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Purāṇa

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Immagine di una copia risalente al XVIII secolo del Bhāgavata Purāṇa che illustra Kṛṣṇa circondato dalle gopī.

I Purāṇa (devanāgarī: पुराण; lett. "antiche [storie]") sono un gruppo di testi sacri hindū, redatti in lingua sanscrita, di carattere principalmente mitico e cultuale, il cui scopo primario è anche quello dell'educazione religiosa di coloro che non sono considerati dvija (i "nati due volte", i componenti delle prime tre caste hindū: brāhmaṇa, kṣatriya e vaiśya), quindi gli śudra e le donne, ai quali è severamente proibito l'ascolto o la lettura dei testi detti Śruti, ovvero le raccolte dei quattro Veda. Così il commentatore dei Veda, Sāyaṇa Ācārya (XIV secolo):

« [...] alle donne e agli śudra, sebbene abbiano anch'essi bisogno della scienza sacra (jñāna), è impedito di accedere al Veda, giacché essi sono privati del vantaggio di studiarlo (adhyayana) per non aver ricevuto l'investitura del cordone sacro (upanayana); conseguono però la conoscenza del dharma e del Bráhman per mezzo dei Purāṇa e di altri libri di questo genere. »
(Sāyaṇa Ācārya (XIV secolo), Vedārthaprakāśa; citato in Giuliano Boccali, Stefano Piano, Saverio Sani. Le letterature dell'India. Torino, Utet, 2000, p. 219)

Per questa ragione i Purāṇa, che fanno parte della raccolta Smṛti[1], sono indicati anche come il "quinto" Veda"[2] già a partire dalla Chāndogya Upaniṣad[3]:

(SA)

« nāma vā ṛgvedo yajurvedaḥ sāmaveda ātharvaṇaś caturtha itihāsapurāṇaḥ pañcamo vedānāṃ vedaḥ pitryo rāśir daivo nidhir vākovākyam ekāyanaṃ devavidyā brahmavidyā bhūtavidyā kṣatravidyā nakṣatravidyā sarpadevajanavidyā
nāmaivaitat
nāmopāssveti »

(IT)

« Nomi, e cioè il Ṛgveda, lo Yajur-veda, il Sāma-veda ed infine lo Atharvaṇa come quarto, gli itihāsa ed i purāṇa come quinto, il Veda dei Veda, il rituale per i mani, il calcolo, la divinazione, la conoscenza dei tempi, la logica, le regole di condotta, l'etimologia, la conoscenza degli Dei, la conoscenza dello Spirito Supremo, la scienza delle armi, l'astronomia, la scienza dei serpenti, degli spiriti e dei geni; tutto ciò non sono che nomi. Considera però attentamente ciò che significa 'nome'. »

(Chāndogya Upaniṣad, VII,1,4: traduzione di Pio Filippani Ronconi)

Da tener presente anche che, dal punto di vista tradizionale, la letteratura degli Itihāsa-Purāṇa è una letteratura "scritta" a differenza di quella vedica che è una cultura, ancora, "orale" e che va appresa quindi solo mnemonicamente, essendo fondata soprattutto sulla sonorità (śabda). Essendo la scrittura una pratica che non dà in alcun modo accesso al "sapere" essa è affidata a persone di rango "inferiore"[4].

Inoltre, va tenuto presente che gli appartenenti alle famiglie relative alle prime tre caste sono appena l'8,5% dell'intera società hindū (questa computata sulle quattro caste, esclusi quindi gli avarṇa) e che da questa percentuale vanno sottratte le donne, ciò dà la cifra dell'importanza religiosa per gli hindū della letteratura scritta degli Itihāsa-Purāṇa[5].

Origini e stile[modifica | modifica wikitesto]

Il termine purāṇa compare già nelle scritture vediche con il significato di "antica tradizione" [6] finendo per indicare, col tempo, quelle raccolte di narrazioni tradizionali inerenti ai miti e alle pratiche di culto, il cui autore, secondo la tradizione, sarebbe il mitico Vyāsa (lett. "il Compilatore").

Questi testi affondano, quindi e probabilmente, le loro radici in un passato remoto, essendo un vero e proprio ricettacolo di saperi tradizionali, originariamente narrati da bardi detti sūta.

La critica moderna ritiene, tuttavia, che i Purāṇa più antichi, considerati però nella forma giunta a noi, vadano fatti risalire a redazioni compiute nei primi secoli della nostra èra [7].

