Eusebio Bava
| Eusebio Bava | |
|---|---|
| Nascita | Vercelli, 6 agosto 1790 |
| Morte | Torino, 30 aprile 1854 |
| Dati militari | |
| Paese servito | |
| Forza armata | |
| Anni di servizio | 1802 - 1849 |
| Grado | Generale d'armata |
| Guerre |
Guerre della Quarta coalizione |
| Battaglie | Battaglia di Jena Assedio di Danzica (1807) Assedio di Saragozza Battaglia di Grenoble Battaglia del ponte di Goito Battaglia di Santa Lucia Battaglia di Goito Seconda battaglia di Governolo Battaglia di Custoza (1848) |
| Studi militari | École spéciale militaire de Saint-Cyr |
| Altre cariche | Ministro della guerra del Regno di Sardegna |
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| Eusebio Bava | |
|---|---|
| Ministro della guerra del Regno di Sardegna | |
| Durata mandato | 18 settembre 1849 – 2 novembre 1849 |
| Monarca | Vittorio Emanuele II di Savoia |
| Capo del governo | Massimo d'Azeglio |
| Predecessore | Enrico Morozzo Della Rocca |
| Successore | Alfonso La Marmora |
| Senatore del Regno di Sardegna | |
| Durata mandato | 31 luglio 1849 – 30 aprile 1854 |
| Legislatura | dalla I (nomina 3 aprile 1848) alla V |
| Tipo nomina | Categorie: 14, 20 |
| Incarichi parlamentari | |
Commissioni:
Deputazioni:
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| Sito istituzionale | |
| Dati generali | |
| Partito politico | Conservatori (indipendente) |
| Titolo di studio | Accademia militare |
| Professione | Militare di carriera |
Giovanni Battista Eusebio Bava (Vercelli, 6 agosto 1790 – Torino, 30 aprile 1854) è stato un generale e politico italiano. Fu il comandante di uno dei due corpi d’armata del Regno di Sardegna che impegnarono gli austriaci durante la prima guerra d’indipendenza. Il suo contributo fu determinante nelle vittorie del ponte di Goito, di Goito e di Governolo; e fu decisivo a non subire gravi sconfitte a Santa Lucia e a Custoza, con la quale il Piemonte perse la prima campagna della guerra.
Dopo la prima campagna ottenne la carica di comandante supremo, tuttavia Bava accusò il re di Sardegna Carlo Alberto di avere interferito nelle sue decisioni, portando l’esercito alla sconfitta. Fu, pertanto, allontanato dal comando e nominato ispettore generale. Riprese le ostilità contro l’Austria, Carlo Alberto, che aveva sostituito Bava con un generale polacco, fu catastroficamente sconfitto nella battaglia di Novara, dopo la quale fu costretto ad abdicare.
Il nuovo re Vittorio Emanuele II volle riabilitare la figura di Bava e lo nominò ministro della Guerra. Ma il generale, in disaccordo con il governo, non accettò compromessi e rinunciò, dopo un mese e mezzo, all’incarico.
Lo storico militare Piero Pieri lo definì “l'unico generale innegabilmente d'un certo rilievo” del periodo, sostenendo che, “ad onta dei suoi difetti e delle sue manchevolezze, il generale Eusebio Bava rimane a nostro avviso il miglior generale comandante d’esercito che il Piemonte abbia avuto nel Risorgimento italiano”[1].
Biografia
[modifica | modifica wikitesto]Il periodo napoleonico (1805-1814)
[modifica | modifica wikitesto]Nato da un orologiaio[2] durante le guerre napoleoniche a Vercelli, nel Regno di Sardegna, e cresciuto quando il Piemonte apparteneva all’Impero francese, Eusebio Bava, in giovane età, frequentò la scuola militare di Saynt-Cyr a Fontainebleau. Nel 1805, a quindici anni, volle entrare nell’esercito di Napoleone Bonaparte come sottufficiale e, con il grado di furiere, fu assegnato al 21° Reggimento leggero. L’anno successivo prese parte alla Campagna napoleonica della Quarta coalizione contro la Prussia, distinguendosi, nonostante l’età, nella battaglia di Jena e, nel 1807, nell’assedio di Danzica[3].
Promosso sottotenente, fu inviato con il 31º Reggimento, nel 1808 nel nord della Spagna, in Navarra, dove era scoppiata un’insurrezione a seguito della sconfitta francese di Bailén. Partecipò all’assalto del borgo fortificato di Sos e all’assedio di Saragozza. Dalla fine del 1808 e nel 1809 prese parte alla Campagna di Napoleone in Spagna, al seguito dell’armata del generale Nicolas Jean-de-Dieu Soult, ma fu ferito e a Porto, in Portogallo, fu catturato dagli inglesi[3].
Nel dicembre 1810 riuscì ad evadere su di un’imbarcazione mercantile e tornò in Spagna a comandare una colonna mobile contro la guerriglia antinapoleonica nelle province di Álava e Gipuzkoa, nei Paesi Baschi. In questa occasione s’impadronì audacemente della città di Lekeitio sottraendola ad una banda di insorti. L’azione gli fece ottenere la Legion d'onore. Rientrato nel 31° Reggimento e promosso capitano, combatté in Spagna e Portogallo dal 1811 al 1814 e, dopo la battaglia di Tolosa e la Restaurazione post-napoleonica, ottenne da Luigi XVIII per sé e i suoi commilitoni di tornare tranquillamente in Italia[3].
Nell’esercito piemontese (1814-1848)
[modifica | modifica wikitesto]Eusebio Bava nel luglio 1814 tornò a Torino e il suo battaglione fu inquadrato nel corpo dei Cacciatori piemontesi. Dopo la battaglia di Waterloo, ci fu la riconquista dei Savoia del Regno di Sardegna e Bava partecipò, nell’ambito delle guerre della Settima coalizione con il grado di capitano dei volteggiatori alla battaglia di Grenoble, vinta dai piemontesi. Per il valore dimostrato fu insignito della Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro e poco dopo della Croce dell’Ordine militare di Savoia[4].
La sua carriera militare proseguì spedita anche in tempo di pace: nel 1820 fu promosso maggiore durante l’attività di repressione del brigantaggio in Sardegna. Nel 1825, inquadrato nella Brigata “Casale”, fu nominato tenente colonnello. Passato alla “Piemonte”, cinque anni dopo fu promosso colonnello. Nel 1832 gli fu assegnato il comando della brigata “Piemonte” con il grado di Maggior generale e nel 1839 il comando della divisione di Torino, cosa che gli comportò la promozione a Luogotenente generale l’anno dopo. Nel 1847 fu nominato governatore e comandante della divisione di Alessandria e l’anno successivo assunse il comando del 1º Corpo d’armata[4].
