Chirurgia, anatomia e Chiesa cattolica nel Medioevo

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1leftarrow blue.svgVoce principale: Medicina medievale.

L'immagine popolare del Medioevo è stata spesso legata alla descrizione che di esso è stata data nel XVIII secolo dai filosofi illuministi, e rafforzata poi dal pensiero positivista nel XIX secolo[1]. In questa tradizione il Medioevo viene essenzialmente descritto come "Età buia", ovvero un'epoca di barbarie e di ignoranza, dominata da despoti e da una Chiesa oppressiva ed oscurantista; un'epoca in cui la razionalità ed il pensiero scientifico venivano repressi dal fanatismo religioso.

Quest'immagine negativa è soggetta revisione da parte di alcuni studiosi di critica storica, che trovano nel Medioevo aspetti creativi e confutano la visione di età prettamente barbara ed incolta[2][3]. In particolare, per quanto riguarda la conoscenza scientifica, gli studi di Pierre Duhem[4] puntano alla riscoperta e alla comprensione del sapere medievale in fisica, matematica, astronomia e scienze naturali.

Dal punto di vista della medicina questi studiosi rivalutano lo stato della scienza al tempo e riconsiderano, e suggeriscono che sia superata l'immagine popolare[3] di una medicina medievale priva di sapere scientifico, mista a magia e superstizione.

La loro analisi storica degli studi di chirurgia e quelli anatomici, legati anche alla dissezione di cadaveri, con particolare accento ai rapporti con la Chiesa e con i papi si allinea a questa rivalutazione.

La chirurgia trattata nelle fonti primarie[modifica | modifica wikitesto]

È utile esaminare la legislazione ecclesiastica relativa alla pratica della medicina e della chirurgia e in particolare proprio quei concili che la storia della medicina ha messo in particolare evidenza[5][6].

Nei concili regionali di Clermont (1130) e di Reims (1131), fu approvato il seguente canone, in seguito interamente accolto anche nel Concilio ecumenico Lateranense II (1139)[7]

«Una prava e detestabile consuetudine, a quanto sappiamo, è cresciuta al punto che monaci e canonici regolari, dopo aver ricevuto l'abito e fatta la professione di fede, in spregio alla regola di Benedetto e di Agostino, studiano giurisprudenza e medicina al fine di ricavarne un guadagno temporale. E in verità, spinti dall'impulso dell'avarizia si fanno difensori di cause: fiduciosi nel sostegno delle loro possenti voci, nella varietà dei loro incarichi, essi confondono il giusto con l'ingiusto e il lecito con l'illecito, quando invece dovrebbero dedicarsi ad inni e salmodie. Le costituzioni imperiali attestano invero come sia assurdo ed obbrobrioso per i chierici cercare di diventare esperti in questioni forensi. Con l'Autorità Apostolica stabiliamo allora che tali violatori siano pesantemente puniti. Inoltre, trascurata la cura delle anime e messi da parte gli obblighi del loro ordine, loro stessi promettono salute in cambio di vile denaro, diventando così medici dei corpi umani. E visto anche che un occhio impuro è nunzio di un cuore impuro, ciò di cui si arrossisce a parlarne, la religione non dovrebbe trattare. Pertanto, affinché i monaci ed i canonici siano piacenti a Dio preservati nei loro sacri doveri, proibiamo, in virtù della nostra Autorità Apostolica, che questa pratica continui ulteriormente.»

Ad una prima lettura sembra che la Chiesa volesse evitare completamente la pratica della medicina a tutti i rappresentanti del clero, ed è anche vero che lo stesso canone spiega che la medicina è una pratica non particolarmente indicata per uomini di chiesa, dal momento che tale attività comporta la visione di cose imbarazzanti; ma la ragione principale del divieto può essere facilmente vista non tanto nella pratica della professione ma nell'inseguimento del "vile guadagno di denaro". Tutto il canone è evidentemente incentrato sul problema dell'avidità, del lucro e della ricerca della gloria; del resto, nello stesso concilio Lateranense II, viene condannata anche la simonia e l'usura, quindi è chiaro che i temi venali erano il problema centrale. Risulta inoltre evidente come questo canone non sia riferito a tutto il clero, ma solo ad una ristretta parte di esso, cioè ai monaci e ai canonici regolari, e non è specificamente diretto contro la pratica della medicina in sé, ma solamente contro il praticarla a fini di lucro. Inoltre, benché questo canone fosse entrato anche in un concilio ecumenico, la sua importanza fu di breve durata, infatti esso non venne mai inserito in nessuna delle collezioni successive[5]. Pertanto fino a questo punto non si ha alcuna "esplicita" proibizione della pratica della medicina.

I concili regionali di Montpellier (1162) e di Tours (1163) contenevano il seguente canone[8]:

«L'odio dell'antico nemico non lavora insistentemente per far cadere le inferme membra della Chiesa, ma mette mano ai suoi membri più desiderabili [...] Pensa quindi di aver causato la caduta di molti quando egli riesca, con la sua astuzia, a trascinar via un prezioso membro della Chiesa. Ed è allora che egli persuade alcuni regolari a lasciare i loro chiostri per studiare le leggi e preparare medicine, con il pretesto di aiutare i corpi dei loro fratelli malati [...] stabiliamo allora, con il consenso del presente concilio, che a nessuno sia permesso di partire per studiare medicina o le leggi secolari dopo aver preso i voti ed aver fatto professione di fede in un certo luogo di religione [...] Se qualcuno parte e non ritorna al suo chiostro entro due mesi, che sia evitato da tutti come se fosse scomunicato [...]»

