assoluto (seguito da Marco Rubio e John Kasich) a ritirarsi col maggior numero di Stati vinti (11), delegati (546), voti (7,321,418) e percentuale (27.5%). Come secondo alle primarie, egli ha ottenuto 3 milioni di voti in più rispetto a Mitt Romney e Mike Huckabee (2ª nel 2008) e 4 milioni in più rispetto a Rick Santorum (2ª nel 2012) più che doppiando i delegati ottenuti dagli stessi nel 2008 e 2012 (278 Huckabee 271 Romney e 245 Santorum). È il primo a ritirarsi dopo le primarie dell'Indiana; il secondo americano di origini cubane (nato in Canada da padre cubano e madre statunitense) dopo Marco Rubio (secondo fra i repubblicani e in assoluto), a ritirarsi dopo un voto elettorale. È il decimo dopo Marco Rubio (Florida-SuperTuesday 1 marzo), Ben Carson (SuperTuesday 1 marzo), Jeb Bush (Carolina del Sud), Jim Gilmore, Carly Fiorina, Chris Christie (New Hampshire), Rick Santorum, Rand Paul e Mike Huckabee (Iowa) a ritirarsi dopo un voto elettorale; quindicesimo in assoluto dopo George Pataki, Lindsey Graham, Bobby Jindal, Scott Walker e Rick Perry. È anche il candidato che ha ricevuto più endorsement nel 2016, sia tra repubblicani che democratici, da ex candidati repubblicani: l'ex governatore del Texas Rick Perry, l'ex ad e presidente di HP Carly Fiorina, il senatore della Carolina del Sud, Lindsey Graham, l'ex governatore della Florida Jeb Bush e del governatore del Winsconsin Scott Walker. Ha ricevuto anche l'appoggio di Romney in Utah. È anche il primo candidato del 2016 a scegliere il suo candidato vicepresidente in Carly Fiorina nonché il primo in assoluto a farlo senza aver vinto ancora la nomination ma anzi impossibilitato a raggiungerla alle primarie. È anche il terzo e ultimo battista (della Convenzione del Sud) a ritirarsi dopo Mike Huckabee e Lindsey Graham.[1].

Vita privata[modifica | modifica wikitesto]

Sposato con Heidi Nelson, è padre di due figlie.

Curiosità[modifica | modifica wikitesto]

Cruz è nominato, ed appare successivamente in tv, nel secondo episodio della settima stagione della serie Shameless. Nell'episodio, l'urologo di Carl suggerisce al ragazzo, che ha appena subito un intervento di circoncisione, che guardare i dibattiti televisivi di Ted Cruz è un ottimo modo di evitare un'erezione, molto dolorosa subito dopo l'intervento.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Marco Valsania e Mario Platero, Trump stravince in Indiana, Cruz si ritira. Sanders a sorpresa batte Hillary Clinton, su Il Sole 24 ORE, 4 maggio 2016. URL consultato il 4 maggio 2016.
  2. ^ "http://www.christianpost.com/news/pro-life-sen-ted-cruz-of-texas-to-speak-at-national-right-to-life-convention-in-dallas-98910/"
  3. ^ "http://www.hrc.org/2016RepublicanFacts/ted-cruz"
  4. ^ "http://www.nbc.com/the-tonight-show/video/senator-ted-cruz-on-gay-marriage/n43013"
  5. ^ "http://fivethirtyeight.blogs.nytimes.com/2013/04/18/modeling-the-senates-vote-on-gun-control/?_r=0"
  6. ^ "https://www.washingtonpost.com/news/on-small-business/wp/2015/03/23/what-a-ted-cruz-white-house-could-mean-for-businesses/"
  7. ^ "http://www.newyorker.com/news/amy-davidson/ted-cruzs-religious-test-for-syrian-refugees"
  8. ^ "http://www.nytimes.com/2012/07/22/us/politics/a-history-for-senate-candidate-ted-cruz-and-supreme-court.html?_r=0"
  9. ^ (IT) Ted Cruz si è candidato alla presidenza degli Stati Uniti - Il Post, in Il Post, 23 marzo 2015. URL consultato il 31 ottobre 2017.
  10. ^ [1][collegamento interrotto]
  11. ^ Luca Celada, Crisi Gop, alleanza Cruz-Kasich anti Trump, su il manifesto, 25 aprile 2016. URL consultato l'8 maggio 2016.
  12. ^ Cruz, "Fiorina mio vice incubo per Hilary", su AGI - Agenzia giornalistica Italia, 27 aprile 2016. URL consultato l'8 maggio 2016.
  13. ^ (EN) Rupert Cornwell, Ted Cruz's drafting of Carly Fiorina shows how desperate he is, su The Independent, 28 aprile 2016. URL consultato l'8 maggio 2016.
  14. ^ Ted Cruz si ritira dalle primarie dei Repubblicani. E accidentalmente dà una gomitata alla moglie Heidi, su L'Huffington Post, 4 maggio 2016. URL consultato l'8 maggio 2016.
  15. ^ Anche Kasich annuncia il ritiro: ora Trump corre da solo. Sarà lui il candidato repubblicano, su La Repubblica, 4 maggio 2016. URL consultato l'8 maggio 2016.

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