Granulite

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Granulite
Granulit 3.JPG
granulite basica, Owl Mountains, Lower Silesia, Poland.
CategoriaRoccia metamorfica
Faciesgranulitica
Metamorfismoregionale
Minerali principalifeldspati, quarzo, pirosseni, granati
Minerali accessoricordierite, cianite, sillimanite, biotite, rutilo, ilmenite
Tessituraisotropa, granoblastica equigranulare
Foliazioneassente
Coloregrigio chiaro o scuro
Utilizzopietra ornamentale
Affioramentozoccolo continentale precambrico
Ambiente di formazionebase della crosta continentale stabile
Sezioni sottili di granulite
Sezione di granulite vista a nicol incrociati
Immagine a nicol incrociati

La granulite è una roccia metamorfica di alta temperatura e pressione medio-alta, generalmente anidra, a tessitura isotropa, granoblastica equigranulare. La grana è generalmente da millimetrica a plurimillimetrica e l'aspetto quello di di una roccia ignea intrusiva.

Etimologia[modifica | modifica wikitesto]

Il termine granulite viene dal latino granulum, piccolo grano e dal greco λίθος =lithos, pietra.

Composizione e problemi inerenti la terminologia[modifica | modifica wikitesto]

La composizione più comune di una granulite è quarzo, feldspati (K-feldspato e/o plagioclasio) e uno o più silicati ferro-magnesiaci: principalmente pirosseni e granati, dove questi ultimi hanno una composizione complessa (solitamente miscele di piropo (~50%), grossularia (~20%) e almandino)[1].

Il termine granulite ha cambiato di significato nel tempo e nelle varie scuole e il suo uso si è complicato con l'introduzione del concetto di facies nella petrologia metamorfica da parte di Eskola (1920, 1952), quando il nome di granulite è stato proposto per tutte le rocce rientranti nel campo di pressione e temperatura della facies delle granuliti, indipendentemente dalla composizione chimica del protolito. Fino a qualche decennio fa in Italia si usava distinguere tra granuliti acide con paragenesi a ortoclasio pertitico (ovvero con smistamenti lamellari di albite all'interno), plagioclasio sodico e antipertitico (ovvero con smistamenti lamellari di k-feldspato all'interno), granato, quarzo ± cianite o sillimanite (in funzione della pressione) ± iperstene ± spinello e granuliti basiche con paragenesi a plagioclasio calcico e antipertitico, ortopirosseno, granato o augite ± spinello ± scapolite[1]. A scala macroscopica le prime sono di colore grigio chiaro e somigliano a prima vista a granitoidi, mentre le seconde sono scure e assomigliano a dioriti. Se la grana è sufficientemente grande è però possibile notare che nelle granuliti, a differenza delle rocce intrusive, nessun cristallo ha contorni rettilinei, cioè mancano i cristalli idiomorfi presenti nelle rocce intrusive. Inoltre nelle granuliti può essere presente una debole tessitura gneissica.

Secondo le raccomandazioni dell'IUGS (The International Union of Geological Sciences) il termine granulite va usato in questo senso:

Rocce metamorfiche di alto grado nelle quali i silicati ferromagnesiaci sono prevalentemente liberi da idrossidi (cioè anidri), la presenza di feldspati e la contemporanea assenza di muscovite primaria[2]sono critiche e la cordierite può essere presente. I minerali maggiori costituenti devono essere indicati da un prefisso. Le rocce con più del 30% in volume di minerali mafici (prevalentemente pirosseno) possono essere chiamate granuliti mafiche, quelle con meno del 30% in volume di minerali mafici (prevalentemente pirosseno) possono essere chiamate granuliti felsiche. Il termine non deve essere usato per marmi, rocce ultramafiche, a silicati di calcio, ferrifere o quarzitiche che rientrano nel campo della facies granulitica.[3]

In questa definizione sono comprese rocce appartenenti, oltre alla facies granulitica, anche a quella anfibolitica di più alto grado. Si supera così l'errore di identificare le granuliti con la facies granulitica. In alternativa è stato proposto anche di sostituire il termine granulite con il più neutro granofels[4] ma il suo uso è per ora limitato.

