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Aśvamedha

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Illustrazione del rito dello Aśvamedha in una edizione del XVII secolo del Rāmāyaṇa.

Lo Aśvamedha (devanāgarī: अश्वमेध; lett. "il cavallo come oblazione") fu uno dei riti più importanti della Religione vedica avente lo scopo di delimitare i confini di un regno.

Riportato già nel Ṛgveda (I,162 e I,163), è descritto in dettaglio nello Śatapatha Brāhmaṇa (XIII) e in altri testi recenziori, poteva essere celebrato solo da un re[1].

Questo rito sacrificale ha origini antichissime e appartiene alla cultura indoeuropea, conservando dei paralleli in Iran, a Roma e in Irlanda[2].

Scopo del rito, di natura cosmogonica[3], è quello di fondare la supremazia di un re (rājan), il re che compie il sacrificio, sugli altri condottieri.

Preparazione del sacrificio[modifica | modifica wikitesto]

Questo importante rito vedico consiste nello scegliere uno stallone, che impersona il Sole e la Potenza (Kṣatra), a cui viene fatto bere il Soma e quindi lasciato libero per un anno, ma circondato da una mandria di cento cavalli castrati e scortato da quattrocento giovani guerrieri i quali devono proteggerlo e accertarsi che la vittima designata non si accoppi con qualche giumenta (impedendogli quindi che disperda la propria "potenza virile", il proprio "splendore", ojas) o si bagni in acque impure o ancora si muova all'indietro.

L'avvio del rito consiste nel re sacrificante che sussurra nell'orecchio destro dello stallone prescelto dei mantra inerenti alla sua nuova condizione di "campione". Il destriero viene quindi lasciato libero.

Il re sacrificante non segue direttamente questa seconda fase del rito, rimanendo nella sua residenza ove apporta i necessari sacrifici e le necessarie recitazioni, il suo ruolo è tuttavia rappresentato da un adhvaryu (l'officiante dello adhvara, nonché colui che recita le formule dello Yajurveda) in qualità di re-putativo, il quale segue lo stallone durante il suo peregrinare, allestendo i doverosi riti.

Qualora tali condizioni vengano rispettate, e i rājan dei territori attraversati dal destriero non siano riusciti, o non abbiano voluto, con i propri guerrieri, catturare o uccidere lo stallone, questi re confinanti si sottomettono al re sacrificante.

Ottenuto ciò, il cavallo viene sacrificato affinché gli dèi proteggano i nuovi confini del regno, apportandovi ricchezze e benessere.

Il sacrificio del cavallo[modifica | modifica wikitesto]

La durata del rito sacrificale vero e proprio è di tre giorni, impegnando trentasei adhvaryu oltre che il re e le quattro sue mogli con il numeroso seguito.

Il primo giorno si erige la mahāvedi, il grande altare destinato ai sacrifici degli animali (paśubandha), nel mentre si sacrificano vari animali e si provvede all'avvio della spremitura del soma.

I quattro spazi della mahāvedi vengono assegnati ai quattro principali sacerdoti, unitamente alle quattro mogli del re sacrificante:

  • al brāhmaṇa (il recitatore dello Atharvaveda nonché soprintendente all'intero rito) si accompagna la regina consacrata, la mahīṣi;
  • allo hotṛ (il recitatore del Ṛgveda) si accompagna la vāvātā, la "favorita" del re;
  • allo udgātṛ (il cantore del Sāmaveda) si accompagna la parivṛkti, la "sfavorita", colei che non ha figli;
  • allo adhvaryu (il mormoratore dello Yajurveda) si accompagna la pālāgalī, la moglie di "bassa nascita".

Il secondo giorno, il più importante dell'intero rito, lo stallone viene dedicato a Prajāpati unitamente ad altri due animali: una capra priva di corna e un gomṛga (gayal, bos frontalis).

Lo stallone viene quindi legato al palo centrale (yūpa) dell'area sacrificale. Centinaia di animali di diverse specie, addomesticate e selvatiche, lo circondano legati ad altri pali. A questo punto le tre mogli principali si fanno avanti, unitamente al loro seguito, lavando e ornando lo stallone, spalmandolo di ghṛta.

Il re sacrificante in armi monta il cavallo, recitando le lodi agli antenati, alle armi, ai cavalli.