Benché contenuto in un concilio regionale, questo canone ebbe un impatto molto più profondo rispetto al precedente, infatti esso fu inserito subito in diverse collezioni di decretali[9] ed infine entrò a far parte delle fondamentali Decretales di Papa Gregorio IX[10]. Tuttavia anche questo canone non è riferito a tutto il clero, ma ovviamente soltanto a coloro che fanno vita comune e seguono una regola, come i monaci ed i canonici regolari, ed anche in questo caso non si tratta di una proibizione della pratica della medicina in sé, ma soltanto del divieto fatto ai regolari di lasciare i loro luoghi e doveri religiosi per esercitare la professione di medico. Inoltre se si volesse intendere questo canone come una proibizione della medicina in sé, allora dovrebbe essere presa per buona anche la proibizione dello studio delle leggi secolari. Ma il diritto secolare era propedeutico al diritto canonico, pertanto è assurdo pensare che se ne potesse proibire lo studio. Nel 1213 il concilio regionale di Parigi adottò un canone dagli stessi contenuti del precedente[11].

Nel 1219, papa Onorio III pubblicò la bolla Super speculam che in seguito entrò anch'essa nelle Decretales. Questa bolla aveva essenzialmente tre scopi: garantire benefici e prebende agli insegnanti di teologia e ai loro studenti, riaffermare ed estendere il canone del concilio di Tours e vietare lo studio del diritto civile all'università di Parigi. Le disposizioni del canone vennero estese a diaconi, priori ed in generale a tutti coloro che godevano di benefici, ed anche i preti rientrarono nel divieto di allontanamento. Nel Liber Sextus aggiunto alle Decretales nel 1298 da Papa Bonifacio VIII il divieto di allontanarsi viene esteso a qualunque tipo studio. Risulta pertanto chiaro che lo scopo di questi documenti non era quello di vietare lo studio della medicina in sé o di qualsiasi altra materia, ma soltanto quello di garantire che i religiosi non si allontanassero e trascurassero le loro mansioni principali. In particolare la bolla concernente l'Università di Parigi era diretta soprattutto a promuovere lo studio della teologia in quanto a Parigi gli studi secolari rischiavano di farne sparire l'insegnamento[12].

Il fatto che non si volesse colpire lo studio della medicina in sé in tutti questi decreti e concili si ricava anche dal fatto che tale studio era permesso ai regolari entro i confini dei luoghi religiosi cui appartenevano[13], e lo studio della medicina in sé non costituiva un ostacolo per la carriera ecclesiastica, infatti Teodorico de' Borgognoni (1206 - 1298) che era un importante medico fu anche vescovo di Cervia, e anche Papa Giovanni XXI era precedentemente stato un medico.

La pratica della medicina presentava però un importante rischio: che la morte del paziente avesse come causa diretta l'azione del medico. A questo proposito Papa Clemente III pubblicò una risposta ad un "canonico" che l'aveva interrogato sull'argomento. Il testo, che poi fu incluso nella Compilatio Secunda e nelle Decretales[14] così recitava:

«Alle nostre orecchie è giunto da te chiaramente che, essendo tu erudito nell'arte fisica (medicina), curasti molti con la diligenza propria della tradizione medica di questa arte, sebbene ad alcuni capitò il contrario, e coloro ai quali pensavi di applicare un rimedio, dopo aver preso la medicina, incapparono nella morte. Ma poiché, a quanto dici, tu desideri essere promosso agli ordini maggiori, hai pertanto voluto consultarci. Ti risponderemo brevemente che, se per le suddette premesse la tua coscienza ti rimorde, con il nostro consiglio tu non ascenda agli ordini superiori.»

La preoccupazione era quindi che l'essere, più o meno direttamente, responsabili della morte di qualcuno attraverso la pratica della medicina, potesse costituire un impedimento al completo perseguimento delle funzioni spirituali del chierico, che pertanto era meglio non accedesse agli ordini maggiori.

Ma la pratica che maggiormente portava alla morte il malato, per azione diretta del medico, era certamente la chirurgia[13][15]. Uno scritto di Papa Innocenzo III pubblicato nel 1212 ed inserito poi nelle Decretales[16] fa riferimento diretto al problema. Il testo illustra il pronunciamento del papa riguardo al caso di una donna, morta per non aver seguito scrupolosamente, durante la riabilitazione, le prescrizioni mediche di un monaco che l'aveva precedentemente operata. Il papa stabilì allora che se il monaco, che fosse davvero esperto e zelante nella medicina, avesse agito mosso soltanto dalla pietà e non dalla cupidigia, non avrebbe dovuto essere punito in alcun modo.

