Attilio Romero

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Attilio Romero, detto Tilli (Torino, 19 aprile 1948), è un dirigente sportivo e dirigente d'azienda italiano, ultimo presidente del Torino Calcio prima della bancarotta del 2005.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Figlio del professor Andrea Romero[1], primario di neurologia all'Ospedale Mauriziano[2], si diploma al liceo classico Vittorio Alfieri[3].

L'investimento di Meroni[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Luigi Meroni § La tragedia.

Da sempre grande tifoso del Torino, il 15 ottobre 1967, all'età di 19 anni, si ritrova protagonista di un drammatico episodio che coinvolge proprio la sua squadra preferita, di cui diventerà presidente decenni dopo: mentre sta rientrando alla sua abitazione di Corso Re Umberto dopo la partita Torino-Sampdoria a bordo della sua Fiat 124 Coupé, travolge due calciatori del club granata che stanno attraversando tale strada, Fabrizio Poletti e Luigi "Gigi" Meroni. Il primo viene preso di striscio, mentre il secondo, anch'egli residente in Corso Re Umberto, viene colpito a una gamba e sbalzato in aria e, dopo essere stato travolto da un'altra macchina una volta caduto di nuovo a terra, morirà a seguito delle gravissime lesioni riportate. Il neopatentato Romero prima si ferma a bordo strada per prestare soccorso, successivamente si presenta spontaneamente alla polizia, dove viene interrogato fino a tarda notte e poi rilasciato, tornando a casa. Il relativo processo stabilirà che il giovane non avrebbe potuto evitare in alcun modo i due giocatori e lo assolverà dall'accusa di omicidio colposo[2]. La sentenza n. 174/1971 della Cassazione civile imporrà a Romero di versare un risarcimento per danni alla società granata[1].

Laurea e incarico alla FIAT[modifica | modifica wikitesto]

Si laurea in scienze politiche ed entra nell'ufficio stampa della FIAT[4], dove rimane per molti anni e ricopre molti incarichi, tra cui quello di portavoce di Gianni Agnelli[4].

Presidente del Torino Calcio[modifica | modifica wikitesto]

Lascia l'azienda il 13 giugno 2000, quando il proprietario del Torino Francesco Cimminelli lo chiama a ricoprire il ruolo di presidente[4].

Rimane al Torino Calcio fino al fallimento, cercando per tutta la durata della vicenda che porta all'esclusione dalla serie A[5] di mantenere viva una sorta di speranza nei tifosi, per poi chiedere pubblicamente scusa in un'intervista a Tuttosport il 9 agosto 2005. La sera stessa arriva la sentenza del Consiglio di Stato.

Le inchieste[modifica | modifica wikitesto]

Viene incriminato dai giudici di Torino per bancarotta documentale, truffa ai danni della FIGC, malversazione ai danni del credito sportivo e violazione della legge del 2000 sulle fatturazioni[6].

Nel 2008 patteggia una pena di due anni e sei mesi di carcere[7].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Cass., Sez. un., 26 gennaio 1971, n. 174, Pres. Stella Ritcher, Ets. Ridola - TORINO CALCIO S.P.A. C. ROMERO, su dannoallapersona.it, 26 gennaio 1971. URL consultato il 21 gennaio 2009 (archiviato dall'url originale il 29 gennaio 2008).
  2. ^ a b Roberto De Ponti, Il ricordo del dirigente: «Gigi era il mio idolo, i tifosi granata mi consolarono per quella tragedia di cui non avevo colpa» Il nuovo Torino viene dal passato, in Corriere della Sera, 13 giugno 2000, p. 44. URL consultato il 21 gennaio 2009 (archiviato dall'url originale il 1º gennaio 2016).
  3. ^ Marco Trabucco, I cento anni di un liceo conservatore, su ricerca.repubblica.it, La Repubblica, 27 novembre 2001. URL consultato il 4 aprile 2016.
  4. ^ a b c Salvatore Lo Presti, Romero è il nuovo presidente del Torino, in Gazzetta dello Sport, 13 giugno 2000, p. 21. URL consultato il 20 gennaio 2009.
  5. ^ Vicenda partita con la perquisizione della Finanza nella sede sociale del Toro il 2 luglio 2005 e conclusasi dopo 40 giorni e 5 gradi di giudizio il 9 agosto 2005
  6. ^ Meo Ponte, Toro calcio, ultimo atto, in La Repubblica, 14 luglio 2007, p. 6. URL consultato il 20 gennaio 2009.
  7. ^ S. Mart., Plusvalenze Toro Cimminelli patteggia due anni e 8 mesi, in La Repubblica, 18 gennaio 2008. URL consultato il 21 gennaio 2009.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]