Epopea di Gilgamesh

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Eroe armato che doma il leone; bassorilievo da Khorsabad, risalente al periodo di Sargon II (VIII secolo a.C.), alto m 4,45 è in pietra alabastrina.
Conservato presso il Museo del Louvre di Parigi.
In passato tale figura è stata identificata in modo erroneo con Gilgameš; in realtà si tratta di una figura risalente al periodo protodinastico e utilizzata nei rilievi di Šarrukin (Khorsabad) per decorare i prospetti esterni delle corti[1].
« Di colui che vide ogni cosa, voglio narrare al mondo;
di colui che apprese e che fu saggio in tutte le cose. »
(Proemio dell'Epopea o 'Canto' di Gilgamesh)

L'Epopea di Gilgameš è un ciclo epico di ambientazione sumerica, scritto in caratteri cuneiformi su tavolette d'argilla, che risale a circa 4500 anni fa tra il 2600 a.C. e il 2500 a.C. Esistono sei versioni conosciute di poemi che narrano le gesta di Gilgameš, re sumero di Uruk, nipote di Enmerkar e figlio di Lugalbanda. Nella versione più conosciuta, la cosiddetta Epopea di Gilgameš è babilonese[2].

L'Epopea di Epopea di Gilgameš raccoglie tutti quegli scritti che hanno come oggetto le imprese del mitico re di Uruk ed è da considerarsi il più importante dei testi mitologici babilonesi e assiri pervenuti fino a noi.

Di quest'opera noi possediamo, oltre all'edizione principale allestita per la biblioteca del re Assurbanipal e ora conservata nel British Museum di Londra, altre versioni più antiche e frammentarie. Tutti i popoli che sono venuti a contatto con il mondo sumerico hanno avvertito la grandezza dell'ispirazione, tanto è vero che tavolette cuneiformi con il testo di Gilgameš sono state trovate in Anatolia, scritte in lingua ittita e lingua hurrita, e in Siria-Israele. I testi più antichi che trattano le avventure dell'eroe appartengono alla letteratura sumerica e scene dell'epopea si ritrovano, oltre che su vari bassorilievi, su sigilli cilindrici del III millennio a.C.

Fonti storiche[modifica | modifica wikitesto]

Le fonti dell'epopea sono varie e coprono un lasso di tempo di circa duemila anni. Gli originali poemi in lingua sumera e la successiva versione in lingua accadica sono le principali fonti delle traduzioni moderne; la più antica versione sumera viene utilizzata soprattutto per riempire le lacune della versione accadica. Nonostante recenti integrazioni, l'epica rimane ancora incompleta.[3]

Il nucleo più antico dei poemi sumeri viene modernamente considerato come una raccolta di storie separate, piuttosto che una singola epica unitaria.[4] L'origine risale alla terza dinastia di Ur (2150-2000 a.C.), mentre le più antiche versioni accadiche vengono datate all'inizio del secondo millennio a.C.[4], probabilmente tra il XVIII e il XVII secolo a.C. quando alcuni autori utilizzarono il materiale letterario esistente per dare forma ad un'epica unificata.[5] La versione standard accadica, che consiste di dodici tavolette di argilla, fu redatta da Sin-liqe-unninni, tra il 1300 e il 1000 a.C. e fu trovata nella biblioteca di Assurbanipal a Ninive.

L'Epopea di Epopea di Gilgameš fu scoperta nel 1853 dall'archeologo assiro Hormuzd Rassam. Nel 1870 fu pubblicata una traduzione in inglese da parte dell'assirologo George Smith,[6] a cui fecero seguito altre traduzioni in varie lingue moderne. La più recente e completa versione critica in inglese[7] è un libro in due volumi pubblicato nel 2004 da Andrew George e che comprende l'esegesi di ogni singola tavoletta con testo originale e traduzione a fronte.[3] La prima versione in arabo direttamente dalle tavolette originali risale al 1960 ad opera dell'archeologo iracheno Taha Baqir.

La scoperta di alcuni artefatti datati al 2600 a.C. che fanno riferimento a Enmebaragesi re di Kish, menzionato nell'epica come padre di uno degli avversari di Epopea di Gilgameš, ha rafforzato la credibilità dell'effettiva esistenza storica di Epopea di Gilgameš[8], ma l'argomento è controverso[9]

Narrazione[modifica | modifica wikitesto]

L'Epopea di Gilgameš, nella sua versione classica babilonese, narra la storia del re di Uruk, Gilgameš, che coinvolge (o costringe) i giovani maschi della città in attività ludiche (o marziali). I parenti di questi giovani si lamentano con le divinità, le quali rispondono alle loro preghiere creando il "guerriero primitivo": Enkidu.