Questa vicenda e le preoccupazioni che ne derivarono influirono[13] sulla promulgazione del seguente canone in occasione del quarto concilio ecumenico Lateranense (1215)[17], successivamente incluso anche nelle Decretales[18]:

«Nessun chierico sottoscriva o pronunci una sentenza di morte, né esegua una pena capitale né vi assista. Chi contro questa prescrizione, intendesse recar danno alle chiese o alle persone ecclesiastiche, sia colpito con la censura ecclesiastica. Nessun chierico scriva o detti lettere implicanti una pena di morte; e quindi nelle corti dei principi questo incarico venga affidato non a chierici, ma a laici. Similmente nessun chierico venga messo a capo di predoni o di balestrieri, o, in genere, di uomini che spargono sangue; i suddiaconi, i diaconi, i sacerdoti non esercitino neppure l'arte della chirurgia che comporta ustioni e incisioni; nessuno, finalmente, accompagni con benedizioni le pene inflitte con acqua bollente o gelata, o col ferro ardente, salve, naturalmente le proibizioni che riguardano le monomachie, cioè i duelli, già promulgate.»

Questo canone viene citato spesso[19] come divieto a tutti i chierici di praticare la chirurgia, ma ovviamente questa interpretazione è erronea, perché il canone è esplicito nel vietare la chirurgia soltanto a sacerdoti, diaconi e suddiaconi, ovvero gli Ordini maggiori. Una larga parte del clero non è toccata da questo divieto[20]. Inoltre ancora una volta non si tratta di una legge contro la chirurgia in sé, ma soltanto di una proibizione di un'attività non ritenuta consona alla figura dei religiosi (negli Ordini maggiori), per i motivi, più sopra spiegati, legati alla responsabilità di un'eventuale morte del paziente. Infatti questo canone venne ripreso poi in molti concili regionali (Le Mans 1247, Sinodo di Nîmes 1284, Sinodo di Würzburg 1298, Sinodo di Bayeux 1300[21]), sempre inserito in un contesto generale riguardante la condotta e le responsabilità dei chierici; del resto, anche nelle Decretales, il canone originale Lateranense è inserito sotto il titolo Né clerici vel monachi saecularibus negotiis se immisceant (ovvero Chierici e monaci non si immischino negli affari secolari).

In conclusione ci sono analisi come quelle di Andrew Dickson White[22] che hanno voluto interpretare le leggi finora esposte come espressione concreta dell'ostilità della Chiesa verso la medicina e la chirurgia, ma alla luce di un'analisi dettagliata del Diritto Canonico su questo specifico argomento, l'interpretazione di White appare forzata e surrettizia, e non analizza a fondo il problema reale e il reale motivo di emanazione di certi decreti.

«Ecclesia abhorret a sanguine» ovvero l'editto "fantasma"[modifica | modifica wikitesto]

Scansione della pagina delle Recherches critiques et historiques sur l'origine, sur les divers états et sur les progrès de la chirurgie en France di François Quesnay, la prima fonte in assoluto del motto Ecclesia abhorret a sanguine

Un'altra affermazione sulla legislazione ecclesiastica relativa alla medicina e la chirurgia asserisce che la chirurgia sarebbe stata vietata ai chierici sulla base del principio Ecclesia abhorret a sanguine (La Chiesa aborre dal sangue)[23]. Questa massima veniva talvolta attribuita al canone del concilio Lateranense del 1215, altre volte al canone del concilio di Tours del 1163[19][24]

Secondo la revisione storica questa attribuzione sarebbe inventata. I due canoni secondo lo storico C. H. Talbot non contengono affatto questo motto, né esso si può trovare in nessun altro documento, che afferma in merito:[25]

«Essa (Ecclesia abhorret a sanguine) è letteralmente un fantasma. Deve la sua esistenza a François Quesnay, storico acritico della Facoltà di Chirurgia di Parigi, che nel 1744, citando un passo dalle Recherches de la France di Étienne Pasquier ("et comme l'eglise n'abhorre rien tant que le sang") lo tradusse in latino e lo scrisse in corsivo. Di questa frase nessuna fonte precedente può essere trovata. E ancora Quesnay cita un registro degli archivi dei Chirurghi di Parigi, nel quale si asserisce che "al tempo di Bonifacio VIII (1294-1303) e di Clemente V (1305-14) un decreto fu promulgato ad Avignone e confermato dal consiglio di Filippo il Bello che la chirurgia fosse separata dalla medicina". Ma nessun decreto del genere si trova negli archivi di Bonifacio VIII, mentre tra i diecimila documenti contenuti nell'archivio di Clemente V solo uno parla di medicina, e questo si riferisce agli studi di Montpellier»

Il clero e la medicina[modifica | modifica wikitesto]

Durante i primi secoli del Medioevo, i monasteri furono i principali luoghi di conservazione di importanti testi di medicina antica, come quelli di Ippocrate, Alessandro di Tralle, Oribasio e Galeno. Questa tradizione continuò indisturbata fino al XII secolo, quando poi cominciarono alcuni abusi. Era infatti facile per i monaci lasciare i loro chiostri per esercitare in giro la professione medica, e ciò li espose a quello che per la Chiesa era un triplo pericolo: oro, donne, ed ambizione[26]. Il lavoro di medici portava lauti guadagni, e da questi potevano nascere lusso nel vestire e nel mangiare, comportamenti frivoli, orgoglio, arroganza e lussuria[27]. Per questi motivi[27] si vietò ai monaci e ai canonici regolari di praticare la medicina in cambio di denaro, e successivamente si impose loro l'obbligo di non allontanarsi dai loro monasteri.