Al di là della carriera, in quegli stessi anni, dopo l’investitura a re di Sardegna di Carlo Alberto di Savoia, nel 1837 fu inviato come osservatore alle grandi manovre austriache a Verona dove si contrapponevano il Corpo d’armata del generale Josef Radetzky e quello del generale Ludwig von Wallmoden-Gimborn. Analogamente assistette, nel 1843, alle grandi manovre in Francia, a Lione. Nel 1844 fu insignito da Carlo Alberto del titolo di barone[4].
La campagna militare del 1848
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Dopo le Cinque giornate di Milano, il re di Sardegna Carlo Alberto decise di dichiarare guerra all’Impero austriaco il 23 marzo 1848. Iniziava così la prima guerra d’indipendenza. L’esercito piemontese era composto dal 1º Corpo d’armata comandato da Eusebio Bava, dal 2º Corpo comandato da Ettore de Sonnaz e dalla 5ª Divisione di riserva che era agli ordini di Vittorio Emanuele, erede di Carlo Alberto. Il Re era anche il capo supremo, ed era affiancato dal suo fido e arrendevole capo di stato maggiore, Carlo Canera di Salasco, e da Antonio Franzini, ministro della Guerra: un timido liberale poco coinvolto nella guerra rivoluzionaria che Carlo Alberto avrebbe voluto combattere. Il Re teneva comunque conto dell’opinione dei due suoi comandanti i Corpi d’armata, soprattutto di quella di Bava, che durante la Campagna, il 3 aprile, fu nominato senatore[5][6].
Ma l’impulso rivoluzionario che doveva muovere il Piemonte contro l’Austria era assente e subito dopo la dichiarazione di guerra Carlo Alberto, che non disponeva di alcun piano strategico, pose l’esercito sulla difensiva, mancando l’occasione di colpire le forze austriache di Radetzky in ritirata verso il Quadrilatero. Durante il corso del conflitto Bava si dimostrò il migliore dei generali piemontesi, benché fosse anch’egli come Franzini cauto e metodico. Più volte intuì la soluzione migliore da adottare sul campo di battaglia, ma alcuni aspetti del suo carattere (era molto irascibile) e il fatto che Carlo Alberto modificasse i suoi piani contro il suo parere, crearono un’atmosfera di tensione che danneggiarono la conduzione della guerra, per la quale, mancò un effettivo comando supremo[7].
La battaglia del ponte di Goito
[modifica | modifica wikitesto]L'8 aprile quasi tutto l'esercito austriaco, comandato dal generale Josef Radetzky, si era ritirato sulla sponda sinistra del Mincio[N 1], lasciando a guardia dei ponti di Goito, Valeggio e Monzambano alcune truppe per ostacolare l'avanzata nemica[8]. Fu il generale Bava che di sua iniziativa stabilì che si dovesse prendere subito Goito incolonnando alle 7 di mattina la 1ª Divisione del generale Federico Millet d'Arvillars sulla strada che da Gazoldo conduce a Goito e poi al suo ponte sul Mincio[9]. L’azione, che fu denominata battaglia del ponte di Goito, fu rapida e vittoriosa e coronò di un’aura di leggenda le gesta della fanteria piemontese, nella quale operavano per la prima volta i bersaglieri.
Nella sua relazione Bava scrisse che a Goito l'avanguardia della 1ª Divisione urtò contro le forze austriache tra le 8 e le 9 dell'8 luglio in vista di Goito. I bersaglieri e il drappello di cavalleria attaccarono i Kaiserjäger che erano a guardia dell'ingresso al paese[10] e «rapidamente li fugarono». Bava scrisse inoltre: «Questo primo e splendido fatto d'armi contro le migliori truppe austriache condusse in nostro potere cento prigionieri ed un cannone, soddisfece pienamente S. M. [Sua Maestà] che degnavasi venire in persona sul luogo a premiare i più valorosi.»[11].
Il piano di Bava prima della battaglia di Santa Lucia
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Dopo l’ulteriore successiva vittoria nella battaglia di Pastrengo, della quale fu protagonista il 2° Corpo di De Sonnaz, Carlo Alberto, con le sue truppe che erano arrivate al fiume Adige volle determinare con un’azione militare il ritiro delle forze austriache dal campo di battaglia e il loro ritiro a Verona[12]. Il 3 maggio 1848 re Carlo Alberto rivelò a Bava che si stava segretamente contattando la cittadinanza di Verona affinché potesse insorgere all’assalto dei soldati piemontesi e che probabilmente a quel punto gli austriaci avrebbero affrontato i piemontesi in campo aperto. Il Re invitò quindi il generale a fornirgli un piano[13].
Il giorno dopo, Bava fece avere al Re un progetto di “ricognizione offensiva” contro Verona. In questo progetto l’attacco doveva essere condotto dalle due divisioni del 1º Corpo dell’esercito comandato da Bava con la Divisione di riserva pronta a intervenire. Il generale supponeva che il nemico avrebbe opposto alle sue divisioni una debole difesa sul fronte avanzato di cui sopra e poi si sarebbe ritirato su Verona. Tale azione, ottenendo lo scopo di prendere possesso delle alture tra Chievo, Croce Bianca, San Massimo e Santa Lucia, avrebbe respinto gli austriaci della linea avanzata e consentito ai piemontesi di studiare da presso la reale consistenza della piazzaforte di Verona. Nell'eventualità però che Radetzky fosse venuto allo scontro in campo aperto e che i veronesi fossero insorti, lo scenario sarebbe cambiato e sarebbe stata utilizzata, per sfruttare al massimo ogni eventualità, la Divisione di riserva[13].
Carlo Alberto sottopose il piano al ministro Franzini, il quale lo modificò e il 5 maggio ne presentò la nuova versione che prevedeva l'inizio delle manovre per la mattina del giorno seguente. L’impostazione di Bava rimaneva, ma sarebbe stata impegnata una divisione in più. Tuttavia si sarebbe trattato di una ricognizione più cauta di quanto previsto da Bava: una volta occupate le alture il movimento in avanti avrebbe avuto termine, con l'aspettativa che il nemico dentro le mura non sarebbe uscito e che la popolazione di Verona non sarebbe insorta[14].
La conquista piemontese di Santa Lucia
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La difesa austriaca attorno Verona, benché costituita da un limitato numero di soldati, era molto forte perché il terreno si presentava particolarmente adatto alla difesa. Tuttavia, la linea difensiva aveva un punto di inferiore efficacia alla sua sinistra, cioè verso Santa Lucia, dove gli impedimenti naturali erano meno forti. Ma né Bava, né Franzini avevano pensato a una manovra importante da questo lato, che avrebbe consentito di aggirare l’intero fronte difensivo. L’assalto principale era invece previsto verso il centro, contro San Massimo, dalle due località di Sona e Sommacampagna[15].
