Persicaria vivipara

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Poligono viviparo
Persicaria vivipara ENBLA01.jpg
Persicaria vivipara
Classificazione Cronquist
Dominio Eukaryota
Regno Plantae
Superdivisione Spermatophyta
Divisione Magnoliophyta
Classe Magnoliopsida
Sottoclasse Caryophyllidae
Ordine Polygonales
Famiglia Polygonaceae
Genere Persicaria
Specie P. vivipara
Classificazione APG
Regno Plantae
(clade) Eudicotiledoni
(clade) Tricolpate basali
Ordine Caryophyllales
Famiglia Polygonaceae
Nomenclatura binomiale
Persicaria vivipara
(L.) Ronse Decraene, 1988
Nomi comuni

Serpentina
Bistorta minore

Il Poligono viviparo (Persicaria vivipara (L.) Ronse Decraene 1988 – ex Polygonum viviparum L. 1753) è una pianta di tipo erbaceo della famiglia delle Polygonaceae con piccoli fiori bianchi raccolti a spiga.

Sistematica[modifica | modifica wikitesto]

La famiglia di questo genere è mediamente numerosa (una cinquantina di generi per circa un migliaio di specie), mentre il genere Persicaria comprende una cinquantina di specie, di cui una dozzina circa sono spontanee della nostra flora.
Il Sistema Cronquist assegna la famiglia delle Polygonaceae all'ordine delle Polygonales mentre la moderna classificazione APG la colloca nell'ordine delle Caryophyllales. Sempre in base alla classificazione APG sono cambiati anche i livelli superiori (vedi tabella a destra).
Il genere di questa pianta è relativamente nuovo in quanto fino a qualche decennio fa questa pianta e altre specie simili facevano parte del genere Polygonum. Questa ristrutturazione tassonomica non è accettata unanimemente da tutti botanici, infatti tuttora ci sono ancora diverse classificazioni che non contemplano un'esistenza autonoma per il genere Persicaria.
All'inizio dell'altro secolo il botanico italiano Adriano Fiori (1865 – 1950) aveva sistemato questa pianta nella sezione “BISTORTA” del genere Polygonum; sezione caratterizzata dall'avere fusti semplici con infiorescenza a spiga unica e rizoma ingrossato a tubero[1]. Questa sezione ora è stata trasferita nel nuovo genere Persicaria.

Variabilità[modifica | modifica wikitesto]

Si tratta di una specie abbastanza variabile dal punto di vista morfologico. I caratteri che maggiormente subiscono variazioni sono due: l'altezza che dipende dalle condizioni di crescita (habitat e substrato); e la forma delle foglie basali più o meno allungate (fino ad essere quasi lineari)[2].

Ibridi[modifica | modifica wikitesto]

Con altri generi il “Poligono viviparo” forma il seguente ibrido intergenerico:

  • Polygonum ×rhaeticum Brügger (1880) – Ibrido fra: Polygonum bistorta subsp. bistorta e Persicaria vivipara

Sinonimi[modifica | modifica wikitesto]

La specie di questa scheda, in altri testi, può essere chiamata con nomi diversi. L'elenco che segue indica alcuni tra i sinonimi più frequenti:

  • Bistorta bulbifera Greene (1904)
  • Bistorta vivipara (L.) S.F.Gray
  • Polygonum angustifolium D. Don (1825), non Pallas
  • Polygonum blancheanum Gandoger (1875)
  • Polygonum bracteatum Sprengel (1827)
  • Polygonum bulbiferum Royle ex Bab. (1841)
  • Polygonum fugax Piccolo
  • Polygonum camptostachys Gandoger (1875)
  • Polygonum chevrolatii Gandoger (1875)
  • Polygonum macounii Piccola ex Macoun
  • Polygonum philippei Gandoger (1882)
  • Polygonum viviparum L. (1753)
  • Polygonum viviparum L. var. alpinum Wahlenb.
  • Polygonum viviparum L. var. macounii (Small ex Macoun) Hulten

Specie simili[modifica | modifica wikitesto]

  • Persicaria bistortoides (Pursh) H. Hinds (ex Polygonum bistortoides (Pursh) Small)  : si differenzia per l'infiorescenza che è più stretta e nella parte inferiore non sono presenti i bulbilli. Non si trova spontaneamente in Italia.
  • Polygonum bistorta L. (1753) – Bistorta: sul territorio italiano il “Poligono viviparo” può essere confuso con questa specie anche se l'infiorescenza è più corposa e di colore decisamente rosato; mentre le foglie sono mediamente più larghe (lanceolate a carattere tormentoso). Anche questa pianta è priva di bulbilli.

