Arnaldo Azzi

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on. Arnaldo Azzi
Bandiera italiana
Assemblea costituente
Luogo nascita Ceneselli
Data nascita 23 dicembre 1885
Data morte 25 novembre 1957
Professione militare
Gruppo Repubblicano
Collegio Collegio Unico Nazionale
Bandiera italiana
Parlamento italiano
Camera dei deputati
Gruppo Partito Socialista Italiano
Collegio Roma
Incarichi parlamentari
  • Vicepresidente della V Commissione (Difesa)
  • Componente della V Commissione (Difesa)
  • Componente della Commissione d'indagine per le accuse rivolte ai deputati Spiazzi Tolloy e Michelini
Arnaldo Azzi
Dati militari
Paese servito bandiera Regno d'Italia
Italia Italia
Forza armata Regio Esercito
Esercito Italiano
Arma Fanteria
Grado Generale di divisione
Guerre Guerra italo-turca
Prima guerra mondiale
Seconda guerra mondiale
Comandante di 41ª Divisione fanteria "Firenze"

[1]

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Arnaldo Azzi (Ceneselli, 23 dicembre 1885Cuneo, 25 novembre 1957) è stato un generale e politico italiano. Comandante della 41ª Divisione fanteria "Firenze" all'atto dell'armistizio dell'8 settembre 1943, si oppose fermamente ad ogni trattativa di resa con le forze tedesche o con i partigiani albanesi, portando la sua divisione dapprima al combattimento, e poi alla macchia sulle montagne dell'Albania. Rientrato in Patria nel giugno 1944 fu deputato all'Assemblea Costituente della Repubblica Italiana e poi alla Camera dei deputati.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Nato a Ceneselli (Rovigo) il 23 dicembre 1885,[2] si arruolò nel Regio Esercito come soldato semplice di fanteria nel 1910, iniziando la carriera militare. Prese parte alla Guerra italo-turca e fu promosso al grado di Tenente[3] il 6 settembre del 1913.[4] combatte nella prima guerra mondiale, inizialmente come comandante di compagnia, terminando la guerra al comando del I Battaglione[5] del 218° Reggimento della Brigata di fanteria “Volturno”, con il grado di Maggiore. Ferito in azione fu decorato con la Croce di guerra al valor militare.[2]

Prese parte alle operazioni di riconquista della Libia al comando di una compagnia di ascari eritrei ivi trasferiti insieme al loro battaglione. Tra il 1929 e il 1931 comandò diversi battaglioni, fu promosso al grado di Colonnello il 17 agosto del 1935, divenendo comandante del 46° Reggimento di fanteria “Reggio”, incarico ricoperto fino al 1937. Promosso Generale di brigata divenne comandante del GAF del II Corpo d'armata.

Tra il 10 dicembre[6] del 1941 e il 30 luglio del 1942[7] operò in Africa settentrionale italiana[8] come comandante della 101ª Divisione di fanteria “Trieste”.[9] Alla testa dei suoi soldati, il 21 giugno entrò in Tobruk accogliendo la resa della guarnigione sudafricana.[9]