L’attacco piemontese alla battaglia di Santa Lucia si svolse il 6 maggio 1848. Ci furono subito problemi di coordinamento delle unità e difficoltà di comunicazione tra Franzini e Bava. Fatto sta che quest’ultimo, resosi conto della minore forza della difesa austriaca presso Santa Lucia, contravvenendo al piano trasferì contro Santa Lucia l’attacco principale e tutta la 1ª Divisione fu chiamata ad appoggiare la 2ª Divisione, anzi, ad anticiparla nella manovra di destra[16].
Intanto Carlo Alberto aveva raggiunto la prima linea e si poneva rischiosamente in posizione molto avanzata, incurante del pericolo. Bava allora si risolse ad attaccare il villaggio di Santa Lucia con la sola Brigata “Aosta” senza tenere conto delle altre unità che si stavano concentrando. Durante l’avanzata piemontese, a circa 200 metri dalle posizioni austriache il fuoco si fece molto violento e Bava dovette manovrare per schierare i primi battaglioni in linea di tiro. L’operazione riuscì perfettamente e la linea riprese ad avanzare, poi si fermò e iniziò il fuoco di fila contro gli austriaci, ben preparati a difesa[17]. Particolarmente adatto a resistere si rivelò il cimitero del villaggio che su tre lati era fornito di feritoie. Lo scontro durò un’ora circa, dalle 10 alle 11. I rinforzi previsti tardavano ad arrivare, ma verso le 11 giunse la Brigata “Guardie” della Divisione di riserva, che venne subito dispiegata. Dopo di che Bava condusse personalmente all'attacco due battaglioni delle Guardie riuscendo a occupare località Pellegrina sulla linea difensiva austriaca, ma non si trattò di uno sfondamento e il successo rimase limitato[18].
Concentratesi finalmente le forze piemontesi, dalle 12:30 partì l’assalto generale che portò alla conquista del cimitero di Santa Lucia. Più a sud i piemontesi conquistarono la località Colombara e da lì diressero verso il centro del villaggio penetrandovi. Così, la lotta cruenta durata quattro ore, dalle 10 alle 13, ebbe termine. Gli austriaci furono obbligati ad abbandonare le forti posizioni e si ritirarono a Verona. Di conseguenza alle 13 circa i piemontesi conquistarono Santa Lucia e Carlo Alberto potette scrutare la città nella speranza di avvistare un indizio di sommossa anti-austriaca, che non vi fu[18].
La sconfitta piemontese a Croce Bianca
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Quasi contemporaneamente alle azioni su Santa Lucia, sull’altra ala dello schieramento dell’esercito di Carlo Alberto, quella sinistra, si combatteva per il villaggio di Croce Bianca. Qui la 3ª Divisione del generale Mario Broglia raggiunse gli avamposti austriaci verso le 11,30. Le linee austriache erano perfettamente disposte dietro i caseggiati, le siepi e le marogne di massi che dominavano la depressione che doveva essere attraversata dai piemontesi[19]. I battaglioni di Broglia cominciarono ad avanzare in linea, fortemente contrastati dal nemico[20]. La 3ª Divisione si trovava per di più con il fianco destro scoperto perché le truppe piemontesi contro San Massimo avevano deviato verso Santa Lucia. Poi, dopo le 14, giunse a Carlo Alberto la notizia che Broglia aveva rinunciato alla presa di Croce Bianca. La notizia indusse il Re a ordinare il ripiegamento. D’altronde Radetzky non era uscito con i suoi uomini da Verona, né la cittadinanza di questa era insorta come i piemontesi speravano[21].
Fra le 14,30 e le 15, le truppe piemontesi si disposero a ripiegare su tutto il fronte. Proprio in questa fase si ebbe una energica controffensiva austriaca. L’attacco venne respinto, ma Radetzky rincalzò l’assalto con forze provenienti dalla guarnigione di Verona. Giunti gli austriaci però a Santa Lucia, trovarono le prime case sgombre constatando che ovunque le posizioni erano state abbandonate dai piemontesi. Alle 18 la battaglia poteva dirsi terminata e gli austriaci potevano considerarsi i vincitori[22][23].
La battaglia di Goito
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Dopo Santa Lucia l’iniziativa della conduzione della guerra passò agli austriaci che cominciarono ad affermare la loro superiorità con la battaglia alle porte di Verona di Curtatone e Montanara, contro i volontari italiani. La battaglia fu vinta dagli austriaci, ma la resistenza dei volontari consentì alle truppe piemontesi di organizzarsi per contrastare l’offensiva austriaca.
Il giorno prima dei fatti di Curtatone e Montanara il comando piemontese si persuase che il grosso dell’esercito nemico si era riparato a Mantova. Fu accolta quindi la proposta di Bava di un ritiro di alcune unità delle divisioni del generale Vittorio Garretti di Ferrere e del generale Federico Millet d'Arvillars dalla zona di Custoza a Goito[24]. In seguito a questi ordini, nella notte precedente al 30 maggio 1848, dai 19 ai 20 000 uomini appartenenti al 1º Corpo di Bava e alla Divisione di riserva piemontesi erano scaglionati in tre gruppi tra Valeggio e Goito lungo il Mincio, altri presidiavano Villafranca, più a est, e altri ancora erano sulle alture di Sona, a nord-est, a fare da collegamento con il 2º Corpo schierato fra Pastrengo e Pacengo. Il comando piemontese sapeva di un attacco, non molto energico, degli austriaci avvenuto in quelle ore a Calmasino ed era evidente che la maggior forza dell’azione nemica sarebbe arrivato da sud, confermata dalla disfatta dei volontari a Curtatone e Montanara. Bava decise quindi di spingersi “sopra Goito” e le truppe che erano al suo comando mossero da Volta verso sud alle 8:30 del mattino[25].
Il 30 maggio si combatté, quindi la battaglia di Goito. La manovra d’attacco degli austriaci fu quanto mai scoordinata. Alle 15:30 la brigata del colonnello Ludwig von Benedek assalì, quasi senza dispiegarsi, l’ala sinistra piemontese[26]. Gli uomini di Carlo Alberto risposero con il fuoco di 16 pezzi d’artiglieria mentre i battaglioni piemontesi si disponevano per la battaglia. Alle artiglierie del generale Bava risposero a un chilometro di distanza quelle austriache e, mentre durava questo duello con vantaggio dei cannoni piemontesi, le vedette di questi ultimi intravidero il movimento di altre unità nemiche fra le località di Loghino e Cagliara[27]. Questi rinforzi consentirono un certo successo iniziale alle forze di Radetzky. Bava decise allora di fare avanzare la seconda linea: sulla destra la Brigata “Guardie” del generale Carlo Biscaretti, e sulla sinistra la Brigata “Aosta” di Claudio Seyssel d'Aix. Ciò avvenne tra le 16:30 e le 17:00[28].
