Casina (Plauto)

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Càsina
Commedia in 5 atti
Casina 1.jpg
AutoreTito Maccio Plauto
Titolo originaleCasĭna
Lingua originaleLatino
Composto nelcirca 185 a.C.[1]
Personaggi
  • Olimpione
  • Calino
  • Cleostrata
  • Pardalisca
  • Mirrina
  • Lisidamo
  • Alcesimo
  • Citrione
  • Un flautista
 

Casina, detta anche "La ragazza dal profumo di cannella", è l'ultima delle commedie scritte dall'autore latino Plauto a noi pervenute e probabilmente l'ultima in assoluto, essendo stata scritta due anni prima della sua morte (184 a.C.)[2]. È classificata tra le ventuno commedie varroniane e parte dell'opera risale ad una ripresa dopo la morte del commediografo.

Personaggi[modifica | modifica wikitesto]

Maschere provenienti dalla tradizione comica romana

Principali[modifica | modifica wikitesto]

  • Olimpione ("Olympio vilicus"): fattore di Lisidamo al quale lui promette in sposa l'avvenente serva Casina per poi mettergliela a disposizione; a causa di ciò è odiato dalla moglie del vecchio, Cleostrata, e dal loro figlio. Egli è scontroso e sicuro di sé e riversa tutta la sua frustrazione sul servo Calino. Si rivela anche essere infedele e irrispettoso nei confronti del padrone.
  • Calino ("Chalinus servus"): scudiero di Eutinico al quale la padrona Cleostrata promette Casina in sposa così che lei possa rimanere in casa a fianco al figlio. Ha una psicologia molto simile a quella di Olimpione, ma si differenzia per il fatto che è dalla parte della moglie anziché del marito.
  • Cleòstrata ("Cleostrata mulier"): è il vero capo della famiglia e manipola, grazie alla sua intelligenza e scaltrezza, il marito riuscendo a beffarlo e a rompere il suo scabroso piano di ottenere Casina. La sua figura rappresenta l'intelligenza femminile e la capacità delle donne di anteporre la ragione alla passione contrariamente a Lisìdamo. Questo personaggio è anche molto socievole poiché si avvale dell'aiuto di numerose amiche sue complici.
  • Lisìdamo ("Lysidamus senex"): incarna i tratti specifici e caratteristici del senex libidinosus tipico personaggio della comicità plautina. Questo si fa trascinare dalla passione amorosa senza pensare ai propri doveri di pater familias e fa di tutto per ostacolare il figlio, suo rivale in amore. Egli è presentato come ingenuo e goffo anche se infine la sua buona persona viene riscattata dal suo pentimento.

Secondari[modifica | modifica wikitesto]

  • Pardalisca ("Pardalisca ancilla"): ancella di Cleòstrata; ha in odio il vecchio per i suoi comportamenti scorretti e aiuta la padrona a ordire il suo piano per beffare e vendicarsi del marito. Incarna i caratteri del servo fedele ma è anche vendicativa e cinica.
  • Mìrrina ("Myrrhina mulier"): moglie di Alcèsimo e amica di Cleòstrata; in quanto tale svolge un ruolo molto importante nell'organizzazione delle nozze maschie.
  • Alcèsimo ("Alcesimus senex"): amico di Lisìdamo e suo complice nonostante un suo iniziale tentennamento; è anch'esso un vecchio passionale che richiama nel pubblico pietà e riprovazione.

Personaggi marginali[modifica | modifica wikitesto]

  • Citrione ("Citrio coquus"): cuoco; anch'esso complice di Cleòstrata, ritarda la celebrazione delle nozze commettendo volutamente errori in cucina.
  • Un flautista ("Tibicen"): il suo è un ruolo puramente marginale, coreografico.

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L'opera presenta un breve prologo che appare come un monologo estraneo alla commedia vera e propria; questo, come altre undici commedie varroniane, presenta una struttura fondamentale che consta di due momenti: la captatio benevolentiae -il prologo si rivolge, infatti, direttamente alla platea per richiamarne l'attenzione- e l’expositio argumenti, dove si anticipa la trama della commedia in rappresentazione ed è presente un accenno ai personaggi fondamentali della vicenda.[3] Il narratore di questo prologo è esterno ed è la figura astratta della Buona Fede; infatti Plauto ricorre spesso a divinità e figure simboliche per presentare le sue opere.

