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Un paio di scarpe

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Un paio di scarpe
Vincent Willem van Gogh 118.jpg
AutoreVincent van Gogh
Data1886
Tecnicaolio su tela
Dimensioni37,5×45,5 cm
UbicazioneVan Gogh Museum, Amsterdam

Un paio di scarpe è un dipinto a olio su tela (37,5x45,5 cm) realizzato nel 1886 dal pittore Vincent van Gogh. È conservato nel Van Gogh Museum di Amsterdam.

Picasso, prendendo spunto da questa e da altre opere di analogo soggetto, dirà che «van Gogh è immenso perché capace di nobilitare col suo pennello anche un paio di vecchie scarpe».

L'analisi di Heidegger[modifica | modifica wikitesto]

Questo dipinto è stato preso come esempio da Martin Heidegger nel suo saggio L'origine dell'opera d'arte; in seguito, in relazione al senso con cui Heidegger intese il soggetto dipinto da van Gogh, sorse una vivace polemica con lo storico dell'arte ed esperto dell'opera di van Gogh, Meyer Schapiro. Successivamente, anche il filosofo francese Jacques Derrida prese posizione contro le tesi elaborate da Heidegger.

Il saggio di Heidegger, pubblicato nel 1950, è l'elaborazione di una conferenza tenuta a Friburgo nel 1935. La premessa generale formulata dal filosofo tedesco è che nell'origine di una qualsiasi opera d'arte consiste la sua essenza, essendo l'essenza «ciò da cui e per cui una cosa è ciò che è ed è come è». Secondo Heidegger, ne deriva che è l'artista stesso l'origine dell'opera, ma nello stesso tempo anche «l'opera è origine dell'artista», nella misura in cui il pittore, dando origine a un'opera d'arte, diviene egli stesso un artista.

A questo punto, sembra che la comune origine, sia dell'artista che dell'opera d'arte, sia l'«arte». Il problema è definire l'arte, individuare la sua essenza. Ricavare deduttivamente il concetto di arte significherebbe ammettere che esso esiste indipendentemente e precedentemente le opere d'arte stesse e, al contrario, ricavare induttivamente dall'analisi di concrete opere d'arte il concetto di arte, significherebbe ammettere che determinate opere sono «artistiche», riconoscendo perciò di possedere già quel concetto di arte che pure si cerca di definire. È allora necessario partire dall'analisi di una precisa opera, per verificare la presenza in essa dell'elemento «arte».

Qualunque opera è innanzi tutto una «cosa». La cosa, nella tradizione filosofica occidentale, è una sostanza - hypostasis o substantia - specificata da una serie di accidenti, che viene percepita come aistheton, oggetto sensibile, ed eidos, unione di materia, hyle, e forma, morphé. Se è vero che qualunque cosa ha una materia e una forma non necessariamente modellata dalla mano dell'uomo, vi sono però anche cose che esistono nella forma che l'attività umana le ha dato: sono le cose prodotte dall'uomo per un suo particolare scopo, che perciò Heidegger chiama le «cose-mezzo». Esattamente come ogni cosa ha un suo «esser-cosa», ciascun «mezzo» ha un suo «esser-mezzo» e ciascuna opera un «esser-opera»: riuscendo a definire il «mezzo» si potrebbe riuscire a risalire alla corretta definizione di «opera» e di qui a quella di «opera d'arte».

A questo scopo, Heidegger prende ad esempio un particolare mezzo:

« Consideriamo, ad esempio, un mezzo assai comune: un paio di scarpe da contadina. Per descriverle, non occorre averne un particolare paio sotto gli occhi. Tutti sanno cosa sono. Ma poiché si tratta di una descrizione immediata, può essere utile facilitare la visione sensibile. A tal fine può bastare una rappresentazione figurativa. Scegliamo ad esempio un quadro di van Gogh, che ha ripetutamente dipinto questo mezzo. Che cosa c'è da vedere in esso? [...] La contadina calza le scarpe nel campo. Solo qui esse sono ciò che sono. Ed esse sono tanto più ciò che sono quanto meno la contadina, lavorando, pensa alle scarpe o le vede o le sente. Essa è in piedi e cammina in esse. Ecco come le scarpe servono realmente. È nel corso di questo uso concreto del mezzo che è effettivamente possibile incontrarne il carattere di mezzo. Fin che noi ci limitiamo a rappresentarci un paio di scarpe in generale o osserviamo in un quadro le scarpe vuotamente presenti nel loro non-impiego, non saremo mai in grado di cogliere ciò che, in verità, è l'esser-mezzo del mezzo. Nel quadro di van Gogh non potremmo mai stabilire dove si trovino quelle scarpe. Intorno a quel paio di scarpe da contadino non c'è nulla di cui potrebbero far parte, c'è solo uno spazio indeterminato. Grumi di terra dei solchi o dei viottoli non vi sono appiccicati, denunciandone almeno l'impiego. Un paio di scarpe da contadino e null'altro. Tuttavia ... nell'orifizio oscuro dell'interno logoro si palesa la fatica del cammino percorso lavorando. Nel massiccio pesantore della calzatura è concentrata la durezza del lento procedere lungo i distesi e uniformi solchi del campo, battuti dal vento ostile. Il cuoio è impregnato dell'umidore e dal turgore del terreno. Sotto le suole trascorre la solitudine del sentiero campestre nella sera che cala. Per le scarpe passa il silenzioso richiamo della terra, il suo tacito dono di messe mature e il suo oscuro rifiuto nell'abbandono invernale. Dalle scarpe promana il silenzioso timore per la sicurezza del pane, la tacita gioia della sopravvivenza al bisogno, il tremore dell'annuncio della nascita, l'angoscia della prossimità alla morte. Questo mezzo appartiene alla terra e il mondo della contadina lo custodisce. Da questo appartenere custodito, il mezzo si immedesima nel suo riposare in se stesso [...] »

