Invasioni giapponesi della Corea (1592-1598)

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Le invasioni giapponesi della Corea (1592-1598) furono una serie di attacchi portati dal daimyō giapponese Toyotomi Hideyoshi al regno di Corea, che di fatto si conclusero con la morte di Toyotomi.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Soldati coreani e cinesi assaltano le truppe giapponesi trincerate nella fortezza di Ulsan da loro costruita.

L'invasione della Corea altro non era che parte di un ben più ambizioso disegno, probabilmente motivato anche dal desiderio di pace interna. Secoli di guerre avevano popolato il Giappone di uomini che non conoscevano che il mestiere delle armi, e probabilmente Hideyoshi pensò che una spedizione all'estero sarebbe servita a mantenere l'ordine all'interno. Inoltre, una generosa distribuzione del bottino di guerra, tecnica feudale consacrata dalla tradizione, era necessaria per mantenere la fedeltà dei vassalli. Comunque, l'invasione fu soprattutto dovuta alla sfrenata ambizione di Hideyoshi, che sembrava dominato dalla brama di conquistare altri mondi. Infatti la grande Cina, e non la piccola Corea, era il suo obiettivo finale, accennando persino al trasferimento dell'imperatore e della capitale del Giappone a Pechino, non rendendosi d'altra parte conto della grandezza dell'impresa. A quanto pare considerava la conquista della Corea e della Cina esattamente come l'asservimento del Giappone occidentale o settentrionale, dispiegando infatti forze molto meno ingenti di quelle schierate sia contro gli Shimazu che contro gli Hojo.

Nell'aprile 1592 i suoi generali invasero la Corea. Nel giro di un mese i giapponesi controllavano praticamente l'intero paese. Comunque molto presto il popolo coreano si ribellò con l'aiuto della Dinastia Ming. La resistenza condotta da Yi Sun Sin forzò l'esercito giapponese a ritirarsi dalla Corea nel dicembre 1592.

Durante le fasi della guerra, anche le truppe cinesi entrarono sul suolo coreano per combattere i giapponesi, ma spesso compirono crudeltà contro i civili coreani che rivaleggiavano con quelle compiute dagli occupanti. Un episodio importante delle campagne fu l'assedio di Ulsan del 1597, che non espugnò il castello ma procurò gravi perdite agli assediati. L'assedio venne ripetuto l'anno dopo. Altro episodio importante fu la battaglia di Sacheon nel 1598.

Insoddisfatto Toyotomi ritentò nel 1596 di invadere la Corea con la Battaglia di Keicho. Questa volta i giapponesi incontrarono una ben preparata difesa congiunta coreano-cinese ed infine dovettero arrendersi. L'invasione della Corea diede vita ad un'eredità di mutua inimicizia tra la Corea ed il Giappone. Quasi un terzo dell'esercito giapponese di 150.000 uomini morì nel solo inverno del 1592, ma non abbandonarono Seoul che nel 1593 dopo averla incendiata e rasa al suolo. Durante la seconda invasione ordinò ai suoi generali di uccidere tutti quelli che resistevano alle truppe giapponesi, donne e bambini inclusi, e di tagliare loro i nasi, di cui Toyotomi collezionò decine di migliaia in una grande pila conosciuta oggi con il nome ingannevole di "Tumulo delle Orecchie", situata vicina al suo Mausoleo, l'Hokoku-byo nel tempio Hokoku in Kyōto.

Nel 1598 alla sua morte l'armata giapponese si ritirò e le battaglie terrestri terminarono. L'ammiraglio Yi Soon Sin inseguì la flotta giapponese in ritirata e nello scontro finale della guerra, la battaglia di Noryang, metà della restante flotta giapponese venne affondata o comunque non fece ritorno[1].

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ The major naval battles su Koreanhero.net. URL consultato il 23 dicembre.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

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