In Casina c'è un'esplicita richiesta da parte del presentatore della commedia, atta a concentrare l'attenzione dello spettatore sull'”illusione” che sta per essere inscenata:

(LA)

« Aures vocivae si sunt, animum advortite. »

(IT)

« Aprite le orecchie e fate attenzione.[4] »

(verso 29)

Ciò evidenzia l'espediente della rottura dell'illusione scenica,[5] molto diffuso nelle commedie di questo autore latino.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

I atto -scena unica-[modifica | modifica wikitesto]

I due servi, Calino e Olimpione, discutono animatamente poiché il primo vuole costringere l'altro a riprendere i suoi compiti di fattore in campagna preso dalla paura che possa portargli via l'amata Casina. Segue uno scambio acceso di insulti e improperi da entrambe le parti che culmina con l'entrata in casa dei due.

II atto -otto scene-[modifica | modifica wikitesto]

Cleostrata, uscendo di casa, parla con la sua ancella, Pardalisca, dicendole che non avrebbe mai più preparato niente da mangiare per il marito disonesto e infedele e che sarebbe andata a cercare la compagnia dell'amica Mirrina, per spiegarle la situazione. Nello stesso momento l'amica esce di casa e le due si recano nella dimora di Lisidamo; qui Mirrina consiglia di sottostare al volere del marito e assecondarlo perché non la sfratti. Il colloquio tra le due viene interrotto dall'arrivo di Lisidamo, che cerca di ingraziarsi la moglie con finte lusinghe amorose; questa però non abbocca e ribadisce il suo diritto a decidere le sorti della serva, in quanto allevata da lei fin da bambina, riguardo al matrimonio con Calino. A questo punto Lisidamo cerca di dissuadere il servo scelto dalla moglie a celebrare le nozze, promettendogli la libertà, ma questo rifiuta per il suo amore verso la fanciulla. Così tutti decidono di affidare alla sorte la decisione, che premia Olimpione e Lisidamo. I due possono quindi proseguire i loro piani e parlare liberamente del misfatto che hanno a compiere, grazie alla disponibilità dell'amico Alcesimo nell'offrirgli la propria casa per le nozze, senza preoccuparsi del fatto che Calino stia origliando tutto per riferirlo alla padrona.

III atto -sette scene-[modifica | modifica wikitesto]

Lisidamo, gioioso per l'avvicinarsi delle nozze con Casina, si reca a casa di Alcesimo per controllare che tutti i preparativi siano terminati e successivamente, per avere la casa dell'amico libera, convince Cleostrata a invitare Mirrina (moglie di Alcesimo) a casa sua. Poi raggiunge il Foro e in quel momento esce di casa Cleostrata, adirata per ciò di cui era venuta a conoscenza grazie a Calino, convinta ad andare a casa di Alcesimo per dire a Mirrina che stesse a casa e non venisse ad aiutarla per il convivio. Dopo diversi tira e molla la casa di Alcesimo viene finalmente liberata, ma Cleostrata riesce a mettere in atto uno stratagemma facendo credere al marito che Casina sia impazzita e che voglia uccidere chiunque fosse andato a letto con lei quella notte. Lisidamo e Olimpione, nonostante gli iniziali tentennamenti si decidono comunque a entrare sospettando un tiro mancino delle donne.

IV atto -quattro scene-[modifica | modifica wikitesto]

Lisidamo, dopo essere entrato in casa, si trova di fronte una gran confusione perché i cuochi, complici di Cleostrata, rallentano il più possibile la celebrazione delle nozze rovesciando pentole e vettovaglie varie. Vince in ogni caso l'impazienza di Lisidamo che, con la scusa di accompagnare i futuri sposi in campagna, annuncia che avrebbe passato la notte fuori casa per andare in realtà dall'amico suo complice. Intanto le donne, per beffarsi del vecchio libidinoso, avevano sostituito la vera Casina con Calino travestito da sposa.

V atto -quattro scene-[modifica | modifica wikitesto]

Cleostrata, l'amica e le serve, appostate fuori dalla casa di Alcesimo, sorprendono Olimpione a scappare e lo costringono a raccontare l'accaduto. Questo allora confessa di aver celebrato le nozze con Calino e di essere stato picchiato selvaggiamente scappando però senza avvertire Lisidamo per ripicca. Pochi minuti dopo esce da casa di Alcesimo anche il vecchio, tutto pesto e spaventato, vittima anche lui delle violenze di Calino che, insoddisfatto, lo insegue con un bastone. A questo punto Cleostrata, soddisfatta della sua vendetta, decide di perdonare il marito e tutti si radunano a casa di Lisidamo.