E fu proprio un violento attacco della “Aosta” a decidere le sorti della battaglia. Nel tardo pomeriggio Radetzky giudicò troppo deboli le sue forze per continuare l’attacco e diede l’ordine di far ripiegare le truppe fuori dal raggio dei cannoni piemontesi. D’altro canto Bava, vedendo che ormai i battaglioni della sua ala destra guadagnavano terreno, fece con un largo giro passare da quella parte anche gli squadroni del Reggimento “Nizza Cavalleria”. Tale unità si portò sul fianco del nemico impegnato, di fronte, da uno squadrone dell’”Aosta Cavalleria”. Il ripiegamento austriaco si trasformò così in una veloce ritirata, mentre, davanti all’ala sinistra piemontese, l’inseguimento era portato dai battaglioni del 10º Reggimento napoletano[N 3] e dell’11° piemontese[29].
La sconfitta austriaca fu dovuta al fatto che Radetzky non riuscì ad utilizzare tutte le truppe che aveva a disposizione e, soprattutto la cavalleria. Ma anche da parte piemontese si commisero errori. Lo spostamento delle unità fu tardivo e difettoso e il terreno scelto era poco favorevole. Tuttavia, Bava schierò le sue forze al meglio e diresse bene la battaglia, adoperando abilmente le truppe di seconda e terza linea, mentre la sua artiglieria si mostrò superiore a quella austriaca. Ma i risultati non furono quelli aspettati, e ciò perché la vittoria di Goito fu tattica e non strategica: l’iniziativa rimaneva nelle mani degli austriaci[30].
L’assedio di Mantova e la battaglia di Governolo
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In Veneto, intanto, le truppe austriache ottenevano significativi vantaggi sui volontari italiani impegnati nella difesa della Repubblica di San Marco. Il 10 giugno era caduta Vicenza, il 13 Padova e Treviso e il 24 Palmanova[31][32]. Avvertito dell'avanzata austriaca su Vicenza, Carlo Alberto l'8 giugno decise di riavvicinarsi a Verona, ma ponendosi l’obiettivo solo di attaccare a nord-est di Peschiera e occupare Rivoli[33]. Gli austriaci si ritirarono senza combattere e l'occupazione di Rivoli rafforzò tatticamente l'ala sinistra dello schieramento piemontese, ma la indebolì strategicamente, in quanto la prolungò troppo[34].
Questa situazione, che vedeva gli austriaci rafforzati sul fronte piemontese di 3 dei 4 Corpi non più impegnati in Veneto, portò Bava, il 19 giugno, a raccomandare a Carlo Alberto di evitare azioni offensive e di ritirarsi sul Mincio. Per tutta risposta Carlo Alberto gli chiese un piano per porre d’assedio Mantova. Il piano di Bava fu giudicato dal Re troppo impegnativo e chiese un secondo piano che consentisse di mantenere le posizioni conquistate. Bava, molto contrariato, stilò un secondo piano che finì per essere un discutibile compromesso. Fu quindi posto l’assedio di Mantova e le truppe piemontesi di linea rimasero inoperative per un altro mese in una posizione molto esposta[35].
Gli austriaci, intanto, si andavano riorganizzando e rinforzando. Dopo una puntata a Ferrara una brigata austriaca occupò il 16 luglio Governolo, lasciandovi 5 compagnie e ritirandosi poi nel Quadrilatero. Bava, che temeva un’azione nemica da questa posizione verso Modena, decise di attaccarla con una brigata. Il 18 luglio iniziò quindi la battaglia di Governolo che si combatté inizialmente fra le due sponde del Mincio. Improvvisamente però una compagnia di bersaglieri che aveva risalito il corso d'acqua in barca, assalì sull'argine gli austriaci e riuscì ad abbassare il ponte levatoio sul fiume, consentendo alla cavalleria piemontese di attraversarlo. Gli austriaci si ritirarono, furono circondati e quasi tutti (400 soldati) catturati[36].
L’offensiva austriaca su Rivoli e Salionze
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La battaglia di Governolo fu una brillante vittoria dell'esercito sabaudo che tuttavia ora si trovava disteso lungo una linea di ben 70 chilometri, da Rivoli a Governolo. Una linea di resistenza troppo debole e, data la mancanza di lavori di rinforzo, debole in ogni punto[37]. Il 1º Corpo di Bava era impegnato nel blocco di Mantova e costituiva il fronte sud dello schieramento. Al centro e al nord si dispiegava il 2º Corpo del generale De Sonnaz. Tutto lo schieramento era rivolto a est per cui il 1º Corpo costituiva l’ala destra e il 2° l’ala sinistra e il centro.
Il 22 luglio la sinistra dello schieramento fu attaccato da nord presso Rivoli dal 3º corpo austriaco che fu fermato e contrattaccato. Cominciava così quella serie di scontri che oggi porta il nome di battaglia di Custoza. De Sonnaz intuì però che l'azione austriaca mirava a richiamare forze alla sinistra per indebolire il centro e, nella notte, fece iniziare il ripiegamento[38]. Il mattino del 23, infatti, Radetzky sferrò un grande attacco verso il Mincio fra Sona e Sommacampagna. L'attacco trovò una difesa in molti punti tenace, ma la sproporzione delle forze era troppo grande e a mezzogiorno gli austriaci avevano già conquistato le posizioni che gli italiani tenevano da quasi tre mesi. Nel pomeriggio del 23 luglio il 2º Corpo di De Sonnaz era ovunque in ritirata e si concentrava a est di Peschiera[39]. Ma la mattina dopo, a sud di Peschiera, a Salionze, le truppe piemontesi, molto stanche per la marcia, furono ancora battute. De Sonnaz decise allora di ritirarsi su Volta[40].
La controffensiva di Bava su Staffalo
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Intanto, più a sud, allertato dai colpi di cannone, Bava si allertava e disponeva, su comando di Carlo Alberto di assicurarsi, ben al di là del Mincio, la posizione di Villafranca. Per cui, passate le truppe austriache il fiume, gli schieramenti non si affrontavano più in direzione est-ovest ma in direzione nord-sud. Nel pomeriggio del 24 gli austriaci erano infatti interamente padroni dei passi sul Mincio di Salionze, Monzambano e Valeggio. Nello stesso tempo, alle 16:30, forze piemontesi del 1º Corpo guidate da Bava che avevano risalito la sponda sinistra del fiume da Mantova attaccarono inaspettatamente il fianco sinistro dell'avanzata austriaca, tentando di aggirarlo e di arrivare alle sue spalle. Così la 1ª Divisione di riserva di Vittorio Emanuele fra Sommacampagna e Custoza si scontrò con una brigata austriaca nell'avvallamento di Staffalo, il punto meno forte dello schieramento nemico. Dopo quasi quattro ore di combattimenti gli austriaci si ritirarono contando 50 morti e 104 feriti, e lasciando 1 160 prigionieri ai piemontesi. Questi ultimi contarono invece solo 16 morti e 54 feriti. La vittoria sollevò il morale di Carlo Alberto che, non conoscendo chiaramente la sorte del 2° Corpo, si illuse di aver colpito gli austriaci in modo decisivo[41]. Radetzky, nel suo tentativo di passare subito il Mincio, venne così a essere minacciato alle spalle; ma appena se ne accorse richiamò le colonne che avevano varcato il fiume[42].
