Certosa di Valmanera

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Coordinate: 44°54′48.79″N 8°12′35.15″E / 44.913553°N 8.209764°E44.913553; 8.209764

La Certosa in una cartolina di inizio XX secolo

Il Monastero di San Giacomo di Valleombrosa in Valmanera ad Asti, noto più semplicemente come Certosa d'Asti o Certosa di Valmanera è un edificio situato nel Borgo San Pietro nel Parco Comunale della Certosa nella zona periferica a nord-ovest della città di Asti conosciuta come Valmanera.

Il complesso monasteriale ora sconsacrato in parte adibito a funzioni scolastiche ed in parte sede del laboratorio di restauro noto come Arazzeria Scassa fu un tempo la sede dei monaci Vallombrosani ed in seguito dei monaci certosini fino alla venuta di Napoleone che confiscò l'edificio e nel 1801 ne soppresse le funzioni religiose.

I monaci Vallombrosani[modifica | modifica wikitesto]

Facciata della chiesa della Certosa in un disegno di S.G. Incisa del 1801
La Certosa nell'incisione del Theatrum

Vennero fondati da San Giovanni Gualberto un eremita che visse tra l'eremo di Camaldoli e di Vallombrosa a pochi chilometri da Firenze. In questo luogo, intorno al 1039, fondò il monastero del suo Ordine detto dei Vallombrosani.

L'ordine che seguiva la regola benedettina,vestiva in origine un abito bigio (scuro) che intorno al XVI secolo si mutò in bianco ed infine in nero.[1]

L'ordine ben presto si sviluppò in tutta Italia creando più di 50 monasteri tra cui quello astigiano.

I Certosini[modifica | modifica wikitesto]

Di preciso non è noto quando il monastero passò all'ordine dei Certosini fondato da San Bruno di Colonia, il primo atto che parla di questo passaggio, appartiene ad un lascito di Bartolomeo Garetti del 1391 con cui si dichiara devoluta una parte dell'eredità al "...convento e chiesa di San Filippo e Giacomo presso asti, dell'Ordine dei certosini, già detto di San Giacomo di Valleombrosa."

Sotto la loro conduzione, il monastero si ampliò: oltre ai molteplici edifici comprendeva anche un terreno coltivato parte a vigna e parte ad orto di circa 60 giornate a levante prospiciente il rio Valmanera cintato da un muro di mattoni come ne è esempio la carta settecentesca del Theatrum Statuum Sabaudiae.

Gli edifici, in totale coprivano un'area di quasi 6000 metri quadri, l'ingresso era a sud con tre entrate: al centro si entrava nella foresteria, a sinistra si accedeva ad un porticato e a destra vi era il rustico.

Oltre queste tre costruzioni, a nord si trovava un grande chiostro quadrangolare su cui si affacciavano le casette dei frati che ne occupavano tre lati su quattro. Una parte dell'area del chiostro, secondo l'uso certosino, era destinata a camposanto per i monaci.

A nord tra il porticato e le costruzioni precedenti si innalzava la chiesa con la facciata rivolta a ponente, a sua volta preceduta da un secondo chiostro di minori dimensioni.

La chiesa era dedicata ai santi apostoli Filippo e Giacomo: di dimensioni imponenti, conservava la struttura gotica di trado Trecento, parzialmente modificata ed ammodernata alla fine del XV secolo e, per quanto riguarda la facciata, alla metà del XVIII. L'interno, a tre navate coperte da volte ogivali, era suddiviso in due parti: una, più ridotta, per i fedeli; l'altra per i monaci. Oltre all'altar maggiore, che dal 1498 fu decorato dalla monumentale pala della Madonna in gloria dipinta da Macrino d'Alba vi erano cinque altari laterali dedicati rispettivamente a San Brunone, alla Madonna del Rosario, a San Filippo, a San Giacomo ed al loro isitutore San Gerolamo.

