La camera di Vincent ad Arles

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La camera di Vincent ad Arles
Vincent van Gogh - De slaapkamer - Google Art Project.jpg
AutoreVincent van Gogh
Data1888
Tecnicaolio su tela
Dimensioni30×70 cm
Ubicazionesconosciuta, Arles

La camera di Vincent ad Arles è il nome di tre dipinti del pittore olandese Vincent van Gogh, realizzati nel 1888-9 e conservati rispettivamente presso il Van Gogh Museum di Amsterdam, l'Art Institute of Chicago ed il museo d'Orsay di Parigi.

Tabella riepigolativa[modifica | modifica wikitesto]

Di seguito si riporta una tabella riepilogativa delle tre versioni de La camera di Vincent ad Arles:

Datazione Stato Città Museo Tecnica Dimensioni F JH Immagine
Arles, ottobre 1888 Paesi Bassi Paesi Bassi Amsterdam Van Gogh Museum olio su tela 72x90 cm 482 1608 link
Saint-Rémy, inizio settembre 1889 Stati Uniti Stati Uniti Chicago Art Insitute olio su tela 73x92 cm 484 1771 link
Saint-Rémy, settembre 1889 Francia Francia Parigi Museo d'Orsay olio su tela 56,5x74 cm 483 1793 link

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Il soggetto del dipinto è la camera da letto di Vincent nella «casa gialla» di Arles, dove l'artista si era rifugiato con la speranza di insediarvi un atelier di pittori avanguardisti. Dell'opera esistono tre versioni: la prima, oggi esposta ad Amsterdam, fu eseguita nell'ottobre 1888, mentre le seconde sono particolarmente interessanti perché van Gogh le realizzò durante il volontario ricovero al manicomio di Saint-Rémy-de-Provence, quasi come se egli volesse recuperare e aggrapparsi a quei ricordi felici, quali erano quelli arlesiani.

Particolare del dipinto

I vari oggetti ritratti raccontano l'usuale quotidianità della mattina di van Gogh. Il primo oggetto che colpisce lo sguardo dell'osservatore è il letto di legno, a destra, appena rimesso a posto dopo il sonno notturno: «ed ecco la tua arca, come una sontuosa cuccia di cane randagio, dove ti vedo posarti esausto, con la pelle bruciata dalle intemperie dopo una giornata in un campo di girasoli, o chissà, dove il tuo irrequieto vagabondare ti porta», mormora un critico di Rai Arte in un immaginario colloquio con il pittore.[1] Dietro la spalliera del letto è appeso un attaccapanni, sul quale troviamo appesi alcuni indumenti di uso quotidiano e il celebre cappello di paglia con cui van Gogh si era ritratto un anno prima, nel 1887. Dalla parete contigua al letto, invece, incombono un autoritratto del pittore, il ritratto di una sconosciuta e due stampe giapponesi, genere di cui Vincent era un ardente appassionato: le loro «tinte piatte che armonizzano», splendenti di una luce endogena, ebbero un'eco duratura sulla sua arte. Sulla parete di fondo, poi, è distrattamente appeso un ulteriore quadro, stavolta un paesaggio.

Proseguendo la visione verso sinistra troviamo una finestra: Vincent la lascia semiaperta, in modo tale da lasciar intuire l'esistenza di altri spazi, estranei per forza di cose alla superficie pittorica, e soprattutto per lasciar «respirare» il dipinto, «eliminando qualsiasi rischio di claustrofobia percettiva» (Federica Armiraglio). Ancora a sinistra vi è uno specchio sporco e bianco appeso alla parete, e al di sotto di questo si erge un tavolino recante l'oggettistica da bagno, con una bacinella, una brocca, un bicchiere, una bottiglia, un piatto e una spazzola al di sopra di esso. Sempre a sinistra, infine, vi sono un asciugamano penzolante da un chiodo e una porta lasciata semichiusa. La visione viene infine completata da due sedie di vimini, l'una posta accanto al letto (Vincent forse la utilizzava come comodino d'emergenza) e l'altra accostata alla parete. Sono vuote: sono, infatti, una metafora ossessiva dell’assenza, forse dell'amico Gauguin, forse della donna della sua vita, così a lungo favoleggiata, ma mai incontrata.

Tecnica[modifica | modifica wikitesto]

I colori di questo dipinto sono carichi, ricchi, sgargianti, e sono applicati sulla tela con pennellate levigate e precipitose. La tavolozza, ridotta a tre coppie di colori fondamentali (rosso e verde, giallo e viola, blu e arancio, cui viene aggiunto il nero in veste di controbilanciatore cromatico),[2] è qui subordinata alla soggettività dell'artista, e invero gioca un ruolo fondamentale in quest'opera. Di seguito si riporta un commento dello stesso van Gogh al riguardo:

