Attilio Monti

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Attilio Monti (Ravenna, 8 ottobre 1906Cap D'Antibes, 23 dicembre 1994) è stato un imprenditore italiano.

Fondatore della società di raffinazione Sarom, fu proprietario anche dell'Eridania oltre che dei quotidiani «Il Resto del Carlino» e «La Nazione», la cui proprietà ha ceduto ai suoi eredi (gruppo Monti-Riffeser).

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Origini[modifica | modifica wikitesto]

Figlio di un fabbro[1], Attilio Monti iniziò a lavorare giovanissimo come rappresentante di lubrificanti nelle campagne romagnole[2] assumendo negli anni venti la rappresentanza dell'Agip. Riuscì così ad inserirsi nel settore dei prodotti petroliferi e nel 1938 realizzò a Ravenna, nell'area di Porto Corsini un grande deposito costiero per lo stoccaggio del greggio, che però fu distrutto durante la guerra. Nel dopoguerra il deposito di Porto Corsini fu ricostruito e ad esso venne aggiunta nel 1950 una raffineria di petrolio, gestita dalla società Sarom. Fu con la Sarom che Monti iniziò la sua ascesa nel mondo petrolifero e finanziario internazionale[3].

Costituzione del gruppo Monti[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1957 Attilio Monti si assicurò un contratto di esclusiva con la British Petroleum per la raffinazione di tutto il greggio destinato dalla società britannica al mercato italiano (Monti, in cambio, cedette la sua rete di distributori di benzina)[4]. Assurse così a una posizione di assoluto rilievo nel mercato dei prodotti petroliferi. A Milano Monti fece realizzare un grattacielo di 30 piani (la Torre Galfa, tra i più alti della città) per gli uffici delle proprie aziende. Nel settembre del 1966 il suo gruppo industriale acquisì in Borsa il controllo della «Società Industrie Agricole Ligure Lombarda», rilevandola dai suoi storici proprietari.

La società era proprietaria non solo di Eridania, la più grande industria saccarifera nazionale, ma anche della S.A Poligrafici "Il Resto del Carlino" (oggi Poligrafici Editoriale), che pubblicava i quotidiani «Il Resto del Carlino» e «La Nazione», nonché il quotidiano sportivo «Stadio». Alle prime testate del nascente impero editoriale si aggiungeranno in seguito il quotidiano «Il Telegrafo» di Livorno, e nel 1969 il quotidiano romano «Il Giornale d'Italia», acquistato dalla Confindustria (che però fu chiuso nel 1976 dopo soli sette anni di gestione).
Quando nel 1979 Monti dovette cedere l'Eridania ai Ferruzzi, la Poligrafici fu esclusa dall'accordo ed i quotidiani rimasero di proprietà di Monti.

Difficoltà e cessioni[modifica | modifica wikitesto]

Nell'autunno del 1973 il gruppo Monti riacquistò dalla British Petroleum la sua rete di distributori di benzina e le raffinerie di Volpiano e di Porto Marghera[5], offrendo 20 miliardi di lire in più dei 100 offerti dall'ENI. Questa acquisizione però segnò per la Sarom l'inizio della parabola discendente[6] poiché, a causa della crisi petrolifera conseguente alla guerra dello Yom Kippur il prezzo del petrolio salì alle stelle e le raffinerie italiane ben presto si trovarono a soffrire di un eccesso di capacità produttiva, cosa che mise in serie difficoltà finanziarie il gruppo Monti.

Nel 1979 l'Eridania fu venduta al gruppo Ferruzzi per fare cassa, e nel 1981 la Sarom, che possedeva le raffinerie di Ravenna, Milazzo, Gaeta, Volpiano e Porto Marghera fu ceduta al prezzo simbolico di una lira all'ENI, che si accollò gli oltre 500 miliardi di debiti della società[4]. Anche la Torre Galfa venne venduta alla Banca Popolare di Milano. Monti rimase però proprietario dei quotidiani, ed anzi, nel 1984, fu in lizza per l'acquisto del «Corriere della Sera» dalla liquidazione del Banco Ambrosiano, ed acquistò «Il Piccolo» di Trieste. In seguito dovette chiudere il Telegrafo, ma rimase comunque proprietario di un consistente gruppo di testate giornalistiche.

L'eredità[modifica | modifica wikitesto]

Attilio Monti ebbe una sola figlia, Maria Luisa Monti, che sposò Bruno Riffeser. Nel 1976, alla morte di Bruno Riffeser, le redini del gruppo (rinominato per l'appunto Monti-Riffeser, da cui Monrif, società finanziaria quotata in Borsa) sono così passate al nipote Andrea Riffeser.

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Cavaliere del lavoro - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere del lavoro
— 2 giugno 1956[7]
Cavaliere di Gran Croce Ordine al Merito della Repubblica Italiana - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce Ordine al Merito della Repubblica Italiana
— 2 giugno 1966[8]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Giampaolo Pansa, L'irresistibile ascesa del “Cavalier Artiglio”, La Repubblica, 11 settembre 1984
  2. ^ M. Smargiassi, Addio al petroliere nero imperatore di giornali, La Repubblica, 28 dicembre 1994
  3. ^ Angelo Varni (a cura di), Lo scorrere del paesaggio, Faenza, EDIT, 2007.
  4. ^ a b S. Cingolani, Le grandi famiglie del capitalismo italiano, Editori Laterza, 1990
  5. ^ BP Sale to Monti Row. The Financial Times (London, England), Thursday, June 07, 1973; pg. 6; Edition 26,077.
  6. ^ "Business Diary: Major challenge for Monti." Times [London, England] 9 May 1974: 31. The Times Digital Archive.
  7. ^ Sito Federazione nazionale Cavalieri del lavoro: dettaglio decorato.
  8. ^ Dettaglio decorato MONTI Attilio sul sito della Presidenza della Repubblica Italiana, quirinale.it. URL consultato l'11 settembre 2015.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Giorgio Meletti, «MONTI, Attilio» in Dizionario Biografico degli Italiani, Volume 76, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2012.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

  • «MONTI, Attilio» la voce nel Dizionario di Economia e Finanza, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2012.
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