Andrebbero invece abbandonati i seguenti termini, correlati in passato alle granuliti[3]:

  • leptinite
  • hälleflinta: usato principalmente in Svezia e Finlandia per rocce massicce quarzoso-feldspatiche a grana fine, con aspetto corneo, derivate da rocce intrusive acide o tufi. Può avere tessitura a bande o porfiroblastica. In parte sinonimo di leptinite.
  • leptite: usato in Svezia per rocce quarzoso-feldpatiche con subordinati minerali femici, a tessitura gneissica o granoblastica, grana fine e origine sedimentaria. Il grado metamorfico è più alto di quello degli hälleflinta.
  • namiester stein: Nome obsoleto usato per granuliti della località di Námiěšt, nel Massiccio Boemo.
  • trapp granulite: corrisponde alle granuliti mafiche. Termine obsoleto usato in origine per rocce di origine basaltica e composte da quarzo, plagioclasio, pirosseno, pirrotina e granato.
  • weisstein: termine usato dalla scuola tedesca nelle prime descrizioni delle granuliti della Sassonia.
  • stronalite: termine regionale usato per rocce metamorfiche di alto grado presenti nella zona Ivrea Verbano delle Alpi, composte principalmente da granato, feldspati e quarzo. Possono avere biotite e cordierite ± sillimanite o cianite. L'IUGS raccomanda di sostituire il termine con granulite o granofels/gneiss a granato, quarzo e plagioclasio.
  • pyribolite: roccia di alto grado composta da plagioclasio, orneblenda, clinopirosseno, ortopirosseno e granato.
  • pyriclasite: roccia di alto grado composta da plagioclasio e pirosseni (orto- e/o clinopirosseno) con o senza granato. Il contenuto di mafici supera il 30% in volume della roccia.
  • pyrigarnite: inizialmente definiva una roccia di alto grado composta da pirosseni e granato; l'eventuale presenza di plagioclasio era indicata dal prefisso plagio- (Vogel, 1967). In seguito il plagioclasio venne aggiunto come costituente fondamentale, con i minerali mafici superiori al 30% in volume (Mehnert, 1972). L'IUGS raccomanda di sostituire il termine con granulite mafica ricca in granato o granofels a pirosseno, granato e plagioclasio.
  • granulite a pirosseno: sinonimo di granulite mafica.

Ambiente di formazione[modifica | modifica wikitesto]

Le granuliti sono principalmente localizzate nella crosta continentale profonda delle aree tettonicamente stabili (scudi precambrici), dove le temperature variano trai 700 °C e gli oltre 800 °C. La scarsezza d'acqua in queste rocce può essere imputata all'origine da metamorfismo di rocce eruttive già anidre o da vari protoliti che abbiano perso in precedenza l'acqua (arenarie, peliti). In quest'ultimo caso non si può pensare ad una semplice perdita d'acqua per metamorfismo crescente, perché nei grandi complessi sedimentari difficilmente l'acqua tenderà ad allontanarsi in tempi geologici relativamente brevi, per diffusione verso l'esterno. Più facilmente queste rocce subiranno l'anatessi (fusione parziale) non appena supereranno la temperatura del solidus dei graniti. Quindi, o il periodo metamorfico di alta temperatura è stato molto lungo, permettendo a tutta l'acqua di essere allontanata, oppure le granuliti si sono sviluppate come secondo metamorfismo di rocce già metamorfiche di alto grado o migmatitiche, dalle quali l'acqua si era già allontanata per per il lento raffreddamento seguito al primo metamorfismo[1].

Distribuzione[modifica | modifica wikitesto]

In Italia le granuliti sono presenti nelle Alpi Occidentali, nella cosiddetta Zona Ivrea Verbano, tra la media Valle Strona e la bassa Valle del Toce, e in Calabria. In Europa troviamo granuliti in Sassonia (Germania) e in Lapponia. Sono presenti inoltre nelle catena degli Adirondack, tra Stati Uniti e Canada[1].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d C. D'Amico - Appunti di petrografia - C.L.U.B., Bologna, 1970
  2. ^ la muscovite non deve essere presente nella paragenesi granulitica, ma potrebbe comparire per effetto di una fase metamorfica retrograda.
  3. ^ a b Amphibolite and Granulite. Recommendations by the IUGS Subcommission on the Systematics of Metamorphic Rocks (2007) in https://www.bgs.ac.uk/scmr/docs/papers/paper_8.pdf
  4. ^ Myron G. Best, Igneous and metamorphic petrology, 2nd edition - Blackwell, 2003 pag. 331

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