Enkidu vive da solo nella steppa insieme agli animali e li difende dai cacciatori di Uruk, e questi si lamentano della sua presenza con Gilgameš. Il re di Uruk invia quindi la ierodula Šamḫat a Enkidu. La prostituta sacra inizia al sesso Enkidu e tali attività amorose allontanano dal mondo ferino di animale selvatico, il "guerriero primitivo", e lo avvicinano a quello degli uomini. Šamḫat convince quindi Enkidu a raggiungere Uruk per conoscere il suo re, Gilgameš. L'incontro tra il "guerriero primitivo" e Gilgameš si risolve in un combattimento tra i due, dove Enkidu ha la meglio, ma riconosce nel re di Uruk la divina capacità di comando.

Gilgameš convince Enkidu ad accompagnarlo nella spedizione nella Foresta dei Cedri dove vive il terribile guardiano Ḫubaba. Il motivo della spedizione è quello di sconfiggere il divino guardiano e quindi conquistare una fama imperitura. I due si recano nella Foresta e uccidono Ḫubaba, nonostante il guardiano abbia più volte invocato clemenza.

Gilgameš ed Enkidu rientrano a Uruk, lì la dea Ištar, dea dell'amore fisico, si invaghisce del re proponendosi come sua sposa. Ma Gilgameš, la respinge motivando il suo rifiuto con il triste destino occorso a chi aveva precedentemente sposato la dea. Ištar, rifiutata, si infuria e recatasi in Cielo dal dio An gli chiede di inviare sulla terra il Toro Celeste affinché uccida Gilgameš. An risponde negativamente alle pressanti richieste di Ištar, ma si decide a liberare il Toro dopo che la dea minaccia di aprire i cancelli degli Inferi. Il Toro celeste sconvolge la Terra, ma viene affrontato da Gilgameš e da Enkidu che lo uccidono.

Gli dèi si riuniscono e decidono la morte per Enkidu che, insieme a Gilgameš, ha ucciso due esseri divini: Ḫubaba e il Toro Celeste. Enkidu quindi si ammala e muore. Gilgameš è disperato per la morte dell'amico e spaventato dalla presenza della "morte"; vagando per la steppa coperto di pelli, va alla ricerca di Utanapištim, l'unico sopravvissuto al Diluvio Universale a cui gli dèi hanno concesso la vita eterna.

Raggiunto Utanapištim, dopo aver superato la montagna protetta dagli uomini-scorpione e dopo aver attraversato il Mare della Morte, Gilgameš viene a conoscenza del racconto sul Diluvio Universale e diviene consapevole di non poter mai raggiungere l'immortalità. Nonostante questo, Utanapištim confida a Gilgameš l'esistenza della "pianta della giovinezza", mangiata la quale si può tornare ad essere "giovani". Gilgameš la raggiunge nel profondo degli abissi e la prende allo scopo di portarla ai vecchi della sua città. Ma, mentre il re di Uruk sosta presso una pozza d'acqua per le purificazioni, un serpente mangia la pianta rinnovando in questo modo la sua pelle. Gilgameš è disperato, ma ormai pienamente consapevole dell'inevitabile destino degli uomini.

L'ultima tavola dell'epopea, la XII, narra di Gilgameš che perde i suoi preziosi strumenti di gioco (o di musica), che cadono negli Inferi. Enkidu si offre per andare a recuperarli, Gilgameš lo raccomanda di rispettare le regole del mondo dei morti affinché non venga trattenuto per sempre lì. Sceso negli Inferi, Enkidu viola le consegne di Gilgameš, quindi non può più tornare tra i vivi. Gilgameš è disperato e alla fine ottiene dagli dèi di poter incontrare l'amico e fedele servitore Enkidu: la tavola termina con il racconto di Enkidu a Gilgameš sul mondo dei morti.

Relazioni e influenze con la Bibbia[modifica | modifica wikitesto]

Nei testi biblici, molto successivi, e nell'epica classica, compaiono svariate affinità con elementi del poema; si pensa che alcuni temi fossero diventati largamente diffusi nel mondo antico e che la loro attestazione testimoni rapporti culturali fra i popoli (ad esempio si presume l'influenza sugli ebrei del periodo della prigionia di questi ultimi a Babilonia). Le somiglianze degli elementi della trama e dei personaggi dell'Epopea con quelli della Bibbia comprendono ad esempio il Giardino dell'Eden e il racconto del Diluvio universale contenuto nella Genesi.