Il bellissimo, grande coro dei monaci, preziosamente intarsiato, venne costruito entro il 1496 dall'intagliatore cremonese Paolo Sacca insieme con il padre Tommaso e il fratello Imerio, su commissione del priore Bartolomeo De Murris. La struttura era composta da ben quaranta stalli, decorati da altrettanti intarsi di aggiornatissimo gusto rinascimentale («quadraginta tabulas varia et subtili arte elaborata»). Lo stesso priore De Murris avviò una vasta campagna di aggiornamento stilistico agli arredi ed alle decorazioni, alla quale si dovevano anche gli affreschi del chiostro grande e dell'appartamento priorale, ancora descritti ed elogiati al momento della soppressione.

Il declino del monastero[modifica | modifica wikitesto]

La Certosa, prima durante le guerre gallo - ispaniche ed in seguito quelle napoleoniche, venne più volte occupata dalle truppe.

Nel 1615, il governatore Ynoiosa comandante generale delle truppe spagnole, prese alloggio nel convento della Certosa.

Nel 1745, il barone Leutrum comandante delle truppe savoiarde, con 7 battaglioni sferrò un'offensiva contro le truppe francesi alloggiate alla Certosa. A questo proposito, il vescovo Giuseppe Felissano scriveva che

« ... è stata molestata la Certosa, perché situata fuori di città, ed il luogo ha dato anche gelosia ai Francesi, onde dai medemi vi è stato collocato più di un battaglione di soldati i quali hanno fatto provare a quel sacro monistero il peso della guerra nel soggiorno militare... »

Il 20 marzo 1801, il governo napoleonico sopprimeva ogni funzione religiosa del monastero , disiogliendone la comunità che in parte si aggregò ala Certosa di Casotto ed in parte si ritirò a vita privata.

Il 3 agosto 1801, l'Incisa testimoniò il completo sacco di tutti gli arredi della Certosa, compresi gli infissi. Molte statue ed altari vennero trasferiti in altre chiese della città: per esempio l'altare della Madonnina venne trasferito in Cattedrale e le statue rappresentanti Filippo e Giacomo, sono presenti sulla facciata della Chiesa di San Martino. La grande pala d'altare con la Madonna in gloria ed i santi Giovanni Battista, Giacomo, Gerolamo e Ugone è oggi alla Galleria Sabauda di Torino. Una seconda pala d'altare del XVII secolo, con santi certosini ed una bella veduta della Certosa nella sua interezza, è custodito a Grana, non lontano da Asti. Ma un enorme patrimonio di arte e di cultura sparì in mille rivoli senza lasciare traccia.

Lo stabile così spogliato venne messo in vendita e passò in diverse mani : dal generale Ratti al signor Lorenzo di Mongardino ed infine all'avvocato Guido Fornaris di Torino.

Della primitiva Certosa, non rimase che una parte del loggiato ed una quarantina di anni fa si cominciò il restauro ed il recupero del superstite corpo di fabbrica per dare origine ad una zona museale e al centro manifatturriero noto come Arazzeria Scassa.

L'Arazzeria, disposta in cinque sale distribuite su due piani, presenta una collezione di arazzi ottenuti da bozzetti di quadri di importanti pittori italiani e stranieri: Cagli, Capogrossi, Casorati, De Chirico, Guttuso, Mastroianni, Basaldella, Spazzapan, Tadini, Turcato, Vedova, Zancanaro, Dalí, Ernst, Kandinsky, Klee, Matisse e Miró.

Nella zona adiacente al museo è presente il laboratorio di tessitura.

Galleria[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ L. Gentile, La Certosa d'Asti, cenni storici, Asti, 1927, pag. 6

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • L. Gentile, La Certosa d'Asti, cenni storici, Asti 1927
  • Stefano Giuseppe Incisa, Asti nelle sue chiese ed iscrizioni, C.R.A., 1974
  • Gabiani Niccola, Asti nei principali suoi ricordi storici, Vol 1, 2, 3, Tip. Vinassa, 1927-1934
  • Taricco S., Piccola storia dell'arte astigiana. Quaderno del Platano, Ed. Il Platano, 1994

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]