Droctulfo

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Droctulfo, in latino Droctulfus e anche Drocton (... – dopo il 598?), è stato un duca longobardo e un generale bizantino di origini sveve. Visse nel VI secolo al tempo di Autari e dell’imperatore Maurizio Tiberio. Ci danno testimonianza di lui le Storie di Teofilatto Simocatta, i capitoli III,18 e III,19 dell'Historia Langobardorum di Paolo Diacono e poche testimonianze epigrafiche, tra le quali il suo epitaffio..

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Di origini sveve, in gioventù era stato prigioniero alla corte di Alboino, ma per i propri meriti (scrive Paolo che era «forma idoneus») aveva ottenuto dai Longobardi la dignità di duca. Paolo Diacono ipotizza che per vendicarsi dell’antica prigionia[1] disertò e si mise al servizio dei Bizantini.

Droctulfo iniziò a combattere per i Bizantini intorno al 572, data dell'assassinio di Alboino e della fuga di Rosmunda ed Elmechi a Ravenna. Il suo epitaffio indica che la sua prima impresa importante fu la riconquista di Brixellum (oggi Brescello, in provincia di Reggio Emilia). Successivamente, nel 574, a capo di una piccola flotta («Puppibus esiguis»), Droctulfo riconquistò anche Classe e la strappò al futuro duca di Spoleto Faroaldo, il quale, dopo essere stato al soldo dell’imperatore, si era ribellato per fondare una dominazione autonoma. Conservando il grado di duca ("dux"), per una decina d'anni Droctulfo restò a capo di Brixellum, città, che per l'Imperatore rappresentava, nella pianura dominata dai Longobardi, un'importante presidio sul Po, da cui si potevano controllare le vie di collegamento fluviale con Ravenna e con il porto di Classe. Racconta lo storico ferrarese Bonaventura Angeli che, alla fine del Periodo dei Duchi, quando il re dei Longobardi Autari attaccò Brixellum, Droctulfo, a capo delle milizie imperiali, resistette strenuamente all’assedio; solo quando iniziavano a scarseggiare i viveri, con un'improvvisa sortita, Droctulfo forzò l’accerchiamento del nemico e riuscì a mettersi in salvo[2]. Mentre la città di Brescello veniva rasa al suolo, Droctulfo, portando con sé con le insegne, discese il Padoreno e riparò a Ravenna. Da questo momento egli continuò a prestare servizio per l’Imperatore e per Ravenna, che stando al suo epitaffio, “«reputò sempre essere la sua patria»” («Hanc patriam reputans esse, Ravenna, suam»).

Nel 586 Droctulfo era impegnato in Tracia in qualità di ipostratego al fianco dello stratego Giovanni Mystacon. Le storie classicheggianti di Teofilatto Simocatta riferiscono che fu grazie a uno stratagemma decisivo di Droctulfo (dopo aver simulato la fuga, si era gettato, alla testa dei suoi uomini, sugli inseguitori) se i bizantini riuscirono a spezzare l’assedio di Adrianopoli e a sconfiggere gli Avari[3].

Della sua morte non si sa molto, a parte il fatto che ebbe luogo lontano da Ravenna. Essa non si verificò necessariamente in battaglia, ma avvenne forse in Africa, se è corretta l’identificazione con il Droctulfo definito «de hostibus ad rempublicam veniens» che, in una lettera dell’ottobre 598[4], papa Gregorio Magno raccomandava all'esarca bizantino d'Africa, Gennadio. L'epitaffio ricorda che Droctulfo, che era solito rientrare a Ravenna dopo i suoi numerosi trionfi, aveva chiesto a un certo sacerdote Giovanni (sacerdotem Iohannem), forse l'arcivescovo di Ravenna Giovanni II, di essere sepolto nella città romagnola . I cittadini gli furono talmente grati da concedergli l'onore di essere sepolto davanti alla soglia del martire Vitale e da dedicargli un epitaffio che colpì l’immaginazione di storici e poeti tra cui Croce e Borges

Epitaffio di Droctulfo[modifica | modifica wikitesto]