Carlo Alberto, intanto, guidava con modeste qualità strategiche il suo esercito e con la presunzione di poter fare e disfare piani senza confrontarsi con Bava e con i suoi collaboratori. Bava, infatti, non conosceva le intenzioni del Re, né importanti informazioni che Carlo Alberto riservava a se stesso, così come la vittoria che credeva di poter facilmente conseguire. Il Re decise infatti che la manovra che aveva avuto successo a Staffalo doveva proseguire e che, tuttavia, bisognava prendere contatti con le forze di De Sonnaz al di là del Mincio. Ma Radetzky prevenne i piemontesi e attuò una conversione a destra trovandosi ad attaccare il nemico su Custoza e Sommacampagna da nord-ovest. Gli austriaci avanzavano con il 2º Corpo a cui seguirà il 1°; in seconda linea avanzeranno anche il 3º corpo e il 1° di riserva. La sproporzione di forze risultò evidente. 24 battaglioni, 17 squadroni e 42 cannoni di Bava mossero al mattino del 25 luglio contro 43 battaglioni, 32 squadroni e 157 pezzi d'artiglieria di Radetzky. 20 000 piemontesi contro 40 000 austriaci[43][44].
La battaglia a Custoza
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Intorno alle 10 dello stesso 25 luglio iniziò l’attacco piemontese ordinato da Carlo Alberto. Assalto che dovette essere subito interrotto per la palese superiorità di forze degli austriaci. Né si conosceva la situazione e la posizione del 2º Corpo di De Sonnaz. Fra le 11 e le 12:30 il duca di Genova (ala destra dello schieramento di Bava), presso Sommacampagna, respinse tre attacchi successivi; mentre al centro, pur dopo una vigorosa resistenza, i piemontesi abbandonarono alcune posizioni. Alle 13:30 venne sferrato il sesto attacco del 2º corpo austriaco comandato da Konstantin d'Aspre, per cui le difese di Sommacampagna dovettero ritirarsi su Staffalo e Custoza. Alle 15 giunse la notizia che de Sonnaz, che aveva avuto in ritardo gli ordini di Carlo Alberto, non sarebbe potuto entrare in azione dalla sponda destra del Mincio che dopo tre ore, a causa della stanchezza delle truppe[45].
Alle 16 dal lato di Valeggio (ala sinistra dello schieramento piemontese) si sviluppò da più punti il contrattacco generale del 1º corpo austriaco di Eugen Wratislaw trovando una difesa accanita nei soldati di Bava che tuttavia dovettero, anche se lentamente, ritirarsi. Carlo Alberto e Bava decisero, a questo punto, per la ritirata generale, ma l’ordine arrivò in ritardo ai reparti, o non arrivò proprio. Al centro era infatti ripresa la battaglia e sull'ala destra piemontese alle 17:15 venne scagliato l'ultimo risolutivo attacco austriaco. Il duca di Genova, minacciato di avvolgimento da entrambi i lati, alle 17:30 ordinò la ritirata su Villafranca[46].
Ripiegate l'ala sinistra e l'ala destra dello schieramento di Bava, al centro, la difesa affidata al colonnello Enrico Morozzo Della Rocca si trovò sola con i battaglioni assottigliati e sfiniti. Alle 17:45 subì un nuovo attacco che fu ancora una volta respinto. Ma alle 18:30 gli austriaci avanzarono ancora, sostenuti dall'artiglieria e gli uomini di Bava, sempre combattendo, ripiegarono su Custoza. Alle 19:30 Radetzky lanciò un ultimo energico assalto e gli ultimi strenui difensori si ritirarono anch'essi in pianura[47].
Il piano di Bava per resistere sul Mincio
[modifica | modifica wikitesto]Dopo la battaglia di Custoza, Carlo Alberto e il generale Bava ebbero un colloquio, durante il quale decisero il ripiegamento su Goito per organizzare una linea difensiva sul Mincio. Tale linea doveva appoggiarsi a nord alla fortezza di Peschiera, avere un caposaldo più a sud a Cavriana e soprattutto, subito a sud-est, a Volta, per poi proseguire sul Mincio a Goito e Roverbella, al di là del fiume. Ma per organizzare questo fronte di resistenza occorreva che il comandante del 1° Corpo, De Sonnaz, mantenesse le sue posizioni sul Mincio e quella strategica di Volta[48].
Ciò che Carlo Alberto non aveva rivelato a Bava erano le reali condizioni del 1º Corpo. Egli aveva infatti confessato a Bava solo che i ponti sul Mincio, a nord, di Salionze era in mano agli austriaci, ma non che aveva concesso a De Sonnaz di ritirarsi, in caso di necessità, anche da Volta. All’oscuro, Bava chiese quindi al Re di ordinare a De Sonnaz di attaccare gli austriaci che avevano passato la sponda destra del Mincio e di ributtarli sulla sinistra. Quello che Carlo Alberto invece fece fu di ordinare a De Sonnaz di tenere Volta. Posizione che il comandante del 1º Corpo aveva già abbandonato la stessa mattina del 26 luglio, per Goito. Qui stava intanto ripiegando Bava con le sue truppe con una manovra in cui riuscì “a trasportare in meno di dieci ore, attraverso un unico ponte, tutta la massa al di qua del Mincio, dimostrazione d’energia, d’abilità tecnica e di disciplina fra le truppe”[49].
Dopo un infruttuoso tentativo del Corpo di De Sonnaz di riprendere Volta, il 27 luglio il consiglio di guerra riunito da Carlo Alberto a Goito decise di inviare all’accampamento austriaco dei parlamentari per chiedere una tregua, con la proposta di un ritiro delle truppe piemontesi fino al fiume Oglio: circa 45 km ad ovest di Goito. Bava, intanto, dava ordini affinché l’intero esercito si disponesse sulla difensiva a nord di Goito. Ma alcuni comandanti di unità, profondamente demoralizzati per l’andamento della Campagna, non eseguirono gli ordini ricevuti e si ritirarono. Il generale D’Aix con una brigata e il generale Di Ferrere con una divisione ripiegarono verso l’Oglio, scoprendo, così, il fianco sinistro di Bava[50].