Etimologia[modifica | modifica wikitesto]

Il nome (Persicaria) deriva dal fatto che le foglie di alcune specie di questo genere sono molto simili a quelle del pesco. Il nome specifico deriva dalla presenza dei bulbilli nella parte inferiore dell'infiorescenza (una forma di viviparità).
Questa pianta è stata studiata e documentata inizialmente dal botanico e naturalista svedese Carl von Linné (1707 – 1778) col nome di Polygonum viviparum nella pubblicazione Species Plantarum del 1753.
Gli inglesi chiamano questa pianta Alpine bistort; i francesi la chiamano Renouée vivipare; mentre i tedeschi la chiamano Knöllchen-Knöterich.

Morfologia[modifica | modifica wikitesto]

Descrizione delle parti della pianta

Il ciclo biologico di questa specie è perenne. L'altezza che raggiunge è circa 30 cm (massimo 60 cm). La forma biologica è geofita rizomatosa (G rhiz), ossia sono piante generalmente provviste di un rizoma (parte sotterranea del fusto) che ciclicamente ad ogni successiva stagione emette nuove radici e nuovi fusti. È da segnalare comunque che è una pianta a lenta crescita (ci vogliono da 3 a 4 anni perché una pianta raggiunga la maturità).

Radici[modifica | modifica wikitesto]

Le radici sono secondarie da rizoma.

Fusto[modifica | modifica wikitesto]

Portamento e foglie
  • Parte ipogea: la parte sotterranea del fusto consiste in un rizoma tuberoso, contorto (o ricurvo) dal colore scuro (nero-marrone) e dalla consistenza squamosa. Diametro del rizoma : 1 –2 cm.
  • Parte epigea: la parte aerea del fusto è eretta, a sezione cilindrica, semplice (senza ramificazioni) e poco fogliosa. È lievemente ingrossato ai nodi. Da ogni rizoma possono emergere al massimo 2 -3 fusti.

Foglie[modifica | modifica wikitesto]

  • Foglie basali: le foglie basali sono lungamente picciolate ed hanno una forma ellittico – lanceolata o anche ovale – lanceolata molto allungata, in tutti i casi la lamina è semplice (non suddivisa). La base è arrotondata, mentre l'apice è acuto; il margine può essere involuto e irregolarmente eroso. Il colore della pagina superiore è verde scuro, un po' lucido; la pagina inferiore è invece opaca e glauca. Dimensioni delle foglie basali: larghezza 0,2 – 3 cm; lunghezza 3 – 10 cm. Dimensione del picciolo : 3 – 5 cm.
  • Foglie cauline: le foglie lungo il fusto (poco numerose: mediamente da 2 a 4) sono brevemente picciolate o sub - sessili, sono semplici e a disposizione alterna; la lamina è strettamente lanceolata (sono molto ristrette alla base) e di dimensioni minori rispetto al quelle basali, mentre il bordo è decisamente revoluto. Alla base sono saldate da stipole (verdi alla base – rossicce all'apice), membranose, cilindriche (ma oblique nella parte terminale) e inguainanti il fusto stesso chiamate ocree (queste strutture sono tipiche di questa e altre specie del genere Persicaria). Dimensione delle ocree : 6 – 8 mm. Dimensioni delle foglie cauline: larghezza 4 – 6 mm; lunghezza 70 – 80 mm.

Infiorescenza[modifica | modifica wikitesto]

Infiorescenza

L'infiorescenza è del tipo a spiga - racemosa terminale di colore bianco (raramente rosato). Nella parte inferiore sono presenti dei bulbilli fusiformi, scuri (violacei o bruno-rossi), mentre i fiori sono protetti da piccole brattee ovali e membranose supportate da pedicelli. I bulbilli, cadendo a terra, hanno lo scopo di facilitare la perpetuazione della pianta[3]. Dimensione del racemo: lunghezza 4 – 8 cm, spessore 1 cm; lunghezza dei pedicelli 2 – 4 mm. Dimensione dei bulbilli : 2 – 3 mm.

Fiori[modifica | modifica wikitesto]

I fiori

La struttura dei fiori di questa specie è diversa dal “classico” fiore delle Angiorsperme in quanto il calice e la corolla non sono ben differenziati; abbiamo quindi un perigonio con diversi tepali (e non un perianzio con un calice e i suoi sepali e una corolla con i suoi petali). Questa “diversità” non sempre è chiara e ben definita, o accettata dai vari botanici, per cui in alcuni casi strutture di questo tipo si definiscono come “perianzio corollino con tepali”[2] oppure “perianzio aciclico”[1]
I fiori sono ermafroditi, attinomorfi, pentameri, persistenti e molto regolari nelle dimensioni.