Ma queste proibizioni non riguardavano i membri del clero secolare. Questi avevano cominciato a studiare e praticare la medicina sin dal X secolo, e la loro opera era fondamentalmente legata agli ospedali associati alle cattedrali, dal momento che questi chierici avevano l'obbligo di attendere alle cerimonie religiose delle loro chiese e non potevano pertanto allontanarsi più di tanto. Ma quando ai monaci fu vietato di lasciare i loro monasteri, l'importanza e le responsabilità di questi chierici medici crebbero notevolmente, e fu così loro permesso di spostarsi e di viaggiare.

Infine, il canone del concilio Lateranense del 1215 vietò la chirurgia ai soli membri degli Ordini Maggiori, ovvero alla parte più importante del clero che era strettamente legata ai doveri sacri.

Le ragioni della separazione di medicina e chirurgia[modifica | modifica wikitesto]

Il canone del concilio Lateranense IV del 1215 ed il motto Ecclesia abhorret a sanguine, vengono acriticamente utilizzati in molta letteratura[19][24][28] per mostrare che da questo punto in avanti chirurgia e medicina furono separate, e la prima lasciata in mano a praticanti poco istruiti (i cosiddetti barbieri-chirurghi). Ma anche questa interpretazione, oltreché essere troppo semplicistica, non tiene conto di diversi fatti storici, e risulta pertanto fuorviante.

Innanzitutto, oltre a non tenere in conto il fatto che la proibizione di esercitare la chirurgia riguardava solo gli Ordini Maggiori, e quindi solo coloro che già normalmente attendevano a ben altri e sacri doveri e poco si dedicavano ad altre attività, questa lettura della storia dà per scontato che la medicina e la chirurgia fossero in precedenza completamente in mano ai chierici, ma in realtà c'erano anche moltissimi laici a studiarle e praticarle. All'interno dell'importantissima Scuola medica salernitana, la medicina era in quel periodo essenzialmente in mano ai laici[29] . Questa scuola produsse uno dei più diffusi[29] trattati di chirurgia medievali, la cosiddetta Chirurgia di Bamberg, che restò un testo di studio basilare fino a che non venne soppiantata, nel corso del XII secolo, dalla Chirurgia di Rogerio Frugardi, anch'egli un laico. Non si capisce come dei laici, che potevano leggere e scrivere in latino, si possano considerare uomini poco istruiti, eppure questo è ciò che sempre hanno assunto coloro che senza approfondire hanno discusso la separazione tra medicina e chirurgia nel Medioevo[29].

Ma la questione è ben più complessa, e necessita di essere ulteriormente approfondita. Per identificare il medico si utilizzavano nel Medioevo due termini, medicus e physicus. Questi due termini non erano intercambiabili: medicus indicava colui che esercitava la medicina in pratica, visitando pazienti, facendo diagnosi e prescrivendo cure; physicus identificava invece colui che aveva un'approfondita conoscenza teorica della medicina e delle scienze naturali in generale, praticamente un filosofo. Chi esercitava essenzialmente la chirurgia, veniva chiamato, per l'appunto, cyrurgicus; il lavoro di questi era per lo più manuale, ed infatti venivano anche definiti practici, ma non erano certo persone meno istruite dei loro colleghi. Quelli che invece avevano un'istruzione inferiore erano i cosiddetti barbieri-chirurghi (barberus oppure rasorius), che si occupavano essenzialmente di salassi, cura delle ferite e semplici operazioni chirurgiche[30].

La separazione tra medicina e chirurgia la si ritrova già presso i Romani, e lo stesso Galeno ci testimonia infatti che a suo tempo esisteva una spaccatura tra medici e chirurghi. Questa tradizione passò poi ai medici arabi: Rhazes scrisse infatti come raramente fosse possibile trovare un medico che avesse studiato anche la chirurgia, che rimaneva essenzialmente in mano a degli ignoranti. Ibn Zuhr (conosciuto anche come Avenzoar) all'inizio del XII secolo scrisse che i medici non solo non volevano abbassarsi a fare operazioni manuali, ma evitavano anche di preparare essi stessi i medicinali.

Anche l'occidente fu pertanto influenzato da questa tradizione[31], che esaltava la nobiltà del physicus e disdegnava le pratiche manuali; e fu proprio per questa tradizione che chirurgia e medicina venivano separate[31]. Johannes Jamatus, un commentatore della Chirurgia di Rogerio Frugardi, spiegava come la medicina fosse messa in pericolo proprio da coloro che disprezzavano la chirurgia e la separavano dalla physica, in quanto avrebbe dovuto essere ovvio a tutti come molte malattie richiedessero necessariamente operazioni chirurgiche. E continuava poi dicendo che molti medici pretendevano di nascondere la loro indolenza lanciando insulti contro una materia che non conoscevano, affermando di non essere questa degna di sporcare le loro mani. Niente a che vedere quindi con le proibizioni ecclesiastiche, che tra l'altro erano molto limitate come abbiamo visto, né ovviamente con l'"Ecclesia abhorret a sanguine" che non è mai esistito[31].

