Pessimismo

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Il pessimismo è in senso generico un atteggiamento sentimentale che tende a sottolineare gli aspetti negativi di un'esperienza della realtà caratterizzata dall'infelicità e dal dolore.[1]. Questa visione, dal punto di vista etico, si traduce in un giudizio di prevalenza del male sul bene.[2]

Il pessimismo trascurato[modifica | modifica wikitesto]

«Quando nella seconda metà del secolo scorso rifiorì lo studio di Kant, specialmente nel decennio fra il 1870 e il 1880 due erano le questioni che, oltre al problema-Kant, richiamavano su di sé in modo esclusivo l'interesse filosofico: la questione del materialismo e quella del pessimismo» che in questo stesso periodo, pur contrastato dalla filosofia ufficiale accademica e dai teologi, conosceva la diffusione di una produzione letteraria, in specie poetica, dai caratteri pessimistici.[3].[4] Dopo il periodo indicato durante il quale Schopenhauer ed Hartmann divennero molto popolari per la trattazione del tema del pessimismo e dopo una breve rinascita d'interesse nella seconda metà del XIX secolo, quest'argomento venne trascurato dalla storiografia così che la riflessione sul pessimismo è rimasta ancorata a questi due pensatori che in realtà non sono gli unici filosofi "pessimisti" ma diversi altri autori, come ad esempio Bahnsen e Mainlànder, hanno ripreso e sviluppato il pensiero sul pessimismo.

Il concetto di pessimismo[modifica | modifica wikitesto]

La filosofia, che considera il pessimismo un fatto sentimentale ne dà una descrizione speculativa per cui distingue tra due differenti orientamenti di pessimismo: il pessimismo empirico che si ha quando la visione negativa resta limitata al mondo fisico in contrapposizione ad un aldilà felice, ed il pessimismo metafisico, quando la visione negativa si estende anche al mondo metafisico e al suo destino in ogni espressione. l'agire etico non viene considerato un valore in sé, ma solo nella misura in cui, muovendo l'uomo all'ascesi o all'impegno per il progresso, rende possibile il raggiungimento della liberazione dall'esistenza, indipendentemente dal fatto che essa si compia a livello individuale (Schopenhauer) o a livello cosmico (Hartmamr) per cui la realtà, il mondo è il frutto di una volontà irrazionale che ha creato colpevolmente un'esistenza senza senso per l'uomo che si deve proporre l'annichilimento del mondo stesso che deve essere riportato dall'essere al non-essere con un capovolgimento del principio cardine della gran parte della filosofia occidentale per il quale omne ens, in quantum ens, est bonum.

Il pessimismo di Schopenhauer[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Pensiero di Schopenhauer.
Arthur Schopenhauer

Schopenhauer si rese conto che la sua dottrina pessimistica contrastava le filosofie a lui contemporanee ma non diede una struttura sistematica al tema del pessimismo che ad una prima visione superficiale sembrerebbe essere semplicemente connesso alla critica radicale della visione hegeliana razionalisticamente ottimista della realtà. In effetti Schopenhauer contrapponeva a quello hegeliano un diverso idealismo, a cui dichiarava espressamente di appartenere come filosofo.[5]

« La vera filosofia deve in ogni caso essere idealista: anzi deve esserlo, se vuole semplicemente essere onesta. Perché niente è più certo, che nessuno può mai uscire da se stesso, per identificarsi immediatamente con le cose distinte da lui: bensì tutto ciò che egli conosce con sicurezza, cioè immediatamente, si trova dentro la sua coscienza. [...] Solo la coscienza è data immediatamente, perciò il fondamento della filosofia è limitato ai fatti della coscienza: ossia essa è essenzialmente idealistica.[6] »