* P 5, A 8, G 3[4]

Frutti[modifica | modifica wikitesto]

Il frutto è un achenio uniloculare racchiuso nella parte persistente del perigonio. Il suo colore è marrone scuro ma lucido (quasi brillante). La forma è ovoidale “trigona” (a tre angoli taglienti). È da notare che in questo fiore il frutto si sviluppa raramente (questa sterilità apparente è compensata dalla presenza dei bulbilli che assumono quindi una funzione chiamata ”viviparia”)[3]; sono stati fatti anche diversi studi a questo proposito[5].Dimensione del frutto: circa 2 – 3 mm.

Distribuzione e habitat[modifica | modifica wikitesto]

Fitosociologia[modifica | modifica wikitesto]

Dal punto di vista fitosociologico la specie di questa scheda appartiene alla seguente comunità vegetale:

Formazione : comunità delle praterie rase dei piani alpini con dominanza di emicriptofite.
Classe : Elyno-Seslerietea variae ma anche alla classe : Juncetea trifidi.

Usi[modifica | modifica wikitesto]

Avvertenza
Le informazioni riportate non sono consigli medici e potrebbero non essere accurate. I contenuti hanno solo fine illustrativo e non sostituiscono il parere medico: leggi le avvertenze.

Farmacia[modifica | modifica wikitesto]

Secondo la medicina popolare questa pianta ha delle proprietà astringenti (limita la secrezione dei liquidi) e stiptiche. Si usa per il mal di gola e in casi di ulcera.

Cucina[modifica | modifica wikitesto]

Dal punto di vista alimentare si usano i semi (sono ottimi se torrefatti), le radici e le foglie (hanno un piacevole sapore aspro quando sono cotte); ma le piante di questo genere possono anche contenere minime quantità di acido ossalico (sostanza nociva) per cui è meglio usarle con prudenza[6]. I fusti sotterranei se sfarinati sono utili per fare del pane (usanza dei “Samojedi”, piccolo popoli del nord ed estremo oriente russo)[1].

Giardinaggio[modifica | modifica wikitesto]

Nonostante vegeti a quote alte il “Poligono viviparo” è una pianta delicata in quanto teme temperature inferiori ai 15 °C; per cui nella stagione fredda è bene proteggerlo se coltivato all'aperto. La posizione deve essere mediamente soleggiata e anche l'annaffiatura deve essere equilibrata. Ogni tanto è necessario arricchire il terreno con stallatico (specialmente in primavera quando si sviluppano i nuovi fiori). Essendo lo sviluppo sotterraneo non molto esteso, queste piante si possono coltivare anche in vaso.

Altro[modifica | modifica wikitesto]

I bulbilli sono ricchi di amido e sono un ottimo cibo per la pernice bianca[7], ma anche per le renne.

Galleria d'immagini[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c Giacomo Nicolini, Enciclopedia Botanica Motta, Milano, Federico Motta Editore, 1960.
  2. ^ a b Sandro Pignatti, Flora d'Italia, Bologna, Edagricole, 1982.
  3. ^ a b 1996 Alfio Musmarra, Dizionario di botanica, Bologna, Edagricole.
  4. ^ Tavole di Botanica sistematica, su dipbot.unict.it. URL consultato il 24 novembre 2008.
  5. ^ Annals of botany, su aob.oxfordjournals.org. URL consultato il 6 dicembre 2008.
  6. ^ Plants For A Future, su pfaf.org. URL consultato il 6 dicembre 2008 (archiviato dall'url originale il 15 maggio 2009).
  7. ^ PubMed, su ncbi.nlm.nih.gov. URL consultato il 6 dicembre 2008.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Giacomo Nicolini, Enciclopedia Botanica Motta. Volume terzo, Milano, Federico Motta Editore, 1960, p. 390.
  • Sandro Pignatti, Flora d'Italia. Volume primo, Bologna, Edagricole, 1982, p. 144, ISBN 88-506-2449-2.
  • AA.VV., Flora Alpina. Volume primo, Bologna, Zanichelli, 2004, p. 372.
  • 1996 Alfio Musmarra, Dizionario di botanica, Bologna, Edagricole.
  • Maria Teresa della Beffa, Fiori di montagna, Novara, Istituto Geografico De Agostini, 2001.

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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