Isola di Bioko

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Bioko
L'isola in una foto satellitare della NASA.
L'isola in una foto satellitare della NASA.
Geografia fisica
Localizzazione golfo di Guinea
Coordinate 3°36′53.85″N 8°45′08.22″E / 3.614958°N 8.752283°E3.614958; 8.752283Coordinate: 3°36′53.85″N 8°45′08.22″E / 3.614958°N 8.752283°E3.614958; 8.752283
Superficie 2017 km²
Geografia politica
Stato Guinea Equatoriale Guinea Equatoriale
Provincia Bioko Sud e Bioko Nord
Centro principale Malabo
Demografia
Abitanti 130.000 c.
Cartografia
Bioko.png
Mappa di localizzazione: Guinea Equatoriale
Bioko

[senza fonte]

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Posizione dell'Isola di Bioko nel golfo di Guinea

Bioko è un'isola della Guinea Equatoriale al largo della costa occidentale dell'Africa, situata a 40 km dalle coste del Camerun nel Golfo di Guinea.

Ha una popolazione stimata tra i 120.000 e i 170.000 abitanti e una superficie di 2.017 km².

Conosciuta, in periodo coloniale, con il nome di Fernando Pó, in onore del navigatore portoghese Fernão do Pó che la scoprì, dopo l'indipendenza ed il colpo di stato di Francisco Macías Nguema Biyogo, l'isola fu ribattezzata col nome del dittatore. Alla caduta di Biyogo, nel 1979, prese il nome di Bioko, in onore del fratello di Malabo Lopelo Melaka, re dei Bubi. Tutt'oggi l'isola viene chiamata Otcho dal popolo Bubi.

Geografia[modifica | modifica sorgente]

L'isola di Bioko misura 70 km da Nord a Sud nel suo punto di massima lunghezza e 32 km di larghezza massima. La sua area totale è di 2017 km². L'isola è di origine vulcanica e prevalentemente montuosa, somigliando in questo alle isole vicine come São Tomé e Príncipe. La vetta più alta è il Pico Basile (3012 m).

Demografia[modifica | modifica sorgente]

Sull'isola abitano circa 130.000 abitanti, la maggior parte dei quali appartengono alla tribù Bubi; Sono però presenti anche minoranze di spagnoli, Fernandinos e di immigrati dai vicini stati della Nigeria e del Camerun, oltre che dalla parte continentale della Guinea Equatoriale (Rio Muni). Negli ultimi anni il boom petrolifero ha fatto intensificare l'immigrazione dai paesi vicini, ma anche dall'Asia e dall'Europa; in quest'ultimo caso sono soprattutto dipendenti di compagnie petrolifere.

Storia[modifica | modifica sorgente]

I primi abitanti dell'isola sono stati dei Bantu provenienti dal continente, le cui tracce risalgono al primo millennio a.C., i quali costituiscono l'odierna tribù dei Bubi, che parla un linguaggio a sé stante, pur appartenendo al ceppo delle lingue Bantu. L'isola fu scoperta dagli europei nel 1472, quando il navigatore portoghese Fernão do Pó la denominò Formosa Flora ("Bel fiore"), ma nel 1494 l'isola fu ribattezzata col nome del suo scopritore. Caso unico fra le isole del Golfo di Guinea, Bioko era già abitata da un gruppo indigeno quando fu scoperta dagli europei.

Nel 1642 la Compagnia Olandese delle Indie Orientali (VOC) si stabilì sull'isola senza il consenso portoghese, creando alcune basi per il commercio di schiavi; i portoghesi cacciarono gli olandesi dall'isola nel 1648, smantellando la base olandese e creandone una nuova sulla vicina isola di Corisco. Parallelamente a questi avvenimenti, sull'isola le popolazioni locali iniziarono a coalizzarsi nella creazione di un regno autonomo, grazie all'attività di alcuni capi locali come Molambo (1700/1760) durante un periodo di forte sfruttamento della schiavitù che costrinse le tribù locali a migrare dalle zone costiere verso l'impervia regione centrale dell'isola.

Nel 1778, col Trattato di El Pardo fra la regina Maria II del Portogallo ed il re Carlo III di Spagna, Bioko fu donata alla Spagna assieme ad Annobón ed alla zona del Rio Muni; il Portogallo ebbe in cambio alcuni ingrandimenti territoriali nel continente americano. Nel frattempo, Molambo morì ed il suo posto fu preso da Lorite (1760-1810), a sua volta seguito da Lopoa (1810-1842). Tra il 1827 ed il 1843, per controllare che il divieto di commerciare schiavi africani fosse effettivamente rispettato, la Gran Bretagna stabilì alcune basi militari a Port Clarence (l'odierna Malabo) e a San Carlos. Nel marzo 1843 fu posta la bandiera spagnola sulla città di Malabo, determinando la fine dell'influenza inglese sull'isola. I capi Madabita (1842-1860) e Sepoko (1860-1875), saliti al potere durante la nascita e l'affermazione del dominio spagnolo sull'isola, videro l'immigrazione a Bioko di alcune centinaia di ex-schiavi cubani e l'arrivo dei primi bianchi per stabilirsi permanentemente nell'isola, ossia alcuni politici e soldati spagnoli.

In tempi recenti, l'isola è stata utilizzata come base d'atterraggio degli aerei diretti in Biafra durante la guerra civile nigeriana.

Il dittatore Francisco Macìas Nguema che nelle elezioni del 1968 non aveva ricevuto voti dai cittadini di Bioko, si vendicò arrivando ad impedire alla Croce Rossa di portare aiuti agli isolani quando, nel 1973, un'epidemia di colera uccise 400 persone e quando l'isola chiese aiuto al Gabon le truppe equatoguineane intervennero uccidendo gli isolani, violentando le donne, bruciando i raccolti e deportando i giovani nelle piantagioni di cacao dell'isola di Bioko.[1].
Nel 1988, il Presidente Obiang Nguema concordò con multinazionali straniere l'impiego dell'isola per lo smaltimento di rifiuti tossici[1][2]. La situazione mutò radicalmente nei primi anni novanta, con la scoperta di vasti giacimenti di petrolio nelle acque circostanti, che diedero l'avvio ad importanti operazioni di ristrutturazione delle infrastrutture. I cambiamenti, un grave deficit alimentare, l'obbligo ai lavori forzati spinsero la popolazione locale a rivendicazioni, sfociate nel 1993 in un tentativo di sommossa, duramente repressa dal governo del Presidente Obiang Nguema[3][4].

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b Annobón, un paraíso para el vertido de tóxicos in El Pais, 22 settembre 1988. URL consultato il 23 febbraio 2011.
  2. ^ El negocio de la muerte: Residuos químicos e industriales se vierten en la isla de Annobón en Guinea Ecuatorial, 2 ottobre 2006. URL consultato il 23 febbraio 2011.
  3. ^ 1993 Human Rights Report: EQUATORIAL GUINEA, 31 gennaio 1994. URL consultato il 23 febbraio 2011.
  4. ^ AMNESTY INTERNATIONAL NEWS SERVICE 103/93, 23 agosto 1993. URL consultato il 23 febbraio 2011.

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