Il Selvaggio (rivista)

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Vai a: navigazione, cerca
Template-info.svg

Il Selvaggio fu una rivista ideata da Angiolo Bencini, un ex-ufficiale e vinaio, Ras di Poggibonsi in provincia di Siena. Visse dal 1924 al 1943.

Indice

[modifica] La Storia

Stralcio da Addio al passato

Gli episodi politici o pseudopolitici, i loro sviluppi e le loro vicende, non ci interessano più (...). Noi sentiamo bene che oggi non è permesso a chiunque fare della politica. Col fascismo, la politica è arte di Governo, non di partito (...).
Non c'è che l'arte. L'arte è l'espressione suprema dell'intelligenza di una stirpe. Una rivoluzione è anzitutto e soprattutto un atteggiamento e un orientamento dell'intelligenza. Dunque dalla produzione artistica noi avremo l'indice del valore d'una rivoluzione. Il discorso del Duce alla Mostra del Novecento conferma tale concetto: esso ha pesato in modo decisivo sulla crisi del Selvaggio, il cui atteggiamento aveva già tutti i caratteri d'una manifestazione artistica; sicché nessun potrà meravigliarsi dell'avere il Selvaggio chiuso il suo periodo squadristico ed eletto a compito d'una sua nuova vita la coltivazione dell'arte.

Bencini contatta il giornalista ed appassionato di disegno ed esperto xilografo ed incisore Mino Maccari, che apprezza molto l'iniziativa ed a cui affida l'incarico di redattore della rivista, diventandone in seguito anche direttore.

Il 13 luglio 1924 Il Selvaggio inizia le sue pubblicazioni a Colle Val d'Elsa, in provincia di Siena, presso la Tipografia Bardini. Due anni dopo la marcia su Roma e dopo un mese dall'assassinio di Matteotti e, sotto la testata del primo numero, riporta la qualifica di Battagliero fascista.

Dal 1924 al 1925 Il Selvaggio presenta caratteri chiaramente squadristi, agrari e bastonatori come si può leggere sul numero del 12 ottobre 1924 nell'editoriale Botte ai liberali, o sul numero del 9 novembre 39 milioni di legnate e ancora sul numero del 18 maggio 1925 Selvaggia provincia svegliati!.

Nel 1926 la rivista viene assunta da Maccari e cambiano molte cose. La crisi Matteotti era intanto stata superata ed il Duce aveva dato, alla Mostra del Novecento, la parola d'ordine di "normalizzare la vita pubblica".

In questo modo, dopo numerosi contrasti, escono dal gioco politico e sarà il Maccari stesso a pubblicare, nell'articolo di fondo intitolato Addio al passato il nuovo indirizzo del Selvaggio, che non intende più essere l'esempio di un fascismo agonistico ma una rivista che deve dedicarsi all'arte, alla satira ed alla risata politica.

Il Selvaggio, la cui sede fu trasferita da Colle Val d'Elsa, avrà una periodo fiorentino tra il marzo 1926 e il dicembre del 1930, una parentesi torinese tra il 30 gennaio ed il 30 dicembre 1931 ed un periodo romano dal 31 marzo 1932 al 1943. Da tutte e tre i periodi riuscirà a trarre un intelligente vigore per le sue battaglie che difendono, tra tolleranza e censura, l'autonomia dell'arte ed il diritto dell'attività culturale di "ridere" della politica, fatto quest'ultimo che costerà alla rivista numerosi casi di sequestro.

Il Selvaggio tralascia i protagonisti dell'arte di Stato come Cupriano Ofisio Oppo, Filippo Tommaso Marinetti ed Ugo Ojetti, puntando su veri artisti anche se poco graditi al regime o addirittura sconosciuti. Hanno così spazio sui fogli de Il Selvaggio artisti come Giorgio Morandi, Luigi Spazzapan, Renato Guttuso, Quinto Martini, Orfeo Tamburi e tra i narratori, Arrigo Benedetti, Aldo Buzzi, Mario Tobino, Romano Bilenchi, Luigi Bartolini, Elsa Morante e Guglielmo Petroni. La rivista non dispensa inoltre gli attacchi contro i firmatari della Protesta Croce, l'antisemitismo di Ardengo Soffici e la polemica contro i redattori di Solaria.

[modifica] Note


[modifica] Bibliografia

[modifica] Voci correlate

[modifica] Collegamenti esterni

Strumenti personali
Namespace
Varianti
Azioni
Navigazione
Comunità
Stampa/esporta
Strumenti