Šamaš

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Šamaš, divinità del sole, Sippar, prima età del ferro, 870 A.C., calco in gesso di originale in calcare - Oriental Institute Museum, University of Chicago.
Sigillo cilindrico con scena di culto a Šamaš, calcare (Parigi, Louvre).

Šamaš (Shamash nella resa anglosassone) in accadico e Utu in sumerico era nella mitologia mesopotamica il dio del sole che con il dio della luna Sin (sumerico: Nanna) e Ištar (sumerico: Inanna), dea di venere, faceva parte di una triade astrale di divinità. Šamaš era figlio di Sin e la sua consorte paredra originariamente era Aya, successivamente identificata con Ištar[1].

Šamaš, come divinità solare, esercitava il potere della luce sulle tenebre e sul male. In questa veste fu venerato come dio della giustizia e dell'equità ed era il giudice sia degli dei sia degli uomini. Secondo la leggenda, il re babilonese Hammurabi ricevette il suo codice delle leggi da Šamaš[1].

Gli emblemi di Šamaš sono il disco solare con all'interno una stella a quattro punte, da cui si dipartono fasci di raggi, e lo stendardo il quale reca lo stesso disco infitto su un'asta e che è spesso tenuto da un uomo-toro[2]. Di notte Šamaš diveniva giudice degli inferi[1].

Gli effetti negativi del sole (calore ardente, fuoco degli incendi) erano invece attribuiti alla divinità ctonia Nergal [3].

Il culto principale di Šamaš si praticava a Sippar e a Larsa, nei templi a lui dedicati, gli É-babbar[4] o Ebabbar[5] (Casa dello splendore)[2]. Babbar, splendore o splendente, era anche un attributo sumerico della divinità, con il quale veniva a volte invocato[2].

Nella dodicesima tavola del poema di Gilgameš Šamaš viene invocato per aprire il passaggio verso l'Oltretomba e permettere ai due amici, Gilgameš ed Enkidu, di riabbracciarsi. In un'altra versione dello stesso mito è l'invocazione a Šamaš che causa l'apertura, ai piedi di Gilgameš, di una voragine nella quale perde pukku e mikku, due oggetti simbolici di grande valore, probabilmente un tamburo e una bacchetta, strumenti musicali di carattere sacro nell'antica Mesopotamia[6].

Note[modifica | modifica wikitesto]

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Luigi Cagni, «La religione della Mesopotamia», in Storia delle religioni. Le religioni antiche, Laterza, Roma-Bari 1997, ISBN 978-88-420-5205-0
  • (EN) Thorkild Jacobsen, The treasures of darkness. A history of mesopotamian religion, Yale University Press, Yale 1976
  • (EN) Andrew George, The Epic of Gilgamesh. A new translation, Penguin Books, Londra 2000

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