La compagnia[modifica | modifica wikitesto]

Tipica maschera della commediografia greca e romana

L'opera si conclude con un discorso rivolto al pubblico che recita:

(LA)

« Spectatores, quod futurumst intus, id memorabimus. Haec Casina huius reperietur filia esse ex profumo, eaque nubet Euthynico nostro erili filio. Nunc vos aequomst manibus meritis meritam mercedem dare. Qui faxit, clam uxorem ducet semper scortum quod volet; verum qui non malibus clare quantum poterit plauserit, ei pro scorto supponetur hiricus unctus nautea. »

(IT)

« Spettatori, vi racconteremo ciò che accadrà là dentro. Si scoprirà che Casina è la figlia di questo nostro vicino, ed essa sposerà Eutinico, il figlio del nostro vecchio padrone. Ora è giusto che voi diate con le vostre mani la giusta ricompensa a chi se l'è meritata. Chi lo farà, avrà sempre l'amante che vorrà, all'insaputa di sua moglie. Chi invece non avrà applaudito con tutta la forza delle sue mani, avrà come amante un becco profumato all'acqua di fogna.[6] »

(versi 1012-1018)

Argumentum[modifica | modifica wikitesto]

Il prologo è preceduto da un rapido riassunto ("argumentum") della vicenda, strutturato in versi secondo il modello dell'acrostico, grazie al quale è possibile leggere il titolo dell'opera. Tutte le commedie di Plauto, eccetto Bacchides, Vidularia e Captivi, utilizzano questo espediente sebbene l'autore non sia il poeta, ma i grammatici di epoca più tarda.

Le lettere evidenziate formano il titolo della commedia:

(LA)

« Conservam uxorem duo conservi / expetunt.
Alium senex allegat alium filius.
Senem adiuvat sors; verum decipitur dolis,
Ita ei subicitur pro puella servulus
Nequam, qui dominum mulcat atque vilicum.
Adolescens ducit civem Casinam cognitam. »

(IT)

« Cercan due schiavi di sposare la medesima fanciulla.
A fare il proprio gioco spinge l'uno il vecchio, l'altro il figlio.
Serve il vecchio la fortuna, ma lui cade in un inganno;
Infatti, al posto che con la fanciulla, celebra le nozze con un uomo
Nel letto gli entra e l'altro picchia lui e il fattore
Al figlio Casina, scoperta libera, va in sposa.[7] »

Ambientazione[modifica | modifica wikitesto]

Come le altre ventuno commedie varroniane, anche Casina, viene definita palliata[8] in quanto di ambientazione greca. Nonostante il suo scenario, l'opera, che peraltro non contiene riferimenti espliciti all'ellenismo, fa propri anche contesti romani; questo espediente ha un effetto di spaesamento tra l'uditorio, ma ha anche l'importante funzione di attribuire comportamenti riprovevoli e mal visti a personaggi stranieri e non romani.[9]

Espedienti comici[modifica | modifica wikitesto]

La commedia ha una struttura molto semplice, tipica delle opere plautine, e la sua comicità scaturisce sia dal ribaltamento delle posizioni sociali[10] (i servi e le mogli comandano sui pater familias) sia dalle beffe e dagli inganni preparati contro il senex libidinosus. L'apice della comicità lo si raggiunge al termine della commedia, con le cosiddette nozze maschie: Calino viene travestito da Casina con l'aiuto di Cleostrata e Pardalisca e viene poi mandato a casa di Alcesimo dove si sapeva sarebbe arrivato Lisidamo per poter godere dei favori della fanciulla; a questo punto si sviluppa una scena molto buffa e grottesca, al termine della quale Lisidamo e Olimpione, per aver cercato di corteggiare Casina, vengono presi a bastonate e malmenati da Calino travestito.

Metateatro[modifica | modifica wikitesto]

Nella Casina sono presenti degli elementi tipici del metateatro, finalizzati a tenere viva l'attenzione del pubblico e ad accentuare la comicità della trama. Ad esempio, nell'atto terzo, alla scena quarta, la ancella Pardalisca, dopo aver disquisito a lungo con Lisidamo, si rivolge così al pubblico:

(LA)

« Ludo ego hunc facete; nam quae facta dixi, omnia huic falsa dixit. Era atque haec dotum ex proxumo hunc protulerunt; ego hunc missa sum ludere. »

(IT)

« Mi sto facendo bellamente gioco di lui. Ciò che gli ho detto è tutta una menzogna. Sono state la mia padrona e la sua vicina che hanno inventato questa storia. E han mandato me per prenderlo in giro.[11] »

(versi 686-689)

Sempre l'ancella Pardalisca, nell'atto quarto, alla scena seconda, si rivolge al pubblico dicendo:

(LA)

« Fit quod futurum dixi; incenatum senem foras extrudunt mulieres. »