Lo agnīdhra, il sacerdote rappresentante di Agni che nella sua qualifica di agnīdh ha acceso il fuoco sacrificale, si avvicina al cavallo portando tale fuoco in una grande coppa, girando quindi intorno al destriero e agli altri animali. Gli animali selvatici vengono a questo punto liberati unitamente a quattro cavalle e a quattro capre prescelte. Restano legati ai pali sacrificali solo gli animali addomesticati.

Quindi lo stallone, la capra senza corna e il gomṛga vengono uccisi per mezzo del soffocamento: il primo mediante un telo di lino, gli altri due vengono invece strangolati con delle corde.

A questo punto si forma un corteo sacro composto da sacerdoti, dalla mahīṣi, accompagnata da cento principesse, quindi dalla vāvātā, con al seguito cento giovani donne di famiglia kṣatriya, dalla parivṛkti, accompagnata da cento figlie dei capi villaggio, e infine dalla pālāgalī, con cento figlie di kṣattṛ (servitori), più una vergine.

Tale corteo compie per nove volte la circumambulazione dello stallone. Le donne, principesche, sventagliano le vesti e si battono le cosce, invocando Indra. Il numero nove simboleggia i tre mondi (Terra, Spazio e Cielo), le sei stagioni dell'anno degli hindū (le Ṛtu, le divinità stagionali: primavera, estate, piogge, autunno, inverno e frescura) e i nove soffi vitali che muovono il corpo.

Tutte le mogli, tranne la mahīṣi, si siedono intorno al corpo del destriero, quindi lo adhvaryu accompagna quest'ultima verso lo stallone avvicinando il pene dell'animale alla vagina della regina consacrata. Nel mentre ciò accade, vengono profferiti mantra osceni tra le donne e i sacerdoti. Tale oscenità, impensabile nella puritana cultura vedica, viene successivamente sanata con una recitazione collettiva allo stallone Dadhikrāvan, al Sole albeggiante, quindi a forma di ferro di cavallo.

Lo scopo di questa "ierogamia" è quello di incanalare la potenza (lo ojas) del sacro stallone che per un anno non si è accoppiato, come il re sacrificante che è rimasto casto dormendo per un anno intero tra le braccia della vāvātā, nel ventre della regina consacrata, così che in futuro ella possa generare un figlio ricco di potenza divina.

La divisione del corpo sacrificale del cavallo[modifica | modifica wikitesto]

Le tre regine si apprestano quindi a cucire con oro e argento delle linee sul corpo dello stallone per marcare le linee della corretta sua macellazione. Stesso rito compiono sul corpo della capra e del gomṛga. Estratti gli omenti, il re sacrificatore taglia anche l'orecchio destro, lì dove aveva sussurrato il mantra al destriero.

Gli omenti vengono quindi cotti e distribuiti, insieme alle carni delle altre vittime. Il sangue viene raccolto insieme alla zampa anteriore destra.

Il re sacrificante siede quindi sul trono, questo ricoperto da una pelle di tigre, e viene asperso con dell'acqua mentre si recita il Puruṣasūkta (Ṛgveda X,90).

A questo punto lo adhvaryu prende le parti sezionate del cavallo e degli altri due animali principali, ricomponendole per terra ponendo la testa della capra verso Ovest, mentre quella dello stallone e del gomṛga viene collocata ad Est.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Fuchs 1996, p. 18: «The Ashvamedha can only be performed by anointed kings who actually rule over a country. The king celebrates the sacrifice to gain the fulfilment of all his desires».
  2. ^ Mario Piantelli, p. 41; anche: «Mostly, however, its notoriety west of India is gained from apparent Indo-European roots and knowledge of counterparts in the Roman October horse, ancient Scandinavian myths and rites, and Celtic and Greek mare sacrifices.», David M. Knipe, p. 234
  3. ^ Mircea Eliade, Trattato di storia delle religioni. Torino, Boringhieri,

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Mario Piantelli in Hinduismo (a cura di Giovanni Filoramo). Bari, Laterza, 2002, pp. 41 e sgg..
  • David M. Knipe, Vedic Voices. NY, Oxford University Press, 2015, pp. 234 e sgg..
  • Stephen Fuchs, The Vedic Horse Sacrifice in its Culture-Historical Relations. Inter-India Publications: New Delhi, 1996.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]