Il pessimismo allora nasce piuttosto dal problema irrisolto della "cosa in sé" kantiana irrisolvibile per via empirica dato che ogni oggetto si presenta nella forma del fenomeno, di come cioè appare ai nostri sensi. Da questo punto di vista però anche quel particolare oggetto che è il nostro corpo appare per un verso a noi nelle sue caratteristiche sensibili come fenomeno ma per un altro verso la nostra corporeità si presenta alla nostra coscienza come "volontà di vivere", un insopprimibile istinto di sopravvivenza. La volontà quindi è l'essenza del corpo, ovvero, in termini kantiani, la volontà è la cosa in sé, il noumeno. Ma il mantenimento della vita è reso possibile da un continuo ed incessante soddisfacimento di bisogni, cosicché la volontà di vita si rivela come una insopprimibile, generale tendenza alla soddisfazione di bisogni. La «la base di ogni volere è bisogno, ossia dolore, a cui l'uomo è vincolato dall'origine, per natura» Incessante dolore poiché «qualsiasi soddisfacimento, o ciò che in genere suoi chiamarsi felicità, è propriamente e sostanzialmente sempre negativo, e mai positivo». Il piacere è una realtà negativa come "assenza di dolore" in primo luogo perché può apparire solo dopo che si sia avvertito un bisogno, una sofferenza tanto è vero che di molti "beni" - ad esempio la salute, la giovinezza, la libertà - ce ne accorgiamo quando dopo averli perduti ne avvertiamo la mancanza. Inoltre il piacere non rappresenta un punto d'arrivo, in quanto la volontà, per sua natura, si rivolge immediatamente ad altro, giacché « nessun appagamento possibile potrebbe bastare a calmare la sua sete, a porre uno scopo finito alla sua brama ed a riempire l'abisso senza fondo del suo cuore». Con la soddisfazione di un bisogno « nient'altro ci si può guadagnare se non d'essersi liberati da una sofferenza o da un desiderio: quindi ci si trova come prima del loro inizio e non meglio»[7] Se subito dopo la nascita siamo stati preda della Volontà, ora il nostro dovere morale è quello di disfare quello che la Volontà caotica ha fatto, negare la volontà di vivere passando ad una conversione radicale dal voler vivere al non voler vivere annullando la volontà nella noluntas[8]. Delle vie d'uscita che ci si presentano (suicidio, arte, etica della compassione) solo l'ascesi sembra essere quella efficace poiché ci rende trasparenti alla volontà che continuerà ad attraversarci ma non troverà più il corpo. Quindi vivere una non vita con l'estenuazione dell'organismo, raggiungendo la nolontà, cioè la non-volontà, quindi il nulla.

Il pessimismo di Hartmann[modifica | modifica wikitesto]

Eduard von Hartmann

Eduard von Hartmann intende costruire una teoria sul pessimismo sulla base di un metodo ricavato dalle scienze naturali e che dunque, in chiave antihegeliana e antideduttiva, si fondi sull'induzione che tuttavia, nella scienza e nella filosofia non permette di raggiungere i principi ultimi che egli ritiene possano essere solo oggetto di una visione mistica. Nel suo tempo ormai la scienza e la filosofia sono enormemente progredite e non rimane che far cadere l'ultimo muro che le separa realizzando una sintesi che le contenga armonicamente entrambe. È falsa ogni speculazione che contraddica i risultati della scienza empirica e, viceversa, false tutte le spiegazioni scientifiche dei fatti empirici «che contraddicono i risultati rigorosi di una speculazione puramente logica»[9].

L'inconscio[modifica | modifica wikitesto]

Nella prima parte della Filosofia dll'inconscio Hartmann vuole dimostrare come nei fenomeni naturali complessi agiscano non cause materiali ma finalistiche spirituali. Ad esempio nella cova delle uova non è la forma dell'uovo, la struttura corporea dell'uccello o la temperatura del nido a spiegare questo fenomeno quanto la causa spirituale della perpetuazione della specie[10].