(IT)

« Non ve l'avevo detto? Le donne cacciano fuori il vecchio senza cena.[12] »

(versi 788-789)

Nell'atto quinto, alla scena seconda, è Olimpione che si rivolge al pubblico:

(LA)

« Neque quo fugiam, neque ubi lateam, neque hoc dedecus quomodo celem scio; tantum erus atque ego flagitio superavimus nuptiis nostris! Ita nunc pudeo, atque ita nunc paveo, atque ita inridiculo sumus ambo. Sed ego insipiens nova nunc facio: pudet quem prius non puditumst umquam. Operam date, dum mea facta itero, est operae pretium auribus accipere; ita ridicula auditu, iteratu ea sunt quae ego intus turbavi. Ubi intro hanc: novam nuptam deduxi, recta via in conclave abduxi. Sed tam(en) tenebrae ibi erant (tam)quam in puteo. Dum senex abest, «Decumbe» inquam. Conloco, fulcio, mollio, blandior, ut prior quam senex nup *** tardus esse ilico coepi, quoniam **** respecto identidem ne senex **** inlecebram stupri principio eam savium posco **[13] reppulit mihi manum neque enim dare sibi savium me sibit. Enim iam magis iam adpropero, magis iam libet in Casinam intruere; cupio illam operam seni surripere. Forem obdo, ne senex me opprimeret. »

(IT)

« Dove fuggire? Dove nascondermi? come celare questa vergogna? Non lo so. In che scandalo siamo incappati, il mio padrone ed io, con queste nozze! Ora arrossisco per la vergogna, ora impallidisco per la paura; e tutt'e due siamo esposti allo scherno! Che novità è questa? Io mi vergogno, io che finora non mi son mai vergognato di niente. Fate attenzione: vi voglio fare il resoconto della mia avventura. Val la pena di aprir le orecchie. È davvero spassoso ascoltare e raccontare lo scompiglio che io ho provocato là dentro. Introdotta in casa la novella sposa, la condussi difilato nella stanza da letto. Ma là v'era tanto buio quanto ce n'è in un pozzo. Durante l'assenza del vecchio: «Còricati» le dico. La metto a letto, la sorreggo, le faccio le moine, delle carezze, nell'intento di celebrar le nozze prima del vecchio. Ma mi trattenni subito, perché...Di tanto in tanto mi guardo alle spalle, per paura che il vecchio...Come antipasto, comincio col chiederle un bacio...Essa respinge la mia mano e non permette che la baci. Affretto i preliminari, sempre più smanio della voglia di buttarmi su Casina. Voglio risparmiare al vecchio la fatica iniziale. Metto il catenaccio alla porta, perché il vecchio non mi sorprenda.[14] »

(versi 875-893)

Sempre nell'atto quinto, alla scena terza, c'è un dialogo con il pubblico, rivolto da Lisidamo:

(LA)

« Maxumo ego ardeo flagitio, nec quid agam meis rebus scio, nec meam ut uxorem aspiciam contra opulis; ita disperii. (Om)nia palam sunt probra; omnibus modis occidi miser ******* ita manufesto faucibus teneor. ****** quibus modis urgem scio me meae uxori. ****** que expallatius sum miser. ******* clandestinae nuptiae. ********* censeo ******** mihi optumum est ***** intro ad uxorem meam sufferamque ei meum terbum ob iniuriam. Sed ecquis est, qui homo munus velit fungier pro me? Quid nunc agam? Nescio nisi ut improbos famulos imiter ac domo fugiam. Nam salus nulla est scapulis si domum redeo. Nugas istic dicere licet; vapulo hercle ego invitus tamen, etsi malum merui. Hac dabo protinam et fugiam. »

(IT)

« Brucio dalla vergogna per quest'orrendo scandalo! Cosa potrei fare nella mia situazione? Come potrei guardar negli occhi mia moglie? Io son del tutto perduto! Tutte le nostre turpitudini sono ormai scoperte. Sono morto -Povero me!- morto sotto tutti gli aspetti...Son colto sul fatto, mi si tiene per la gola...Non so in che modo potrei giustificarmi davanti a mia moglie...E sono anche senza mantello, povero me!...(Altroché) nozze segrete!... io credo... la cosa migliore per me...entrerò in casa da mia moglie e le offrirò la mia schiena, perché si vendichi del torto subito. Ma c'è qualcuno che voglia prendere il mio posto? Che fare, adesso? Non lo so, a meno ch'io non imiti i servi malvagi e fugga da casa. Perché non v'è scampo per le mie spalle, se torno a casa. Sciocchezze, direte voi. Tuttavia -per Ercole!- io non ho nessuna voglia di buscarle, anche se me lo son meritato. Me la darò subito a gambe da questa parte.[15] »