« Ho fatto, sempre per uso mio, un quadro largo 30 della mia camera da letto, con i mobili di legno che conoscete. Ebbene, mi ha enormemente divertito fare questo interno senza nulla, con una semplicità alla Seurat.
A tinte piatte ma stese grossolanamente, a pieno impasto, i muri di un lilla pallido, il pavimento di un rosso spezzato e stinto, le sedie e il letto giallo cromo, i cuscini e il lenzuolo di un verde limone molto pallido, la coperta rosso sangue, la toeletta arancione, il catino blu, la finestra verde. Avrei voluto esprimere un assoluto riposo con tutti questi toni così diversi, lo vedete, e in cui di bianco non c'è che la piccola nota data dallo specchio con la cornice nera »

(Vincent van Gogh[3])

Anche le regole prospettiche, ben conosciute da van Gogh, disegnatore colto e abile e amante delle opere di Leonardo da Vinci e Albrecht Dürer, sono volontariamente trasgredite per via di esigenze di natura soggettivistica. La prospettiva di quest'opera, invero, è anomala, instabile, se non del tutto scorretta, e non rispetta affatto i dettami della raffigurazione naturalistica: si viene infatti a creare un vertiginoso effetto a imbuto, con lo spazio che sembra essere risucchiato in maniera centrifuga verso la finestra sul fondo. Persino le effettive proporzioni degli oggetti sono stravolte: ciò è particolarmente evidente nel letto, del tutto sproporzionato rispetto agli altri oggetti presenti nella stanza, che comunque si flettono obliquamente verso l'osservatore, generando un senso di precarietà. Significativo, infine, anche l'impiego di contorni neri, molto marcati.

Interpretazione[modifica | modifica wikitesto]

Disegno a penna sulla lettera 554 riproducente la fisionomia dell'opera (JH 1609)
Schizzo a penna contrappuntato su una lettera scritta da Vincent in data 17 ottobre 1888

A cosa ha voluto alludere Vincent raffigurando la sua camera da letto? La lettura esegetica di questo dipinto, invero, è assai complessa, tanto che gli stessi critici, al di là delle mode interpretative, sono in sostanziale disaccordo tra loro.

Lo stesso van Gogh intendeva ricolmare la tela di una sensazione di «assoluto riposo»:

« Qui il colore deve fare tutto, e poiché con il suo effetto semplificante conferisce maggiore stile alle cose, esso dovrà suggerire riposo o sonno in generale. In una parola, guardare il quadro deve far riposare il cervello, o piuttosto l'immaginazione [...] Questo come una sorta di vendetta per il riposo forzato al quale sono stato obbligato »

(Vincent van Gogh)

Stando a quest'interpretazione la camera di Vincent ad Arles sarebbe il luogo dove l'interiorità psicologica dell'artista può riposare e dove traspare, anche in maniera maggiore agli autoritratti, la sua intimità più segreta. I vari oggetti addossati alla parete offrono una protezione all'abitante di questa stanza, che in questo modo può sottrarsi alla tempestosità della vita e crogiolarsi di quest'idillio domestico dove è in grado di trovare benessere, calma, silenzio. Anche la tavolozza, giocata su una piacevole tonalità di azzurro, contribuisce a rasserenare l'osservatore, che si sente accolto in questa quieta oasi di pace.[4]

Altri critici, invece, hanno giudicato questa teoria poco solida. Secondo questa interpretazione alternativa Vincent, pur volendo realizzare un'immagine poetica e distensiva, ha in realtà proiettato in essa la sua sofferenza interiore: ecco, allora, che gli oggetti non danno più l'idea di un ambiente protetto, bensì sono spinti verso i muri da una forza centrifuga che li allontana dal centro, creandovi purtroppo un insanabile vuoto, ribadito tra l'altro dalle due sedie vuote, per l'appunto, delle quali si è già parlato. L'osservatore, in questo modo, si sente accalappiato da un gravoso sentimento di angoscia, rafforzato dalla presenza di linee scure di contorno, dalla deformazione quasi espressionista dello spazio e degli oggetti, dalla sostanziale claustrofobia dell'insieme (certo, sia la finestra che le porte sono semichiuse, ma comunque non lasciano trapelare nulla dall'esterno). Affiorano, in questo modo, i tormenti interiori di van Gogh, candidato a un progressivo isolamento, alla follia e, infine, al suicidio:

« È così che la casa di Vincent parla dell'anima di Vincent, di aspirazioni semplici eppure irrealizzabili, di aspettative deluse, di incapacità di rapporti umani, di solitudine psicologica, di quella fatica di vivere alla quale egli porrà fine in un assolato pomeriggio di luglio, in cui si sparerà un colpo di pistola al petto, morendone due giorni dopo »

(Vilma Torselli[5])

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Filmato audio Vincent Van Gogh “La camera di van Gogh ad Arles”, Rai Arte.
  2. ^ Vincent Van Gogh, La camera (PDF), Zanichelli.
  3. ^ La dimensione privata della città. Dal decoro borghese all'esasperata banalità del quotidiano, su roberto-crosio.net.
  4. ^ Federica Armiraglio, Van Gogh, in I Classici dell'Arte, vol. 2, Rizzoli, 2003, p. 114.
  5. ^ Vilma Torselli, Vincent Van Gogh, "La camera da letto di Arles", Artonweb, 1° maggio 2017.

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