Così Stefano Piano:

« Ritengo che sia lecito supporre che testi alternativi al Veda e adatti alla formazione religiosa delle donne e dei "non rigenerati"[8] esistessero in India da tempi molto antichi; di tali testi continuamente arricchiti di nuovi materiali, dovettero cominciare a formarsi, attorno ai primi secoli, dell'era volgare e per iniziativa dei brahmani, le prime raccolte, probabilmente differenziate in base alle esigenze particolari delle diverse comunità e alla loro collocazione geografica. »
(in Giuliano Boccali, Stefano Piano, Saverio Sani. Le letterature dell'India. Torino, Utet, 2000, p. 219)

Essendo prevalentemente indirizzati alle caste "inferiori", il sanscrito utilizzato in questi testi è piuttosto semplice, presentando perfino delle irregolarità grammaticali e delle frasi idiomatiche popolari, nonché influenze dialettali[9]. Per la stessa ragione, la messa per iscritto e la copiatura di tali testi è, a differenza per quelli contenuti nella Śruti, considerata opera meritoria[10].

Tutti i Purāṇa presentano quindi numerose stratificazioni, nonché diverse parti in comune tra loro, oltre a interpolazioni e a revisioni continue:

« I Purāṇa sono stati continuamente riveduti e aggiornati nel tempo fino all'epoca delle prime edizioni a stampa apparse attorno alla fine dell'Ottocento Di qui l'aleatorietà e temerarietà d'ogni ipotetica datazione. »
(Antonio Rigopoulos, Introduzione ai testi tradotti, in Hinduismo antico, vol.1 (a cura di Francesco Sferra). Milano, Mondadori, 2010, p. CXCVI-CXCVII)

Questo impedisce una loro precisa datazione, e cronologia, anche se il Bhāgavata-Purāṇa[11] può essere considerato il più recente tra quelli detti "maggiori" (mahāpurāṇa)[12].

Mahāpurāṇa e Upapurāṇa[modifica | modifica wikitesto]

Una iniziale canonizzazione dei testi purāṇici si avvia verso il III secolo a.C., fissandosi tra il III e il VII secolo d.C.[13].

Tale canonizzazione procede lungo un mito eziologico presente, con leggere varianti, nel Matsya, nel Nārada e nello Skhanda Purāṇa, che vuole un originario purāṇa, composto da un miliardo di strofe, venire suddiviso e sintetizzato in 18 purāṇa per complessive 400 mila strofe[14].

La più antica lista di diciotto testi puranici principali (detti Mahāpurāṇa) è contenuta nel Mahābhārata (per quanto resti il dubbio di un'interpolazione del testo): l'insieme formato di queste opere più l'altro grande Itihāsa indiano, il Rāmāyaņa, è stato definito come un quinto Veda, e per la portata massiva del loro insegnamento etico e religioso, e per l'importanza storica e culturale che questi testi hanno assunto attraverso i secoli. Vengono sovente indicati in letteratura con il composto Itihāsa-Purāṇa.

Accanto a questa lista di opere maggiori vennero compilate diverse liste elencanti diciotto Purāņa minori o secondari, detti Upapurāṇa, che sono in verità presenti in numero assai maggiore e trattano dei più svariati argomenti, i quali spesso non sono rintracciabili nei Mahāpurāṇa.

Argomenti trattati[modifica | modifica wikitesto]

Viene tradizionalmente affermato che l'argomento affrontato dai Purāṇa è il pañcalakşaņa, ossia le "cinque caratteristiche distintive" qui di seguito elencate:

  1. sarga (creazione [del cosmo]);
  2. pratisarga (ciclicità [del cosmo]);
  3. vaṃśa (genealogia [divina]);
  4. manvantara (epoche [cosmiche], lett. "altro Manu");
  5. vaṃśānucarita (genealogia dinastica).

In verità questi temi sono presenti solo in minima parte nelle opere e rappresentano più che altro un tentativo di canonizzazione teorica della letteratura puranica.

Si può dire che i Purāṇa si basano prevalentemente su testi di carattere mitologico che tendono in definitiva a sfociare nella glorificazione di una divinità piuttosto che un'altra (le più celebrate sono Vişņu, spesso sotto forma di avatara, Śiva ,la Śakti e infine Brahma), ma anche a esaltare il potere salvifico e purificatore di taluni luoghi sacri, periodi temporali, pratiche devozionali (bhakti) e qualità dello spirito. Questi testi, detti Māhātmya (contrazione di mahātman, traducibile non letteralmente con "grandezza"), costituiscono la parte prevalente di molti Purāṇa; ad essi sono poi associati altri tipi di testo, come le Gītā (canti divini che hanno come modello la celeberrima Bhagavadgītā), gli strota (inni laudativi) e varie storie di carattere edificante. Tutte queste tipologie testuali sono indipendenti l'una dall'altra ma vengono associate insieme per formare quel quadro composito che è il Purāṇa, sebbene, almeno per quanto riguarda taluni Māhātmya, si abbiano attestazioni di una loro redazione autonoma.

