Rapporto tra religiosità e intelligenza

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La ricerca per individuare eventuali rapporti tra religiosità e intelligenza (perlopiù intesa come quoziente d'intelligenza) è condotta, principalmente negli Stati Uniti, al fine di verificare se possa esistere qualche elemento per poter collegare l'insorgenza di un sentimento religioso (nella specie di tipo fideistico, e più in particolare di fede secondo i canoni delle religioni rivelate) allo sviluppo intellettivo. In pratica, l'obiettivo di questa ricerca è di studiare l'esistenza e la dimensione di eventuali nessi di interdipendenza fra la condizione intellettuale dell'uomo e le sue credenze e pratiche religiose.

Metodi e misure dello studio[modifica | modifica sorgente]

Lo studio si svolge principalmente su campionamenti statistici e con modalità di intervista e questionario. Tramite test standardizzati, ad esempio il Wechsler Adult Intelligence Scale Third Edition (WAIS-III), e il livello d'istruzione (grado accademico raggiunto, media dei voti, etc.) si cerca di determinare l' "intelligenza" degli individui nel campione. Inoltre, attraverso questionari riguardanti credenze e pratiche religiose, anche dei genitori e della comunità di cui fa parte, si cerca di determinare la "religiosità" del soggetto. Successivamente si possono usare i dati ottenuti per constatare eventuali correlazioni significative tra le due misure, il che, ovviamente, non implica necessariamente un rapporto causale diretto ed essenziale tra le stesse.

Alcuni studi precedentemente avevano constatato una correlazione leggermente negativa tra livello d'istruzione e religiosità (Shermer 2000), e vista la correlazione positiva tra intelligenza e livello d'istruzione, la questione del rapporto tra religiosità e intelligenza venne ritenuta una domanda molto interessante per la ricerca.

Secondo alcuni dei ricercatori i risultati ottenuti si potrebbero interpretare come tendenti a dimostrare una corrispondenza inversa fra religiosità e quoziente di intelligenza, tale che al crescere della prima si sarebbe riscontrata una contrazione della seconda.


Riscontri: sondaggio relativo[modifica | modifica sorgente]

In uno studio condotto sulla popolazione americana e pubblicato su Scientific American, il 90% degli intervistati hanno dichiarato di credere in un proprio dio personale e alla vita dopo la morte; quando però tra gli intervistati si considerano solo gli scienziati in possesso di un Bachelor of Science (l'equivalente di una Laurea triennale italiana nelle scienze esatte), la percentuale dei credenti scende al 40%; inoltre, considerando tra questi scienziati solo quelli considerati più "eminenti" dai loro colleghi, la percentuale dei credenti scende al 10%.[1]

Critiche[modifica | modifica sorgente]

Lo studio ha immediatamente suscitato polemiche in molte comunità scientifiche e culturali che hanno avanzato dubbi circa il rigore scientifico della ricerca, segnalando che alcuni degli elementi su cui si basa (ad esempio la fissazione del QI a parametro della misurazione dell'intelligenza, o la definizione della religiosità in rapporto ai credi più diffusi) non sono considerati unanimemente criteri attendibili. Altresì, dalle comunità scientifiche di impronta latina, si è eccepita una presunta velleitarietà dello studio, nella parte in cui pretenda di ricavare per mezzo della statistica dati scientifici su argomenti sui quali la filosofia, scienza deputata alla definizione sia della religiosità che dell'intelletto, non ha ancora raggiunto punti fermi né di unanime condivisione.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ (September, 1999). Scientific American.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Shermer, M. (2000). How we believe. New York, NY: W.H. Freeman. Google Print
  • David W. Orr: Education for Globalisation, The Ecologist, Vol. 29, No 2, May/June 1999.
  • Bell, E.T., Men of Mathematics. (New York: Simon and Schuster, 1937, ISBN 0-671-46400-0)
  • Burnham P. Beckwith. (Spring, 1986). The Effect of Intelligence on Religious Faith. Free inquiry. Indice disponibile qui.
  • (1998). Sceptic. vol.6 #2.8
  • (1998). Nature. 394 (6691), 313. [1]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]