L'«esser-mezzo» di questo «mezzo», l'essenza delle scarpe, secondo Heidegger, non consiste tanto nel suo valore d'uso, nella possibilità che esse offrono di far camminare meglio e di proteggere i piedi del suo proprietario dalle asperità della terra, ma più precisamente nella «fidatezza» (Verlässigkeit), nella fiducia che il suo proprietario ripone nella loro funzione di mezzo:

« Il quadro ci ha parlato. Stando davanti all'opera, ci siamo improvvisamente trovati in una dimensione diversa da quella in cui siamo comunemente. L'opera d'arte ci ha fatto conoscere che cosa veramente sono le scarpe [...] il quadro di van Gogh è l'aprimento di ciò che il mezzo, il paio di scarpe, è in verità. Questo ente si presenta nel non-nascondimento del suo essere. Il non-esser-nascosto dell'ente è ciò che i Greci chiamano ὰλήθεια[1] [...] Nell'opera d'arte la verità dell'ente si è posta in opera [...] Nel quadro di Van Gogh si storicizza la verità. Ciò non significa che qualcosa di semplicemente presente venga riprodotto, ma che nel palesarsi dell'esser-mezzo delle scarpe pervengono al non esser-nascosto l'ente nel suo insieme, il Mondo e la Terra nel loro gioco reciproco »

Qui Heidegger intende come la Terra, nel suo perenne movimento, scandisca il tempo nel quale nuovi mondi sorgono e altri tramontano: le opere d'arte, in quanto ci sono state conservate nel tempo, mostrano il mondo nel quale esse sono state prodotte e mostrano se stesse «come «essenti-state». È come essenti-state che ci stanno innanzi nella prospettiva della tradizione e della conservazione. In questa loro significazione, gli autori delle opere d'arte perdono ogni rilievo:

« Non si tratta di rendere pubblico l'NN fecit: ciò che nell'opera deve essere tenuto nell'aperto è il semplice factum est, cioè questo: che qui si è storicizzato il non-esser-nascosto dell'ente e che si storicizza ancora, proprio perché si è storicizzato »

Le repliche di Meyer Schapiro e di Jacques Derrida[modifica | modifica wikitesto]

Venuto a conoscenza dello scritto di Heidegger, ed esaminate le otto paia di scarpe dipinte in carriera da van Gogh - e in particolare il dipinto del Museo Van Gogh segnalatogli[2] dallo stesso filosofo tedesco - lo storico dell'arte americano Schapiro replicò nel 1968 osservando che quelle non erano scarpe da contadino, bensì le «scarpe dell'artista, tipiche di un uomo che allora viveva in città». Ma anche se Van Gogh avesse voluto rappresentare effettivamente delle scarpe da contadino, egli avrebbe finito per trasformare quelle scarpe in una sorta di parziale autoritratto:

« Si può vedere nel dipinto delle scarpe di van Gogh la rappresentazione di un oggetto vissuto dall'artista come una parte importante di se stesso, un oggetto nel quale il pittore si osserva come in uno specchio »

La posizione di Schapiro è opposta a quella di Heidegger: nell'opera d'arte si realizza in pieno la soggettività dell'artista e il soggetto del dipinto finisce con essere la manifestazione della personalità dell'artista.

Nel 1978 fu pubblicato lo scritto di Jacques Derrida La verità in pittura, nel quale il filosofo francese valutava le posizioni di Heidegger e Schapiro. In fondo, osserva ironicamente, ciascuno dei contendenti, attribuendo le scarpe a una contadina l'uno e a van Gogh l'altro, intende appropriarsene per se stesso: Schapiro, rivendicando la propria competenenza dei fatti pittorici e Heidegger, sottintendendo la propria capacità di interpretare - in virtù della propria cultura filosofica - fatti che hanno origine in un mondo prossimo a quello, arcaico, della sua Svevia, nel quale egli si sentiva profondamente radicato. Naturalmente, il testo di Heidegger non intendeva essere un saggio di critica artistica, ma il difetto - lo «sproloquio», secondo l'espressione di Derrida - dell'analisi di Heidegger, si rivela proprio quando, volendo negare, per la reale comprensione dell'essere dell'opera, ogni riferimento al creatore del dipinto, egli è costretto ad attribuire comunque un proprietario - in questo caso, una contadina - a quelle scarpe, reintroducendo un soggetto che compromette la comprensione oggettiva di quell'«esser-mezzo»:

« Io mi accontenterei di poter dire alla fine: molto semplicemente, queste scarpe non appartengono a nessuno, non sono né presenti né assenti, ci sono delle scarpe, punto e basta »

Altre versioni del dipinto[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Aletheia, verità, da a-letheia, non-nascondimento
  2. ^ Con una lettera del 6 maggio 1965

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Jacques Derrida, La verità in pittura, Roma 1981
  • Martin Heidegger, L'origine dell'opera d'arte (1945-1950), in «Sentieri interrotti», Firenze 1996
  • Martin Heidegger, Dell'origine dell'opera d'arte e altri scritti, Palermo 2004
  • Meyer Schapiro, L'oggetto personale come soggetto di natura morta. A proposito delle osservazioni di Heidegger su van Gogh, 1968, in «Semeiotiche della pittura», Roma 2004
  • Carlo Bordoni, Le scarpe di Heidegger, Chieti 2005
  • Andrea Pinotti, Estetica della pittura, Bologna 2007
  • Stefano Velotti, La filosofia e le arti (Capitolo I: "Un paio di scarpe e altri enigmi"), Roma-Bari 2012

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