Isoenzima

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Gli isoenzimi (o isozimi) sono enzimi che catalizzano la stessa reazione, ma hanno una struttura chimica differente e diverse proprietà chimico-fisiche,[1] quali il pH, il punto isoelettrico, la conducibilità elettrica e la mobilità elettroforetica. Possono essere presenti in una stessa specie animale o vegetale, in individui diversi, o anche in uno stesso organismo a livello di distretti cellulari differenti.

Gli isoenzimi possono derivare o da geni differenti o da modificazioni post-traduzionali diverse oppure dall'assemblaggio alternativo delle differenti subunità. Ad esempio cinque differenti isoenzimi caratterizzano la lattato deidrogenasi (LDH), tutti tetramerici quindi quattro catene polipeptidiche ma due tipi differenti, M ed H.[2] Dalle diverse combinazioni delle due catene si hanno i cinque isoenzimi: M4, M3H, M2H2, MH3, H4. Poiché gli isoenzimi sono distribuiti in maniera differente nei vari organi, l'analisi quantitativa di questi consente di risalire all'organo bersaglio della patologia. Dunque livelli alterati di questi sono indici specifici di alcune malattie come quelle cardiache, muscolari, ossee ecc. per questo sono di grande utilità diagnostica.

Inoltre, soprattutto nel regno vegetale, sono stati per lungo tempo usati (oggi in parte abbandonati per l'avvento dei marcatori a DNA) come marcatori molecolari, con lo scopo cioè di caratterizzare singoli individui facenti parte di un gruppo tassonomico (es. distinzione tra cultivar di una stessa specie o tra individui singoli di una popolazione).[3]

Esempi di isoenzimi[modifica | modifica wikitesto]

Esempi importanti di isoenzimi umani sono rappresentati:

  • dal citocromo P-450, tutti di origine epatica;
  • dagli isoenzimi della creatinchinasi (nota anche come creatin fosfochinasi) (CK o CPK) CK-MB, CK-MM, CK-BB;
  • della fosfatasi alcalina (ALP) ALP1, ALP2, ALP3, ALP4;
  • dalle amilasi pancreatica e salivare;

Metodiche analitiche[modifica | modifica wikitesto]

Le metodiche di laboratorio comunemente utilizzate per identificare e quantificare i singoli isoenzimi possono essere così schematizzate:

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ (EN) IUPAC Gold Book, "isoenzyme"
  2. ^ Costantino Salerno, Appunti di Biochimica Clinica, Scripta Web, 2007, p. 256, ISBN 978-88-89543-18-4.
  3. ^ S.M. Jain, P.K. Gupta; R.J. Newton, Somatic Embryogenesis in Woody Plants: Volume 6, Springer, 2000, p. 496, ISBN 978-0-7923-6419-1.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Rajan Katoch, Analytical Techniques in Biochemistry and Molecular Biology, Springer, 2011, ISBN 978-1-4419-9784-5.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]