« In questo tumulo è chiuso, ma solo con il corpo, Droctulfo
perché, grazie ai suoi meriti, egli vive in tutta la città.
Egli fu con i Bardi, ma era Svevo di stirpe:
e perciò era soave a tutte le genti.
Il volto era tremendo all'aspetto, ma l'animo buono,
la sua barba fu lunga sul petto robusto.
Amò sempre le insegne del popolo romano,
sterminò la sua stessa gente.
Per amor nostro, sprezzò gli amati genitori,
reputando che qui, Ravenna, fosse sua patria.
Prima gloria fu occupare Brescello.
E in quel luogo restando, terrifico fu pei nemici.
Poi sostenne con forza le sorti delle insegne romane,
Cristo gli diè da tenere il primo vessillo.
E, mentre Faroaldo con frode trattiene ancora Classe,
egli prepara le armi e la flotta per liberarla.
Battendosi su poche tolde sul fiume Badrino,
ne vinse infinite dei Bardi, e poi superò
l'Avaro nelle terre orientali, conquistando
la massima palma per i suoi sovrani.
Con l'aiuto del martire Vitale, giunse da loro:
spesso vincitore, acclamato, trionfa.
Per le membra egli chiese riposo nel tempio
del martire: qui è giusto che, morto, egli resti.
Egli stesso lo chiese, morendo, al Sacerdote Giovanni,
per il cui pio amore venne a queste terre. »

Testimonianze archeologiche di Droctulfo[modifica | modifica wikitesto]

Del sepolcro e dell'epitaffio di Droctone non rimangono tracce. Il nome DROCTVLFI è citato nella cosiddetta Pietra di Proclo, una lastra tombale rinvenuta nel 1583, durante i lavori di demolizione della chiesa di San Biagio a Sabbioneta[5].

A Ravenna tra la Basilica dello Spirito Santo e il Battistero Ariano è ancora visibile un muro protoromanico, terminante in tre grandi cuspidi con ornamenti e croci marmoree, noto popolarmente come "La casa del Longobardo". Nel muro si identificano le vestigia dell’episcopio della cattedrale gotica il quale, secondo lo storico ravennate del IX secolo Andrea Agnello, divenne la casa di Droctulfo.

Nella letteratura[modifica | modifica wikitesto]

Nel racconto intitolato Storia del guerriero e della prigioniera, sulla suggestione di un verso dell‘epitaffio che era stato citato da Benedetto Croce come esempio di «poesia che alza il capo dove meno si aspetterebbe», J. L. Borges racconta la storia di un immaginario Droctulft. Il personaggio di Borges è un anonimo arimanno che, al seguito della propria tribù, muove guerra contro il «Nome di Roma», ma rimane folgorato dalla bellezza di Ravenna. Qui «vede il giorno e i cipressi e il marmo. Vede un insieme che è molteplice senza disordine; vede una città, un organismo fatto di statue, di templi, di giardini, di case, di gradini, di vasi, di capitelli, di spazi regolari e aperti.» Il guerriero, illuminato dalla rivelazione della Città, abbandona i suoi dei e i suoi parenti, per combattere e morire per Ravenna.

La figura di Droctulfo, ben prima di Borges ha interessato, tra il Cinquecento e l’Ottocento, vari eruditi e molti storici della città romagnola (che spesso offrono interpretazioni simili a quelle dello scrittore argentino): da Girolamo Rossi, che descrive la tomba del guerriero riferendo, tra l’altro, alcuni versi differenti da Paolo Diacono, a Bonaventura Angeli, a Ludovico Antonio Muratori ad Angelo Racheli. Dopo l’Unità d’Italia, qualche anno prima di Benedetto Croce, la vicenda di Droctulfo era già stata riletta alla luce dello Spirito della Nazione da letterati come Patrono e Casini.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Paolo Diacono, Historia Langobardorum, III, 18.
  2. ^ Bonaventura Angeli, "La historia della città di Parma et la descrittione del fiume Parma", Libro I, Parma , 1591.
  3. ^ Teofilatto Simocatta, II,16.
  4. ^ Papa Gregorio Magno, I,72.
  5. ^ Il testo fu copiato e tradotto al momento del ritrovamento da don Cristoforo Spalenza da Ostiano, futuro prevosto di Sabbioneta. "Proclo, prefetto di corti romane, ottimo soldato e fedelissimo seguì l’estrema fortuna dell’invittissimo Folcari. Devoto ai voleri e alla persona dell’imperatore, parteggiò per Droctulfo; ferito a Brescello, nella fuga disordinata dei suoi, rifugiò nel castello di Sabbioneta dove visse ancora parecchio tempo. Morì a 78 anni nel 591 e fu sepolto a spese dell’ospite". Antonio Racheli, Memorie Storiche di Sabbioneta, Libro 1, Casalmaggiore 1849.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]