Tuttavia questa separazione non era affatto assoluta e la chirurgia non era affatto universalmente disprezzata: in occidente, nel Medioevo, la chirurgia divenne una scienza avanzata, insegnata e praticata all'interno di tutte le università. Anzi, il suo sviluppo fu più rapido rispetto al resto della medicina, in quanto il suo progresso era essenzialmente basato sull'osservazione e sulla pratica sperimentale, completamente libera da sofisticazioni teoriche. Inoltre esistevano anche i medici completi, alcuni dei quali furono proprio i grandi maestri della medicina medievale, come ad esempio Guy de Chauliac.

Alcuni esempi di chierici chirurghi[modifica | modifica wikitesto]

Molti studenti all'interno delle scuole di medicina erano chierici, e chierici furono tre grandissimi maestri della chirurgia medievale, Guglielmo da Saliceto, Lanfranco da Milano e Guy de Chauliac. Quest'ultimo è considerato ormai da tutti gli storici della medicina uno dei più importanti chirurghi di tutti i tempi; Gabriele Falloppia lo paragonò, per importanza, allo stesso Ippocrate; la sua monumentale Chirurgia Magna, un trattato in tre volumi, restò uno dei più importanti testi di riferimento sulla chirurgia per almeno tre secoli. Solo a titolo di esempio, nel suo trattato Chauliac descrive i pericoli della chirurgia al collo, tra cui la possibilità di rovinare la voce a causa dell'incisione del nervo laringeo; prescrive diete leggere per i feriti; tratta approfonditamente le fratture del cranio; si occupa di ferite al petto che prescrive di richiudere a meno che non ci siano versamenti da rimuovere; descrive come fermare emorragie attraverso suture, cauterio, legature od astringenti. Molti dei suoi metodi e delle sue tecniche restano tuttora validi. Niente a che vedere quindi con strani rimedi e superstizioni, quali ad esempio (come sosteneva White) impiastri vari e frizioni con denti di cadaveri[22]. E Chauliac non fu solo un chirurgo, ma fu un medico completo ed era tra coloro che stigmatizzavano l'atteggiamento dei medici che snobbavano la chirurgia.

Ma la competenza di Chauliac non è certo un caso isolato, bensì si inquadra perfettamente all'interno della tradizione medica medievale; egli stesso dedica la sua Chirurgia Magna

«... a voi miei maestri, medici di Montpellier, Bologna, Parigi ed Avignone, e specialmente a voi della Corte Pontificia, alla quale io sono associato al servizio del Romano Pontefice[32]»

L'insegnamento della medicina e della chirurgia era infatti diffuso ed avanzato in tutte le università europee, che erano ampiamente supportate dalla Chiesa ed i suoi Pontefici.

Anatomia[modifica | modifica wikitesto]

La bolla di Bonifacio VIII[modifica | modifica wikitesto]

L'unico provvedimento ufficiale della Chiesa medievale che, seppur indirettamente, coinvolgeva le dissezioni di cadaveri per lo studio dell'anatomia, è la bolla De sepulturis [33], conosciuta anche con il nome di Detestandae feritatis, promulgata da Papa Bonifacio VIII nel 1299. "Indirettamente", perché le ragioni che portarono alla promulgazione di questo decreto riguardavano un campo ben diverso. Durante le Crociate si era diffuso un costume particolare riguardante le sepolture: i corpi dei nobili che morivano combattendo in Terra Santa venivano smembrati, fatti a pezzi e bolliti, al fine di separare la carne dalle ossa, in modo da poter facilmente trasportare queste ultime nei luoghi natali per essere seppellite. Un'altra usanza diffusa tra i nobili era invece quella di tagliare il corpo in più parti in modo da poterle seppellire in diversi luoghi sacri, o comunque considerati importanti per il defunto. Questo tipo di pratiche vengono nella bolla definite empie, crudeli, inumane e selvagge; e pertanto il Papa decise di proibire, sotto pena di scomunica, ciò che non solo è abominevole agli occhi di Dio, ma anche rivoltante sotto ogni profilo umano. Pertanto questo documento non riguardava in alcun modo le dissezioni a scopo scientifico; tuttavia è chiaro che eventuali interpretazioni estensive avrebbero potuto portare ad una limitazione degli studi anatomici.

Infatti esistono alcune fonti che attestano come queste interpretazioni estensive abbiano effettivamente avuto luogo. In una glossa aggiunta alla bolla nel 1303 dal cardinale Jean Lemoine, ed entrata anch'essa nel Corpus Iuris Canonici, viene specificato che la proibizione non riguarda solo il bollire il cadavere, ma anche l'eviscerazione, la dissezione e la cremazione. Nel 1345 Guido da Vigevano premetteva nella sua Anatomia che siccome le dissezioni erano proibite dalla Chiesa, ma dato che la conoscenza dell'anatomia era necessaria alla medicina, egli avrebbe illustrato questa materia utilizzando delle immagini appositamente realizzate.