Classificazione dei Purāṇa maggiori[modifica | modifica wikitesto]

Esistono in letteratura varie classificazioni dei Purāṇa maggiori (Mahā Purāṇa): cronologiche, in base alle divinità o in base alle guṇa. Invero non esiste un accordo univoco fra gli studiosi in nessuna delle prime due classificazioni, e fra le tre quella in base alle divinità è forse la più aleatoria, dato che diversi Purāṇa contengono sezioni dedicate a più divinità (per esempio nello Śiva Purāṇa due capitoli sono dedicati a Viṣṇu[15]).
Seguendo la classificazione in base alle tre guṇa, e cioè: rājas (generazione, passione: attributo di Brahmā); tāmas (dissolvimento, oscurità: attributo di Śiva); sāttva (mantenimento, verità: attributo di Viṣṇu), abbiamo la seguente classificazione[16]:

Il phala[modifica | modifica wikitesto]

Il fine ultimo posto dai Purāṇa è l'acquisizione di un phala (lett. "frutto", in questo caso traducibile con "merito spirituale"). Esso si può ottenere nei modi più vari (nelle singole opere spesso si possono trovare indicazioni specifiche): principalmente attraverso la lettura, l'ascolto del testo e rendendo devozione al dio in esso celebrato, ma anche seguendo le indicazioni date sul pellegrinaggio in luoghi sacri e addirittura semplicemente possedendolo o facendone dono a un brahmano.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Cfr. la classificazione dello Arthaśāstra.
  2. ^ Alberto Pelissero, Letterature classiche dell'India. Brescia, Morcelliana, 2007, p. 96.
  3. ^ Cfr. anche IV,7,2; VII,1,2 e VII,7,1
  4. ^ Cfr. Stefano Piano, in Giuliano Boccali, Stefano Piano, Saverio Sani. Le letterature dell'India. Torino, Utet, 2000, p. 231.
  5. ^ Cfr. nota 175 in Giuliano Boccali, Stefano Piano, Saverio Sani. Le letterature dell'India. Torino, Utet, 2000, p. 219.
  6. ^ Cfr. in tal senso, e ad esempio, Atharvaveda, XI, 7,24.
  7. ^ In tal senso, ad esempio, Moriz Winternitz, History of Indian Literature, (1905-1922), sulla base di comparazioni con i testi buddisti mahāyāna di analogo periodo.
  8. ^ Intende i non-dvija, i non nati-due-volte ovvero coloro che non hanno conseguito l'upanayana.
  9. ^ Rigopoulos p. CXCIII
  10. ^
    « La scrittura, sempre ritenuta inferiore alla trasmissione orale, s'addice a questi testi d'edificazione rivolti a categorie sociali cui l'accesso ai Veda era ed è negato. Di qui, il carattere meritorio della creazione di copie del testo purāṇico, pratica attestatissima attraverso i secoli. »
    (Antonio Rigopoulos, p. CXCIII)
  11. ^ Databile fino al movimento bhakta viṣṇuita dell'India meridionale.
  12. ^ Caterina Conio, Purāṇa, "Enciclopedia delle religioni", vol.9, Milano, Jaca Book, 1987, p. 295.
  13. ^ Pelissero, p. 97
  14. ^ Pelissero, p. 97
  15. ^ Vedi Shiva Purana
  16. ^ Gavin Flood, L'induismo, traduzione di Mimma Congedo, Einaudi, 2006, p. 148.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • G. Boccali, S. Sani, S. Piano, Le letterature dell'India, UTET, Torino 2000

Traduzioni italiane di Purāṇa[modifica | modifica wikitesto]

  • Srimad Bhagavatam. La saggezza di Dio, a cura di Swami Prabhavananda, Ubaldini Editore, Roma 1978
  • Il libro di Krsna. Un riassunto completo del decimo canto dello Srimad Bhagavatam, a cura di B.V. Swami Prabhupada, The Bhaktivedanta Book Trust Italia, Roma 1989

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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