Nel novembre dello stesso anno assunse il comando della 41ª Divisione di fanteria "Firenze"[10] assegnata alla 9ª Armata operante in Albania. Questa grande unità era inquadrata nel Gruppo di Armate Est, con Quartier Generale a Tirana. Il 1º gennaio del 1943 fu elevato al rango di Generale di divisione. L'armistizio dell'8 settembre 1943 lo colse di sorpresa, ma fu uno dei pochi generali generali italiani che, rifiutandosi[8] di obbedire ad ordini superiori, non cedette le armi[11] né ai tedeschi, né alle truppe partigiane albanesi di Axhi Liesci.[8] Tenuti uniti i sottoposti ed evitando ogni sbandamento di truppe, si scontrò con le truppe tedesche a Kruja,[8] sostenendo il massiccio contrattacco fino all'ordinato ripiegamento dei suoi soldati in montagna. Il 28 settembre 1943 si incontrò con Enver Hoxa[8] e con altri capi della resistenza albanese, stipulando con loro importanti accordi politico-militari. Trasformata la Divisione in una forte unità partigiana, egli assunse il Comando Italiano Truppe alla Montagna (C.I.T.a.M.),[8] che sino a qual momento era stato tenuto dal Tenente colonnello Mario Barbi Cinti. Una delle prime decisioni di carattere militare prese fu l'istituzione di cinque "Comandi militari di zona",[12] ciascuno dei quali assegnato ad un battaglione per un totale di circa 25.000 uomini.[13] Nel giugno del 1944[8] rientrò in Patria con buona parte dei suoi uomini, ed assunse il comando militare delle regioni Lazio, Abruzzi e Umbria. Nel dicembre dello stesso anno fu esonerato[8] dal comando dall'allora ministro della Guerra perché aveva pubblicato un articolo sulla democratizzazione, l'apoliticità e la riduzione delle Forze armate.[14] L'ordine per la sua destituzione fu dato del Luogotenente generale del Regno, Umberto di Savoia.[8] Egli rispose al provvedimento restituendo al Ministro le sue onorificenze e le ricompense al valor militare di cui era insignito. Soltanto dopo la proclamazione della Repubblica fu reintegrato nel grado. Deputato[15] all'Assemblea Costituente,[2] militò nel Partito Repubblicano, aderendo successivamente al Fronte Democratico Popolare. Durante la prima legislatura fu vice presidente della V Commissione Difesa della Camera dei deputati.[2] Si spense a Cuneo il 25 novembre 1957.

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Croce di guerra al valore militare - nastrino per uniforme ordinaria Croce di guerra al valore militare
«Dette prova di ardimento e coraggio durante il combattimento, e di forza d'animo allorché rimase ferito.»
— Rovarè, 19 giugno 1918.[16]
Medaglia commemorativa della guerra italo-austriaca 1915 – 18 (4 anni di campagna) - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia commemorativa della guerra italo-austriaca 1915 – 18 (4 anni di campagna)
Medaglia commemorativa dell'Unità d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia commemorativa dell'Unità d'Italia
Medaglia commemorativa interalleata della vittoria - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia commemorativa interalleata della vittoria
Cavaliere dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine della Corona d'Italia
Ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria Ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia
— Regio Decreto del 10 febbraio 1936-XIV[17]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Biografia ANPI
  2. ^ a b c d Becherelli, Carteny, Giardini 2013, p. 228
  3. ^ Insieme a lui furono promosso lo stesso giorno anche i futuri generali Antonio Gandin, Giovanni Messe, Ernesto Chiminello, Francesco La Ferla, Ugo Tabellini.
  4. ^ Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia n.237 dell'11 ottobre 1913.
  5. ^ Aveva assunto questo comando il 25 agosto del 1918, rimpiazzando il capitano Raoul Astolfi.
  6. ^ Sostituì al comando della Divisione il generale Alessandro Piazzoni.
  7. ^ Venne rimpiazzato al comando della Divisione dal generale Francesco La Ferla.
  8. ^ a b c d e f g h i Becherelli, Carteny, Giardini 2013, p. 229
  9. ^ a b Crociani, Battistelli 2011, p. 12
  10. ^ Il comando di divisione si trovava a Dibra.
  11. ^ L'ordine di consegnare le armi pesanti era giunto dal Comandante del Gruppo di Armate Est, generale Ezio Rosi.
  12. ^ Dibra, Peza, Elbasan, Dajt e Berat.
  13. ^ Becherelli, Carteny, Giardini 2013, p. 230
  14. ^ In più gli si incolpava di avere tenuto discorsi apertamente antimonarchici.
  15. ^ Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia n.116 del 20 maggio 1946.
  16. ^ Decreto Ministeriale del 2 luglio 1922.
  17. ^ Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia n.168 del 22 luglio 1936.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Viscardo Azzi, I disobbedienti della 9ª armata. Albania 1943-1945, Milano, Ugo Mursia, 2010, ISBN 8-84254-185-1ISBN non valido (aiuto).
  • Alberto Becherelli, Andrea Carteny, Fabrizio Giardini, L’Albania indipendente e le relazioni italo-albanesi (1912-2012), Roma, Edizioni Nuova Cultura, 2013, ISBN 8-86812-135-2.
  • (EN) Piero Crociani, Pier Paolo Battistelli, Italian Army Elite Units & Special Forces 1940-43, Botley, Osprey Publishing Company, 2011, ISBN 1-84908-595-1.