La scoperta di nuovi passi del testo[modifica | modifica wikitesto]

Nel 2015 sono state tradotti nuovi passi totalmente sconosciuti fino a questo momento provenienti da delle tavolette in possesso dal museo di Sulaymaniyah, nel Kurdistan iracheno e acquistate da mercanti di contrabbando. L'eccezionalità della scoperta risiede nel fatto che si siano aggiunti nuovi aspetti dell'epopea fino ad ora ignoti.[10]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Enrico Ascalone, Mesopotamia, Milano, Electa, 2005, p.15
  2. ^ Giovanni Pettinato, I Sumeri, Bompiani, Milano, 2007, p. 162.
  3. ^ a b Andrew George (a cura di), The Epic of Gilgamesh, Penguin Classics, 1999, pp. 50 (introduction), ISBN 978-0-14-044919-8.
  4. ^ a b Dalley, p. 45
  5. ^ T.C. Mitchell. The Bible in the British Museum, The British Museum Press, 1988, p.70.
  6. ^ George Smith, The Chaldean Account of the Deluge, in Sacred-Texts.com, 3 dicembre 1872.
  7. ^ Eleanor Robson, http://bmcr.brynmawr.edu/2004/2004-04-21.html
  8. ^ Dalley, pp. 40-41
  9. ^ Per una disamina, cfr. Giovanni Pettinato, I Sumeri, pp.214 e sgg.
  10. ^ Tradotto un verso sconosciuto dell’Epopea di Gilgamesh, su Il Fatto Storico, 04 ottobre 2015. URL consultato il 14 maggio 2016.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Giovanni Pettinato (a cura di), La saga di Gilgamesh, Milano, Mondadori, 2004, ISBN 9788804534754.
  • Henrietta McCall, 'Miti mesopotamici, Milano, Mondadori, 1995, ISBN 88-04-40030-7.
  • N. K. Sandars (a cura di), L'Epopea di Gilgamesh, Milano, Adelphi, 2209, ISBN 978-88-459-0211-6.
  • J. Bottero & S. N. Kramer, Uomini e dei della Mesopotamia: alle origini della mitologia, Torino, Einaudi, 1992 ISBN 88-06-12737-3
  • Andrew George, The Epic of Gilgamesh - a new translation, Penguin Classics (in inglese)
  • Stephanie Dalley (a cura di), Myths from Mesopotamia: Creation, the Flood, Gilgamesh, and Others, Oxford University Press, ISBN 978-0-19-953836-2.
  • Kendall, Stuart, transl. with intro., Gilgamesh, New York, Contra Mundum Press, 2012, ISBN 978-0-9836972-0-6.
  • George, Andrew R., trans. & edit., The Babylonian Gilgamesh Epic: Critical Edition and Cuneiform Texts, England, Oxford University Press, 2003, ISBN 0-19-814922-0.
  • Foster, Benjamin R., trans. & edit., The Epic of Gilgamesh, New York, W.W. Norton & Company, 2001, ISBN 0-393-97516-9.
  • Kovacs, Maureen Gallery, transl. with intro., The Epic of Gilgamesh, Stanford University Press, Stanford, California, 1985,1989, ISBN 0-8047-1711-7. Glossary, Appendices, Appendix (Chapter XII=Tablet XII). A line-by-line translation (Chapters I-XI).
  • Jackson, Danny, The Epic of Gilgamesh, Wauconda, IL, Bolchazy-Carducci Publishers, 1997, ISBN 0-86516-352-9.
  • Mason, Herbert, Gilgamesh: A Verse Narrative, Boston, Mariner Books, 2003, ISBN 978-0-618-27564-9. Prima pubblicazione nel 1970 per Houghton Mifflin; Mentor Books paperback pubblicato nel 1972.
  • Mitchell, Stephen, Gilgamesh: A New English Version, New York, Free Press, 2004, ISBN 0-7432-6164-X.
  • Sandars, N. K. (2006). The Epic of Gilgamesh (Penguin Epics). ISBN 0-14-102628-6 — ristampa della traduzione (in prosa) di N. K. Sandars 1960 (ISBN 0-14-044100-X) senza l'introduzione, nella collana Penguin Classic
  • Giovanni Pettinato (a cura di), La saga di Gilgamesh, Milano, Rusconi, 1992 ISBN 88-18-88028-4
  • Parpola, Simo, con Mikko Luuko e Kalle Fabritius, The Standard Babylonian, Epic of Gilgamesh, The Neo-Assyrian Text Corpus Project, 1997, ISBN 951-45-7760-4 (Volume 1) nella lingua originale Akkadica cuneiforme e sua translitterazione; i commenti e il glossario sono in Inglese.
  • Ferry, David, Gilgamesh: A New Rendering in English Verse, New York, Farrar, Straus and Giroux, 1993, ISBN 0-374-52383-5.

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