Mondino dei Liuzzi, Anathomia, 1541

Nell'Anatomia Richardi, il suo autore spiegava invece che dal momento che le dissezioni erano un trattamento orribile per il corpo umano, gli anatomisti le praticavano sugli animali. Infine c'è un passo nella Anothomia di Mondino dei Liuzzi, scritta nel 1316, che sembra far riferimento diretto alla bolla di Bonifacio VIII[34]:

(LA)

«Et hoc est ossa autem alia quae infra passilare [sunt] non bene ad sensum apparent nisi ossa illa dequoquantur, sed propter peccatum dimittere consuevit.»

(IT)

«Le altre ossa che sono sotto al (l'osso) basilare non appaiono bene alla vista se quelle ossa non si fanno bollire, ma poiché (è un) peccato, si ha l'abitudine di lasciar stare.»

Ma nonostante queste bolle e le loro interpretazioni, le dissezioni furono molto praticate nel corso del XIV secolo, e in particolare Mondino, fu uno degli anatomisti più attivi. Ad ogni modo le ambiguità interpretative di sicuro cessarono nel 1482, quando Papa Sisto IV autorizzò esplicitamente le dissezioni nell'Università di Tubinga, indicando l'approvazione della Chiesa verso tale pratica[35].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Le Goff, Un lungo Medioevo; Gatto, Morghen, Viaggio intorno al concetto di Medioevo (Vedi bibliografia)
  2. ^ Fondamentali in questo senso sono stati gli studi di Jacques Le Goff, (Vedi bibliografia)
  3. ^ a b Harris, Gribsby, Misconceptions About the Middle Ages, (Vedi bibliografia)
  4. ^ Pierre Duhem, Le Système du Monde. Histoire des Doctrines cosmologiques de Platon à Copernic, 10 volumi., (1913—1959)
  5. ^ a b Le fonti primarie prese in considerazione sono i concili, che possono essere regionali o generali (ecumenici), con i canoni da loro approvati, i Decretali e le Bolle dei Papi. Data la vastità e la complessità del materiale, nel corso dei secoli vennero compilate delle Colleptiones, ovvero raccolte di canoni, al fine di ordinare sistematicamente le leggi e di chiarire le contraddizioni che mano mano nascevano. La prima grande collezione è il Decretum di Graziano (1140), che non aveva carattere ufficiale ma che di fatto fu scrupolosamente utilizzato dai canonisti ed in seguito entrò nel Corpus Iuris Canonici. Per quanto riguarda invece le grandi collezioni ufficiali abbiamo la Compilatio tertia del 1210, la Compilatio quinta del 1226 (le altre compilationes non erano ufficiali) ed infine le fondamentali Decretales di Papa Gregorio IX promulgate nel 1234 e che entreranno a far parte del Corpus Iuris Canonici.
  6. ^ Gli atti completi dei concili trattati in questa pagina possono essere letti in: Gian Domenico Mansi, Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio, Firenze e Venezia, 1758-98. Sia l'opera di Mansi, sia le Decretales possono essere liberamente scaricati dal sito www.documentacatholicaomnia.eu rispettivamente a questo e questo link
  7. ^ Mansi, Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio, volume 21, 1130 Concilium Claromontanum, canon V; 1131 Concilium Remense, canon VI; 1139 Concilium Lateranense II, canon IX
  8. ^ Mansi, Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio, volume 21, 1163 Concilium Turonense, canon VIII - Gli atti del concilio di Montpellier del 1162 sono andati perduti, però spiega il Mansi, nel 1195, in un altro concilio a Montpellier si fa riferimento al concilio del 1162 e si dice che esso avesse proibito a monaci, canonici regolari e agli altri religiosi di aver accesso allo studio della giurisprudenza e della medicina. Dato che il canone 8 del concilio di Tours tratta questa stessa materia, e dato che entrambi i concili sono stati presieduti dallo stesso Papa Alessandro III, è lecito arguire (Amundsen) che il canone contenuto nel Concilio di Montepellier del 1162 fosse identico a quello di Tours, così come erano uguali tra loro i canoni dei concili già citati di Clermont, Reims e Lateranense. Ad ogni modo il canone contenuto nelle Decretales è identico a quello del 1163, pertanto è su questo che ci si deve basare nell'analisi del diritto canonico del tempo.
  9. ^ Amundsen (vedi bibliografia) segnala le seguenti: Appendix consilii Lateranensis, Collectio canonun Lipsiensis, Collectio canonun Bambergensis, Colectio canonum Casselana e la Compilatio prima
  10. ^ Decretalium Compilatio, Liber III, titulus L, caput III
  11. ^ Mansi, Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio, volume 22, 1213 Concilium Parisiense, canon XX
  12. ^ Walter Ullmann, Honorius III and the Prohibition of Legal Studies, Juridical Review 60 (1948) 177 - Articolo ripubblicato in: Walter Ullmann, George Garnett, Law and Jurisdiction in the Middle Ages, Variorum Reprints, 1988
  13. ^ a b c Darrel W. Amundsen, Medieval canon law on medical and surgical practice by the clergy, Bulletin of the History of Medicine, 52 (1978) 22-44. Articolo poi ripubblicato in Medicine, Society and Faith in the Ancient Medieval Worlds (1996), capitolo 8 - A detta dello stesso Amundsen questo è il primo e fondamentale studio sistematico sulla legislazione ecclesiastica riguardante i presunti divieti fatti ai chierici di praticare la medicina e la chirurgia, (Vedi bibliografia)