Bava comandante dell’esercito piemontese
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Ai parlamentari il generale Radetzky chiese, in cambio di una tregua, la ritirata dei piemontesi fino al fiume Adda: 45 km ancora più a ovest di quanto proposto dai parlamentari. Carlo Alberto rifiutò, ma le condizioni generali, del morale e dei rifornimenti (soprattutto dei viveri), non gli consentirono di tenere la linea disposta da Bava e ordinò la ritirata generale sull’Oglio. Ripiegamento che si concluse, con ordine, il pomeriggio del 28 luglio. Dispose, inoltre, pur mantenendo il comando supremo, di affidare anche il 2° Corpo a Bava, che diventò, di fatto, il comandante delle operazioni. Questa nuova situazione invece che migliorare, acuì le differenze di vedute tra Carlo Alberto e Bava che, se prima del 27 aveva sperato di condurre un contrattacco, ora, di fronte allo stato delle cose, dispose per il ritiro sull’Adda. Carlo Alberto avrebbe voluto resistere a Cremona, ma Bava era concentrato su di una rapida e sicura ritirata per “restituire al Paese quasi tutti i suoi figli e il ricco materiale”. I piemontesi ripiegarono così sull’Adda, dove gli austriaci avevano chiesto, e senza ottenere il beneficio della tregua[51].
L’inseguimento degli austriaci si faceva sempre più incalzante, costringendo i piemontesi ad una ritirata precipitosa ed estenuante. Il 31 luglio, comunque, tutta l’armata Sarda era al riparo sulla sponda destra dell’Adda. Ma gli austriaci, sempre più consapevoli della spossatezza del nemico, erano pronti ad attaccarla. Scelsero di agire sull’ala destra dello schieramento piemontese, le cui unità erano affidate, presso Crotta d'Adda, quasi alla confluenza con il Po al generale D’Aix, colui che aveva deciso, contravvenendo agli ordini, di ritirarsi sull’Oglio. Costui, temendo un attraversamento del Po degli austriaci a Cremona e poi un attacco da sud, aveva spostato parte delle sue truppe da Crotta verso est. Ma il 1° agosto un ordine del comando gli impose di muovere verso ovest, perché lo schieramento doveva allungarsi a nord fino a Lodi per sostenere la difesa dei volontari lombardi presso Cassano d'Adda[52].
Il generale D’Aix, però, la mattina, era stato impressionato dalla voce che gli austriaci avevano gettato un ponte di barca sull’Adda e, senza accertarsi di persona dell’evento (che si verificherà solo nel pomeriggio), non solo non mosse con le sue truppe a ovest come ordinatogli da Bava, ma mosse a sud e attraversò il Po su Piacenza, lasciando un varco all’avanzata degli austriaci. Bava, quando seppe della decisione di D’Aix, si precipitò sul posto per evitare la ritirata, ma poi, a metà strada, decise di rinunciare all’impresa, considerando che fosse ormai troppo tardi. I piemontesi persero, così, anche la linea difensiva sull’Adda. Si sviluppò pertanto un grave contrasto fra i generali piemontesi, che volevano resistere, e Carlo Alberto che voleva ritirarsi. Il Re, infatti, nel timore di sconvolgimenti politici in Lombardia che avrebbero potuto richiamare la Francia decise di riprendere il comando delle operazioni e dispose la ritirata generale su Milano, che poi abbandonò al nemico[53].
Le polemiche e l’allontanamento (1848-1849)
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Dopo la presa di Milano da parte degli austriaci e l’armistizio Salasco del 9 agosto 1848, Carlo Alberto attribuì ad alcuni suoi generali le colpe principali della sconfitta piemontese, congedò De Sonnaz e Salasco e scelse uno straniero, il generale polacco Wojciech Chrzanowski, come comandante delle operazioni da intraprendere al termine dell’armistizio. Come c’era da aspettarsi questa decisione fu accolta negativamente da Bava e dagli alti ufficiali piemontesi che si sentirono umiliati per la decisione del Re di affidarsi a un generale straniero piuttosto che a uno di loro. Si avanzavano nel frattempo pesanti accuse agli stessi ufficiali sulla conduzione della Campagna. Per sgomberare il terreno da qualsiasi equivoco, Bava, che era stato pur sempre il consigliere principale di Carlo Alberto, chiese, il 25 agosto 1848, una commissione d’inchiesta a proprio carico. Ma il ministro della Guerra Giuseppe Dabormida, consapevole che tale indagine si sarebbe dovuta estendere a tutto l’esercito e in considerazione della ripresa delle ostilità, non accolse la richiesta di Bava[54].
La riorganizzazione dell’esercito piemontese
[modifica | modifica wikitesto]Scaduto l’armistizio il 21 settembre 1848, iniziava un periodo di febbrile attività per la riorganizzazione dell’esercito piemontese che vide, il 22 ottobre, la nomina da parte di Dabormida di Bava a “Generale in capo del Regio Esercito” e Chrzanowski a capo dello Stato Maggiore Generale. Doveva essere un compromesso fra le mire di Bava che si riteneva ancora capo dell’esercito e quelle di Carlo Alberto di scegliere un comandante straniero. Compromesso che scontentò entrambi. Il Re si trovò con il suo vecchio consigliere, che non stimava più, a capo dell’esercito, e Bava si trovò con un uomo di Carlo Alberto alle costole pronto a trasmettere i voleri del Re[55].
Ciò provocò tra Carlo Alberto e Dabormida un attrito che, a causa anche di altre vicende, portò Dabormida il 27 ottobre alle dimissioni. Lo sostituì Alfonso La Marmora che, come il suo predecessore, stimava migliore un esercito piccolo e di qualità rispetto ad uno di grandi dimensioni. Tale decisione allarmò Bava che, se pure d’accordo con il ministro che fosse meglio un esercito di giovani e di reclute piuttosto che di riservisti ammogliati e con prole, volle intervenire nella discussione asserendo che un tale sconvolgimento non poteva comunque essere effettuato nell’imminenza della ripresa della guerra. Ma non fu ascoltato. La crisi si acuì quando La Marmora dispose, dopo aver ridotto ogni reggimento di 840 uomini, di sceglierne altri 50 dei migliori per formare tre nuovi battaglioni di bersaglieri. Bava si oppose in modo deciso, e tale aspetto della riforma rimase in sospeso[56].
La relazione di Bava sull’andamento della guerra
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Mentre la riforma dell’esercito piemontese andava avanti con molte difficoltà, emergeva lampante forse la criticità maggiore, ovvero la mancanza di unità di comando al vertice. Chrzanowski, infatti, si riteneva superiore a Bava e avrebbe preferito essere il Capo di Stato Maggiore di Carlo Alberto. Bava, dal canto suo, vedeva in Chrzanowski l’elemento che aveva determinato maggiormente la sconfitta nella prima campagna: l’interferenza del Re, che si era ulteriormente manifestata nella nomina, osteggiata dagli ambienti militari, del mazziniano Gerolamo Ramorino a capo della Divisione Lombarda[57].
