Dionigi l'Areopagita
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Lo pseudonimo Dionigi Aeropagita viene usato dall'autore di un insieme di scritti, denominati Corpus Areopagiticum, comparsi nel V secolo, più precisamente fra il 531 e il 533 in un convegno di ortodossi e severiani: furono in particolare questi ultimi, soprattutto mediante la testimonianza di Massimo Confessore, ad assicurarne l'autenticità e garantirne l'attribuzione a San Dionigi l'Areopagita giudice dell'areopago.
All'interno dei suoi stessi scritti, l'autore si presenta come l'ateniese del I secolo "Dionìgi, membro dell'Areòpago", nominato negli Atti degli Apostoli. Rivendica autorevolezza apostolica in quanto si dichiara presente al discorso che San Paolo tenne all'Areòpago, conclusosi tra le risate degli ateniesi (Atti 17,22). Egli, al contrario, si sarebbe convertito al cristianesimo in quell'occasione e sarebbe divenuto successivamente vescovo di Atene. Lungo tutto il Medioevo e sino al Rinascimento l'attribuzione degli scritti al Dionigi ateniese non fu mai messa in dubbio. La prima messa in discussione avviene intorno al 1500, da parte del filosofo e filologo Lorenzo Valla, ma una piena accettazione di tale critica si ha solamente nel XIX secolo; in particolare risulta probabile una datazione di poco anteriore alla loro scoperta, in quanto il contenuto di tali scritti non può prescindere dalla pensiero neoplatonico di Proclo.
Ad oggi è ancora problematica l'identificazione dell'autore degli scritti.
Indice |
[modifica] Opere
Del Corpus Areopagiticum sono state conservate le seguenti opere:
All'interno di queste vengono fatti riferimenti ad altre opere dello stesso autore, perdute (ad es. De symbolica theologia).
Ci sono inoltre pervenute dieci lettere.
[modifica] Pensiero
Il pensiero che emerge dalle opere mostra pesanti influssi neoplatonici, in particolare da parte di Proclo (nel testo si cita uno Ieroteo) e uno scarso uso della terminologia dogmatica più tecnica del cristianesimo. Si è quindi pensato che l'autore possa essere stato un neoplatonico che, convertitosi al cristianesimo, tenta una mediazione tra le due religioni o, in alternativa, un cristiano che si rivolge, con intento missionario, a un pubblico filosofico pagano, cercando autorevolezza nella falsa attribuzione al Dionigi.
C'è chi pensa inoltre possa aver fatto parte di una fazione che cercava un compromesso tra il monofisismo e quella che poi sarebbe stata la dottrina ufficiale della Chiesa. Inizialmente adoperati dagli stessi monofisiti per avvalorare la propria dottrina, anche dopo la condanna di quest'ultima gli scritti dello Pseudo-Dionigi vennero comunque conservati come fonte autorevole dalla Chiesa.
Nel complesso, gli scritti dello pseudo Dionigi disegnano una visione gerarchica della realtà, mutuata dal neoplatonismo, in cui la realtà e la conoscenza discendono dal principio sommo della creazione, Dio, tramite le intelligenze angeliche, sino ai gradi infimi della materia. Tale gerarchia si riflette nell'ordinamento piramidale della Chiesa cattolica e nella sua liturgia.
L'uomo può conoscere il principio divino, e ascendervi, tramite due vie. La prima è quella della teologia affermativa (o catafatica), per cui a Dio, essendo questi causa di tutte le cose, può essere riferito ogni attributo di ogni singolo ente. La seconda via, superiore alla prima, è la teologia negativa (o apofatica), per cui Dio, trascendendendo ogni cosa del mondo, può essere compreso solo per sottrazione, negando via via tutti i possibili attributi, siano anche quelli di "divinità", "essere" o "bene". La teologia negativa culmine nel silenzio. La vera conoscenza di Dio, tuttavia, si pone oltre sia la teologia affermativa che quella negativa, trascendendole entrambe in uno mistico slancio in cui la mente supera ogni distinzione tra oggetto e soggetto, tra pensiero e pensato: "Se uno, avendo visto Dio, ha capito ciò che ha visto, non ha visto Dio, ma qualcuno delle sue opere che esistono e che si conoscono".
Determinante l'influsso di Dionigi l'Aeropagita in pensatori successivi come Giovanni Scoto Eriugena (che tradurrà in latino nell' 859 il corpus areopagiticum) o Nicola Cusano.
[modifica] La teoria estetica
La bellezza trova la sua massima espressione nelle idee originali che appartengono al Nous, alla seconda ipostasi, e sono frantumate nella materia in una molteplicità indefinita. L'arte, che secondo Platone deve essere al servizio della verità, ha il compito di mostrare la verità delle cose, dietro la loro parvenza materiale, e, per fare questo, deve tendere al trascendente.
L'arte in quanto tende al bello, deve di nuovo mirare a questa dimensione ideale dove questa bellezza è più forte.
La massima espressione del bello sitrova nelle idee iperuraniche: perciò, l'arte non deve più essere "mimesis del reale" (come la definì Aristotele), ma specchio dell'ideale.
Centrale in questo compito non è un'elevata sensibilità dell'artista, che deve cogliere ciò che della realtà sfugge alle persone comuni, ma della sua intelligenza, l'unica in grado di vedere le idee negli enti materiali.
L'artista non può vedere né predicare l'Uno, ma può partire dalla seconda ipostasi che è il Nous, seguendo un'insieme di canoni che sicuramente rispecchiano aspetti fondamentali di questa realtà da cogliere.
Quale che sia il tema dell'opera da trattare, la bellezza è sempre semplicità, armonia, simmetria, regolarità di forme, luce, secondo il canone greco del bello. L'opera deve dare un'idea di unità, con continui richiami fra gli oggetti rappresentati: forme regolari, che così hanno gli stessi angoli, colori simili, e simmetrie.
Perciò, l'opera d'arte è in due dimensioni e non in tre, per distaccarsi dalla spazialità materiale e dare un senso del trascendente; è priva di elementi che diano riferimenti temporali, di nuovo per eliminare ogni riferimento alla terza ipostasi.
L'artista utilizza poligoni regolari che si avvicnano alla perfezione dei solidi platonici, e colori molto luminosi, nei quali domina il giallo.
La bellezza fino al Medioevo sarà "consonantia e claritas", armonia e luce.
[modifica] Citazioni letterarie
- Viene citato ne Il nome della rosa dal protagonista, Guglielmo da Baskerville, come difensore del riso in una disputa tra sapienti[1].
[modifica] Note
- ^ Umberto Eco. Il nome della rosa, pag. 88.
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