  14. ^ Decretalium Compilatio, Liber I, titulus XIV, caput VII
  15. ^ Amundsen, Medicine, Society and Faith in the Ancient and Medieval Worlds, capitolo 10 (Vedi bibliografia)
  16. ^ Decretalium Compilatio, Liber V, titulus XII, caput XIX
  17. ^ Mansi, Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio, volume 22, 1215 Concilium Lateranense IV, canon XVIII
  18. ^ Decretalium Compilatio, Liber III, titulus L, caput IX
  19. ^ a b c Su questo punto Amundsen ha consultato una vasta bibliografia, solo in piccola parte riportata al paragrafo Il problema delle fonti
  20. ^ Non vengono infatti toccati da questo divieto né gli Ordini minori né il Clero secolare che, come già detto più sopra nell'introduzione all'utilizzo delle fonti primarie, costituivano al tempo la maggior parte del clero.
  21. ^ Mansi, Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio, volume 23, 1247 Statuta Cenomanensia (Le Mans), colonna 756 - volume 24, 1284 Synodus Neumausensis, colonna 542, 1298 Synodus Herbipolensis (Würzburg), colonna 1190, 1300 Synodus Baiocensis, canon XXXV
  22. ^ a b Andrew Dickson White, History of the Warfare of Science with Theology in Christendom (1896). Questo libro è all'origine di molte errate concezioni moderne sulla cultura medievale. Ad esempio esso ha diffuso il mito che nel Medioevo la Terra fosse ritenuta piatta e che al tempo non esistesse il sapere scientifico e l'indagine sperimentale. La moderna critica storica è ormai unanime nel valutare il libro di White come antistorico, tuttavia le sue tesi sono ancora molto diffuse al di fuori dell'ambito specialistico. (Per maggiori dettagli vedi bibliografia sulla tesi del conflitto. Sulla critica ed il rifiuto delle tesi di White da parte della moderna storiografia si veda in particolare: Colin A. Russell, The Conflict of Science and Religion, primo capitolo del volume Science and Religion edito da Gary Ferngreen; l'Introduzione al volume God and Nature edito David C. Lindberg and Ronald L. Numbers, e, di questi stessi autori, anche l'articolo Beyond War and Peace: A Reappraisal of the Encounter between Christianity and Science, che presenta anche parti di critica molto dura a White, sia nel metodo che nel merito, mettendone anche in dubbio la buona fede.)
  23. ^ Deshaies EM, DiRisio D, Popp AJ, Medieval management of spinal injuries: parallels between Theodoric of Bologna and contemporary spine surgeons, in Neurosurg Focus, vol. 16, nº 1, 2004, pp. E3, PMID 15264781.
  24. ^ a b Tre testi italiani che si allineano a questa tradizione: Luigi Chiminelli, Chirurgia, Giornale veneto di scienze mediche, 1851; Adriana Rigutti, Anatomia, Giunti, 2003; Cesare Catananti, Medicina, valori e interessi: (dichiarati e nascosti), Vita e Pensiero, 2002
  25. ^ Talbot, Medicine in Medieval England, pagina 55, (Vedi bibliografia)
  26. ^ Ildeberto di Lavardin (1055-1133), Vescovo di Le Mans e poi di Tours, scrisse una satira dal titolo Quam nociva sint sacris hominibus femina, avaritia, ambitio (Quanto siano dannosi agli uomini sacri le donne, l'avarizia e l'ambizione) [1]
  27. ^ a b Talbot, Medicine in Medieval England, pagina 50 (Vedi bibliografia)
  28. ^ Talbot, Medicine in medieval England, pagina 51-52 (Vedi bibliografia) "Innocent III dealt with this matter at the Lateran Council of 1215. He forbade all clerics in higher orders, that is, subdeacons, deacons and priests, to carry out surgical operations which involved cutting or burning. It was to be left to laymen. This decree has been constantly brought forward to show that from this point onwards surgery was thrown into the hands of the illiterate and that it led to the separation of medicine and surgery. This argument is based on three false suppositions ecc..."
  29. ^ a b c Tutte le considerazioni qui presentate sull'importanza dei medici laici si possono trovare in Talbot, Medicine in Medieval England, pagina 53 (Vedi bibliografia)
  30. ^ Sull'utilizzo dei vari termini si può vedere Mitchell, Medicine in the Crusades e Prioreschi, A History of Medicine volume V: Medieval Medicine (Vedi bibliografia)
  31. ^ a b c Sulle ragioni della separazione di medicina e chirurgia si può vedere Talbot, Medicine in Medieval England, pagine 51-55; e Walsh, The popes and science, capitolo: The Church and Surgery during the Middle Ages (Vedi bibliografia)
  32. ^ Guy de Chauliac, Chirurgia Magna, Proemio
  33. ^ Corpus Iuris Canonici, Extravagantes Communes, Liber III, Titulus VI, Caput I, [2]- Una copia integrale della bolla è riportata anche in appendice nel libro di Walsh, Popes and Science, (Vedi bibliografia)
  34. ^ Mondino dei Liuzzi, Anothomia, a cura di Piero Giorgi - Edizione digitale: M. Bresadola, P. Fezzi - pagina 39, recto, linee 13-15 Copia archiviata, su cis.alma.unibo.it. URL consultato il 13 gennaio 2009 (archiviato dall'url originale l'8 maggio 2006). - Si tenga comunque presente che quello citato è in contrasto con due passi precedenti (pagina 2, recto, linee 8-11; pagina 39, verso, linee 12-15), dai quali si potrebbe evincere che la macerazione dei corpi in acqua fosse una pratica consueta:
    (LA)