Su richiesta dell’allora ministro della Guerra Dabormida, Bava, il 12 ottobre 1848 aveva consegnato la sua relazione sulla Campagna appena conclusa. Era stato intanto pubblicato un libro di Carlo Alberto che, sotto l’anonimato e il titolo evocativo Memorie ed osservazioni… raccolte da un ufficiale piemontese, difendeva l’operato del Re, dei suoi figli e dei soldati, facendo intendere che i responsabili della sconfitta erano stati gli alti vertici militari. Dabormida aveva convinto Carlo Alberto a far ritirare il volume, ma il guaio era stato fatto. Bava era infatti risoluto a far pubblicare la sua relazione, nella quale attribuiva all’interferenza del Re l’esito della Campagna. Altre accuse venivano fatte a colleghi, alla gestione della logistica e al comportamento dei soldati, con un linguaggio presuntuoso e a volte irrispettoso. Analogamente a come aveva fatto con Carlo Alberto, Dabormida aveva pregato Bava di non pubblicare il manoscritto, ma il 27 ottobre si era dovuto dimettere. Bava, allora, si sentì autorizzato a pubblicare il volume, cosa che avvenne il 5 dicembre 1848, dopo mille difficoltà dovute al rifiuto di alcuni letterati di correggerne il testo, alla ricerca di mappe e disegni, e a causa di diatribe con la casa editrice per il prezzo del volume che Bava voleva basso per favorirne la diffusione[58].
Il titolo del libro era Relazione delle operazioni militari dirette dal generale Bava, comandante il Primo corpo d'armata in Lombardia nel 1848. Secondo l'autore lo scritto doveva impedire al Regno di Sardegna di commettere, nell’imminente ripresa delle ostilità, gli stessi errori che aveva fatto nella prima fase della guerra; fra cui, particolarmente deleteria, l’interferenza nelle operazioni di Carlo Alberto. Due giorni dopo la pubblicazione, il giornalista e deputato di Destra Camillo Benso di Cavour criticò aspramente Bava sul Risorgimento, affermando che la responsabilità della sconfitta doveva essere distribuita fra tutti e che, così facendo, “il generale Bava involontariamente ha reso al Maresciallo Radetzky un servizio di cui difficilmente si potrebbe esagerare l’importanza”. Ulteriori critiche vennero rivolte a Bava da De Sonnaz e da Franzini. Nel gennaio del 1849 Agostino Petitti, ufficiale dal futuro brillante, definì la pubblicazione del libro “Imprudente e inopportuna”, mentre il ministro della Guerra, Alfonso La Marmora, riteneva che Bava andasse sostituito[59].
Il graduale allontanamento dal comando attivo
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La riforma dell’esercito proseguiva intanto con una certa difficoltà. De Sonnaz, nominato ministro della Guerra, aveva potuto fare poco, mentre più impellenti problemi lo preoccupavano: l’indisciplina diffusa, la difficoltà a costituire un corpo sanitario, e la mancanza di adeguati alloggi per ospitare l’esercito costantemente e costosamente sul piede di guerra. Per lenire questa situazione e, probabilmente, per rimediare in parte agli effetti della pubblicazione, il 15 dicembre Bava, formalmente ancora comandante dell’esercito, emanava un roboante ordine del giorno alle sue truppe. Ma il nuovo governo di Vincenzo Gioberti era, come quello precedente di Ettore Perrone di San Martino, contrario a Bava, anche se avrebbe atteso fino all’ultimo a farglielo capire. Ma anche da Carlo Alberto arrivavano segnali di sfiducia, quando questi, all’insaputa di Bava e di De Sonnaz, il 7 gennaio 1849, chiamò a Torino Chrzanowski per chiedergli se fosse stato possibile riprendere la guerra da lì a otto giorni. Il generale polacco diede parere negativo[60].
Nell’esercito, intanto, serpeggiava il malcontento e, nonostante l’imprudente pubblicazione, si preferiva Bava al Ministero della Guerra, piuttosto che De Sonnaz. D’altronde il 29 gennaio Bava incontrò Carlo Alberto: durante il cordiale colloquio il generale assicurò il Re che era pronto a lasciare il comando ad un suo cenno, ma Carlo Alberto affermò che sarebbe rimasto al suo posto. Qualche giorno dopo De Sonnaz veniva promosso generale d’armata e sostituito al Ministero da Alfonso La Marmora e il 7 febbraio il governo decideva per l’imminente ripresa delle ostilità contro l’Austria. Arrivò, alla fine, il momento, e sia il governo che Carlo Alberto palesarono la loro contrarietà a tenere al comando dell’esercito Bava che, su proposta di Alfonso La Marmora, fu nominato il 12 febbraio ispettore generale. Al suo posto, ovvero al comando dell’esercito, passava Chrzanowski e al posto di quest’ultimo, come Capo di Stato Maggiore, Alessandro La Marmora. Ma senza diffondere la notizia, alla riapertura delle ostilità, Carlo Alberto prese il comando delle operazioni[61].
La destituzione di Bava venne motivata dal presidente del Consiglio Gioberti con la convinzione che la diffusione del libro del generale aveva compromesso il morale e la disciplina delle truppe. La lettera di Gioberti a Bava si concludeva con la nomina a ispettore generale e con la rassicurazione che Bava sarebbe stato richiamato ove mai ci fosse stato bisogno di lui. Bava rispose accettando le decisioni del governo, ma contestò l’affermazione che il morale delle truppe fosse stato danneggiato dalla sua pubblicazione: morale che egli aveva sempre contribuito a tenere alto. Il 16 febbraio 1849 inviava ai soldati un proclama d’addio come comandante, nel quale li incitava: “Amate la Patria, ogni sacrificio deve parervi lieve per essa”[62].
Gli ultimi tempi (1849-1854)
[modifica | modifica wikitesto]In alcune sue note autobiografiche Bava affermò:
La seconda Campagna della prima guerra d’indipendenza iniziò e terminò in modo catastrofico con la sconfitta di Novara del 23 marzo 1849 e con la fucilazione di Ramorino che Carlo Alberto, che abdicò in favore del figlio Vittorio Emanuele e andò in esilio, aveva voluto al comando della divisione lombarda contro il parere di tutti.
Ministro della Guerra per 45 giorni
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Dopo la sconfitta, il nuovo re di Sardegna, Vittorio Emanuele II, sembrò voler rivalutare la figura di Eusebio Bava, al quale, il 18 settembre 1849, veniva affidato l’incarico di Ministro della Guerra con il compito principale di riformare l’esercito piemontese. Ma le difficoltà caratteriali riemersero, probabilmente acuite dagli eventi che l’avevano visto messo da parte. Ebbe subito diverbi con il presidente del Consiglio Massimo d'Azeglio, con vari alti ufficiali del Congresso consultivo permanente della Guerra e, infine, con Alfonso La Marmora che spingeva per implementare il corpo dei bersaglieri contro il suo parere. Vittorio Emanuele II cercò di convincerlo alla ragionevolezza e a cedere su qualche punto, ma Bava preferì dimettersi, cosa che fece il 2 novembre[63]. Lo stesso giorno la Camera dei Deputati, su proposta del deputato Angelo Brofferio, lo nominò “Benemerito della Patria”[4].