(versi 937-959)

Infine ritroviamo nell'atto quinto, alla scena quarta, queste parole di Cleostrata a Lisidamo:

(LA)

« Faciam ut iubes. Propter eam rem hanc tibi nunc veniam minus gravate prospero, hanc ex longa longiorem ne faciamus fabulam. »

(IT)

« Farò come vuoi. Per un altro motivo ti concedo il perdono senza tante difficoltà: per non allungare oltre una commedia già abbastanza lunga.[16] »

(versi 1004-1007)

Rapporti con il modello greco[modifica | modifica wikitesto]

(LA)

« Clerumenoe vocatur haec comoedia
Graece, latine Sortientes. Diphilus
Hanc graece scripsit, postid rursum denuo
Latine Plautus cum latranti nomine »

(IT)

« Essa si chiama in greco Clerumenoe,
in latino Sortientes. Difilo
è l'autore greco; poi la tradusse
in latino Plauto dal latrante nome[17] »

(vv.31-34)

Nel prologo ritroviamo un accenno alle commedie greche, che Plauto adottò come modelli, e in particolare a quella a cui si ispirò per Casina, ovvero l'opera Clerumenoe di Difilo, che infatti venne inizialmente tradotta in latino con il termine Sortientes (entrambi vogliono significare "i sorteggianti")[18]. La commedia greca porta questo titolo in quanto, molto probabilmente, la scena del sorteggio era la parte culminate dell'opera, mentre quella delle nozze maschie è un'aggiunta del comico latino. In Clerumenoe la scena centrale del sorteggio era seguita dall'agnizione di Casina e il ritorno del suo futuro sposo Eutinico, figlio di Lisidamo.

Traduzioni e citazioni[modifica | modifica wikitesto]

Il tema di questa commedia fu ripreso soprattutto nel periodo rinascimentale, con l'imitazione di Machiavelli nella Clizia, di Gelli nello Errore, di L. Dolce nel Ragazzo.

Alla Casina si ispira parzialmente anche Il Marescalco di Pietro Aretino e L'Epicoene di Ben Jonson[19]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Introduzione di Cesare Questa a, Plauto, Căsina, Rizzoli, Milano 1988, p.61.
  2. ^ Introduzione di Cesare Questa a Plauto, p.62.
  3. ^ Introduzione di Cesare Questa a Plauto, pp.63-64.
  4. ^ Traduzione di Mario Scandola a Plauto, p.118.
  5. ^ Garbarino, Pasquariello, p. 69.
  6. ^ Traduzione di Mario Scandola a Plauto, p.227.
  7. ^ Traduzione di Mario Scandola a Plauto, pp.114-115.
  8. ^ La commedia d'ambientazione greca trae la definizione di palliata dal sostantivo pallium , un pezzo di stoffa quadrangolare portato sulla veste a mo' di mantello, tipico dei Greci, che gli attori indossavano durante la rappresentazione. Garbarino, Pasquariello, p. 67.
  9. ^ Garbarino, Pasquariello, p. 68.
  10. ^ Garbarino, Pasquariello, p. 70.
  11. ^ Traduzione di Mario Scandola a Plauto, pp.190-191.
  12. ^ Traduzione di Mario Scandola a Plauto, pp.200-201.
  13. ^ Gli asterischi indicano la mancanza del frammento nel testo originale.
  14. ^ Traduzione di Mario Scandola a Plauto, pp.212-215.
  15. ^ Traduzione di Mario Scandola a Plauto, pp.218-221.
  16. ^ Traduzione di Mario Scandola a Plauto, pp.224-225.
  17. ^ Traduzione di Mario Scandola a Plauto, pp.118-119.
  18. ^ Introduzione di Cesare Questa a Plauto, pp.62-63.
  19. ^ Paratore, pp. 24-26.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Tito Maccio Plauto, Casina, a cura di Cesare Questa (introduzione) e Mario Scandola, 1988ª ed., Milano, BUR, ISBN 88-17-16652-9.
  • Lorenza Pasquariello e Giovanna Garbarino, Latina, I: Dalle origini all'età di Cesare, 2008ª ed., Milano, Pearson Paravia Bruno Mondadori, ISBN 978-88-395-0013-7.
  • Tito Maccio Plauto, Le commedie, a cura di Ettore Paratore, 2004ª ed., Roma, Grandi Tascabili Economici Newton, ISBN 88-8289-203-4.

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