    «De partibus autem, et licet sint duplices, consimiles et compositae de simplicibus, non ponam distinctam anothomiam, quia earum anothomia non perfecte apparet in corpore deciso, sed magis liquefacto a gurgitibus aquarum.»

    (IT)

    «Per quel che riguarda gli organi, sebbene siano di due tipi, composti di tessuti simili e di tessuti particolari, non esporrò un'anatomia dettagliata (dei tessuti particolari), perché la loro morfologia non si dimostra molto bene in un corpo sezionato, ma piuttosto in uno macerato in acqua corrente.»

    (LA)

    «Sed hae diversitates magis sunt notae in corpore decocto vel perfecte exiccato, et ideo non cures. Sed forte alias faciam anothomiam in tali et scribam quae ad sensum videbo ut proposui a principio.»

    (IT)

    «Ma queste differenze si osservano meglio in un corpo bollito oppure perfettamente essiccato, quindi non occupartene. Ma forse in un'altra occasione farò l'anatomia in (materiale) del genere e scriverò ciò che vedrò con i miei occhi, come (del resto) mi sono proposto all'inizio (di questo lavoro).»

  35. ^ Carlino, La Fabbrica del Corpo, capitolo III, (Vedi bibliografia)

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Riferimenti principali:

  • Darrel W. Amundsen, Medicine, Society and Faith in the Ancient and Medieval Worlds, London: Johns Hopkins University, 1996
  • Charles Hugh Talbot, Medicine in Medieval England London: Oldbourne 1967
  • James Joseph Walsh, The popes and science; the history of the papal relations to science during the middle ages and down to our own time, New York: Fordham University Press, 1908, ripubblicato nel 2003 da Kessinger Publishing (Testo completo dell'edizione 1908 sull'Internet Archive)
  • Katharine Park, The criminal and the saintly body: autopsy and dissection in Renaissance Italy, Renaissance Quarterly, 22 marzo 1994
  • Lewis Stephen Pilcher, The Mondino Myth, Medical Library and Historical Journal 4 (1906) 311 (Testo completo da PubMed Central)

Riferimenti generali consultati sulla storia della medicina

  • Piers D. Mitchell, Medicine in the Crusades: Warfare, Wounds, and the Medieval Surgeon, Cambridge University Press, 2004
  • Andrea Carlino, La fabbrica del corpo: libri e dissezione nel Rinascimento, Einaudi, 1994
  • Lois N. Magner, A History of Medicine, second edition, Taylor and Francis group, 2005
  • James Joseph Walsh, Old Time Makers of Medicine, 1911, ristampato da Lethe Press, 2008 (Testo completo dell'edizione 1911 sull'Internet Archive) (Testo completo dell'edizione 1911 nel Progetto Gutenberg)
  • Plinio Prioreschi, A History of Medicine volume V: Medieval Medicine, Horatius Press, 1996
  • Raffaele A. Bernabeo, Giuseppe M. Pontieri, G. B. Scarano, Elementi di storia della medicina, PICCIN, 1993
  • Lawrence I. Conrad, Michael Neve, Vivian Nutton, Roy Porter, Andrew Wear, The Western medical tradition: 800 B.C.-1800 A.D., Cambridge University Press, 1995
  • Katharine Park, Anatomy, voce enciclopedica in Thomas F. Glick, Steven John Livesey, Faith Wallis, Medieval science, technology, and medicine: an encyclopedia, Routledge, 2005

Riferimenti minimi sulla "rivalutazione" del Medioevo

  • Stephen J. Harris, Bryon L. Grigsby, Misconceptions About the Middle Ages, Routledge - Taylor and Francis Group, 2008
  • Jacques Le Goff, Un lungo Medioevo, Edizioni Dedalo, 2006
  • Ludovico Gatto, Raffaele Morghen, Viaggio intorno al concetto di Medioevo, Bulzoni, 2002

Riferimenti specialistici sulla tesi del conflitto tra religione e scienza

  • David C. Lindberg, Ronald L. Numbers, God & Nature: Historical Essays on the Encounter Between Christianity and Science, University of California Press, 1986
  • Gary Ferngren (editore), Science & Religion: A Historical Introduction Baltimore: Johns Hopkins University Press, 2002
  • David C. Lindberg and Ronald L. Numbers, Beyond War and Peace: A Reappraisal of the Encounter between Christianity and Science, Perspectives on Science and Christian Faith 39 (1987) 140; oppure: Church History 55 (1986) 338;[3]

Fonti primarie

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]