Lo sostituì al ministero Alfonso La Marmora che, tuttavia, negli anni successivi, seguì abbastanza fedelmente il progetto che Bava avrebbe voluto applicare durante l’armistizio fra prima e seconda campagna della prima guerra d’indipendenza. Ovvero: miglioramento della logistica, miglioramento dell’efficienza delle unità di comando, miglioramento della qualità degli ufficiali[64]. Bava, intanto, era tornato al suo lavoro di ispettore dell’esercito, attività che affiancò a quella di senatore, sempre molto intensa. Ma la sua salute, provata dalle angustie e dai dispiaceri, ne aveva ormai risentito. Morì improvvisamente a Torino il 30 aprile 1854. In questa città gli fu eretto un monumento, non di grandi dimensioni, di Vincenzo Vela, finanziato attraverso una sottoscrizione fra i militari. Più autorevole fu il monumento conferitogli dalla sua città natale, Vercelli, i cui cittadini, già nel novembre 1848, gli avevano donato una “spada d’onore”. Il monumento in piazza Cugnolio è opera di Francesco Porzio (1855-1934)[4].
Vita privata
[modifica | modifica wikitesto]Il 26 agosto 1821, l’ufficiale Eusebio Bava sposava la giovane di Carmagnola Maria Maddalena Viglione. Dall’unione nacquero quattro figlie femmine: Sabina, Marianna, Ottavia, che sposò il generale Giuseppe Angelino, e Angela[6][65].
Onorificenze
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Eusebio Bava ottenne diverse onorificenze. Queste quelle di cui si ha notizia da fonti attendibili[3][6].
Onorificenze sabaude
[modifica | modifica wikitesto]Onorificenze straniere
[modifica | modifica wikitesto]Note
[modifica | modifica wikitesto]Esplicative
[modifica | modifica wikitesto]- ↑ Cioè sulla sponda est, dato che il Mincio scorre da nord a sud.
- ↑ Dipinto di Vincenzo Giacomelli.
- ↑ Si trattava di truppe del Regno delle Due Sicilie che avevano disobbedito all’ordine di ritirarsi di Ferdinando II di Borbone.
- ↑ Dipinto di Felice Cerruti Bauduc (1817-1896).
- ↑ Dipinto di Albrecht Adam.
Bibliografiche
[modifica | modifica wikitesto]- ↑ Pieri, pp. 277-278.
- ↑ Pieri DBI.
- 1 2 3 4 Dizionario, p. 209.
- 1 2 3 4 5 Dizionario, p. 210.
- ↑ Pieri, p. 207.
- 1 2 3 Sito del Senato della Repubblica: Eusebio Bava., su patrimonio.archivio.senato.it.
- ↑ Pieri, pp. 207-208.
- ↑ Pieri, p. 202.
- ↑ Fabris, p. 306.
- ↑ Fabris, p. 309
- ↑ La battaglia del ponte di Goito, su archiviostorico.blogspot.com.
- ↑ Pieri, p. 211.
- 1 2 Pieri, p. 212.
- ↑ Pieri, pp. 212-213.
- ↑ Pieri, p. 214.
- ↑ Pieri, pp. 214-215.
- ↑ Pieri, p. 215.
- 1 2 Pieri, p. 216.
- ↑ Fabris, pp. 227-228.
- ↑ Fabris, pp. 228-230.
- ↑ Pieri, p. 217.
- ↑ Pieri, p. 218.
- ↑ Fabris, p. 239.
- ↑ Fabris, pp. 48-49.
- ↑ Fabris, pp. 52-54.
- ↑ Giglio, p. 185.
- ↑ Fabris, pp. 57-58.
- ↑ Fabris, p. 59.
- ↑ Fabris, p. 62.
- ↑ Pieri, pp. 224-226.
- ↑ Pieri, p. 226.
- ↑ Giglio, p. 193.
- ↑ Pieri, p. 227.
- ↑ Pieri, p. 228.
- ↑ Pieri, pp. 229, 233.
- ↑ Pieri, p. 234
- ↑ Pieri, pp. 233-234.
- ↑ Pieri, pp. 235-236
- ↑ Pieri, p. 236
- ↑ Pieri, pp. 239-241
- ↑ Pieri, pp. 241-242
- ↑ Giglio, p. 201.
- ↑ Pieri, p. 243
- ↑ Giglio, pp. 201-202.
- ↑ Pieri, p. 245
- ↑ Pieri, p. 246
- ↑ Pieri, pp. 246-247
- ↑ Pieri, p. 247
- ↑ Pieri, pp. 247-248
- ↑ Pieri, p. 250
- ↑ Pieri, pp. 251-253
- ↑ Pieri, pp. 254-255
- ↑ Pieri, pp. 255-257
- ↑ Pieri, pp. 264-266
- ↑ Pieri, p. 269
- ↑ Pieri, p. 272
- ↑ Pieri, p. 273
- ↑ Pieri, pp. 273-274
- ↑ Pieri, p. 274
- ↑ Pieri, pp. 275-276
- ↑ Pieri, pp. 276-277
- ↑ Pieri, pp. 277-278
- ↑ Pieri, p. 569
- ↑ Pieri, p. 573
- ↑ Morando, p. 209
Bibliografia
[modifica | modifica wikitesto]- Eusebio Bava, Relazione delle operazioni militari dirette dal generale Bava, comandante il Primo corpo d'armata in Lombardia nel 1848, Torino, Giuseppe Cassone, 1848.
- G. Del Bono, Bava Eusebio, in Dizionario del Risorgimento nazionale. Dalle origini a Roma capitale. (Vol. II, Le persone A-D), Milano, Casa Editrice Dottor Francesco Vallardi, 1930.
- Cecilio Fabris, Gli avvenimenti militari del 1848 e 1849, Volume I, Tomo I, Torino, Roux Frassati, 1898.
- Vittorio Giglio, Il Risorgimento nelle sue fasi di guerra, I, Milano, Vallardi, 1948.
- Carlo Morando, Monumenti di Torino. Notizie biografiche, storiche e descrittive, Torino, Camilla e Bertolero, 1884.
- Piero Pieri, Storia militare del Risorgimento: guerre e insurrezioni, Torino, Einaudi, 1962, OCLC 250245544, SBN URB0876562.
- Piero Pieri, BAVA, Eusebio, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 7, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1970.
Altri progetti
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Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su Eusebio Bava
Collegamenti esterni
[modifica | modifica wikitesto]- Bava, Eusebio, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
- Alberto Baldini, BAVA, Eusebio, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1930.
- Bava, Eusèbio, su sapere.it, De Agostini.
- BAVA Eusebio, su Senatori d'Italia, Senato della Repubblica.
| Controllo di autorità | VIAF (EN) 297846907 · ISNI (EN) 0000 0000 6275 7595 · SBN LO1V051091 · BAV 495/148876 · CERL cnp02140581 · GND (DE) 1089112866 |
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