La volontà non è qualcosa che riguarda solo gli esseri umani, sia nella loro interezza sia nelle parti singole che li compongono (ad esempio il midollo spinale e i gangli) ma anche gli animali hanno delle attività psichiche che possono distinguersi da quelle umane solo quantitativamente che gli permettono di conseguire precisi scopi, di modificare i loro comportamenti in relazione al mutamento delle situazioni, vale a dire «vogliono»[11]» ossia in loro sono presenti varie volontà che fanno capo di volta in volta a parti diverse dal cervello (il cervelietto, il midollo spinale, i gangli nervosi)[12]. Così anche nell'uomo vi sono movimenti volontari, come ad esempio il battito cardiaco, che non sono collegabili ad una volontà conscia centrale ma alle singole parti da cui nascono queste volontà che regolano i movimenti.[13].

Stabilita l'esistenza di questa volontà bisogna chiarire come essa debba essere collegata alla rappresentazione nel senso che ogni volontà è di per sé astratta se non viene collegata ad un preciso contenuto Ogni volere infatti è un volere qualcosa, quindi un volere determinato ma la nuova situazione che si vuole raggiungere non può essere presente realmente alla volontà poiché in questo caso non sarebbe più da realizzare: essa deve esistere quindi nel soggetto volente idealmente, vale a dire come rappresentazione e questo accade perché la volontà è un'entità spirituale[14]

La prova che esiste un'attività spirituale psichica inconscia Hartmann la trova nell'analisi degli istinti animali e umani e come sostiene Hegel anche per Hartmann «L'istinto è un agire finalizzato senza coscienza del fine».[15]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Guido Calogero, Enciclopedia Treccani, 1936 alla voce corrispondente
  2. ^
    Glass-of-water.jpg
    Al pessimismo si contrappone l'ottimismo, la tendenza opposta. Il tipico esempio di questa contrapposizione è la questione del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, il primo per l'ottimista il secondo per il pessimista. La semplice analisi razionale della realtà dimostra che il bicchiere è sia mezzo pieno che mezzo vuoto, cioè che sono "reali" entrambe le descrizioni e che quindi il pessimismo, come l'ottimismo, non sono riconducibili a una concezione razionale ma a un sentimento che si esprime con varianti linguistiche, nominali, del medesimo fatto empirico rappresentato dal bicchiere riempito a metà da un liquido.
  3. ^ Vaihinger 1923, p. 162
  4. ^ Da qui
    « il problema del nesso esistente fra questo pessimismo «di massa» e quello filosofico. La filosofia pessimistica è stata, per dirla con Hegel, «lo spirito del proprio tempo appreso in concetti», oppure è stata un'effimera «filosofia alla moda», in generica consonanza con l'« atmosfera spirituale » dell'epoca? Essa ha espresso davvero quella Stimmung ("sensibilità diffusa" [t.d.A.])pessimistica, o è stato un fenomeno di superficie, nato dal desiderio di un nuovo pubblico di avere a disposizione una filosofia facile, « leggibile » e, specie nel caso di Schopenhauer, non priva di valore letterario? (Giuseppe Invernizzi, Il 
pessimismo 
tedesco dell’Ottocento.
 Schopenhauer,
 Hartmann, 
Bahnsen
e
, Mainländer
 e 
i
 loro
 avversari, Firenze, 
La
 Nuova 
Italia,
1994 p.11) »
  5. ^ Wolfgang Schirmacher, La ragione ascetica. Schopenhauer nell'idealismo tedesco, in "Verifiche", Trento, 1984, pp. 263-279: la polemica di Schopenahuer contro Fichte Schelling ed Hegel non era tanto rivolta all'idealismo in sé, ma alle premesse da cui costoro partivano, giudicate erronee e fuorvianti.
  6. ^ Arthur Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, II, 1 (in Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1971, vol. XIX, pp. 602-3.
  7. ^ G.Invernizzi, Op.cit. p.25
  8. ^ A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, I, 70-71
  9. ^ Hartmann, Filosofia dell'inconscio, I, pp. 10-12
  10. ^ Hartmann, op.cit, pp. 43-46
  11. ^ Hartmann, op.cit. p. 52 e sgg.
  12. ^ Hartmann, op.cit. I, pp. 53-56
  13. ^ Hartmann, op.cit. I, pp. 56-59
  14. ^ Hartmann, op.cit., pp.100-103
  15. ^ Hegel, Enciclopedia § 360

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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