Škoda 7,5 cm Vz. 1915

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Škoda 7,5 cm Vz. 1915
75/13 Mod. 1915
Skoda Gebirgsgesch.JPG
Tipoobice
Impiego
UtilizzatoriAustria-Ungheria Imperial Regio Esercito Austro-Ungarico
Austria Esercito austriaco
Albania Albania
bandiera Bulgaria
Cecoslovacchia Cecoslovacchia
Germania Heer
Germania Heer
Italia Regio Esercito
Italia Esercito Italiano
Ungheria Ungheria
Romania Romania
Turchia Turchia
Produzione
CostruttoreSkoda
Entrata in servizio1915
Costo unitario55.000 Lit (1939)
Descrizione
Pesoassetto di marcia:
in batteria: 613 kg
Lunghezza3,57 m
Lunghezza canna1,155 m
Calibro75 mm
Tipo munizioniHE
Peso proiettileda 5,10 a 6,42 kg
Velocità alla volata378 m/s (massima)
Gittata massima8200 m
Elevazione-10°/+50°
Angolo di tiro
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L'obice da montagna Škoda 7,5 cm Vz. 1915 o 7,5 cm Gebirgskanone M. 15[1], fu un pezzo di artiglieria della prima guerra mondiale utilizzato dall'Impero austro-ungarico. Successivamente alla guerra un certo numero di questi pezzi fu acquisito dall'Italia come preda bellica ed utilizzato con la denominazione obice 75/13 Mod. 1915 nella seconda guerra mondiale e nel dopoguerra come artiglieria da montagna fino al 1964.

L'origine[modifica | modifica wikitesto]

L'Impero Austriaco era consapevole dell'importanza della sua frontiera meridionale, che era dominata dalle Alpi, inoltre anche le frontiere meridionali (in particolare la Bosnia) erano prevalentemente montuose come la buona parte dei Balcani; quindi era necessario produrre artiglierie che fossero in grado di operare in ambiente montuoso, quasi privo di strade, ma fornito prevalentemente di mulattiere. Il pezzo da montagna allora in servizio, il 7 cm Gebirgsgeschütz M. 99, era di progettazione obsoleta, ad affusto rigido. Date queste premesse il pezzo doveva essere scomponibile in carichi di peso non eccessivo per un mulo e, dal punto di vista balistico, doveva avere un angolo di tiro quanto più elevato possibile, pur non arrivando ad essere un mortaio. Il primo pezzo prodotto fu il 10 cm Vz. 10, ma, successivamente, per aumentare la maneggevolezza, il calibro fu diminuito a 75 mm, producendo il materiale da montagna 7,5 cm Vz. 13 , che ebbe un limitato successo di esportazione[2]. Del Vz. 13 furono utilizzati dall'Imperial-Regio Esercito solo 52 pezzi, sequestrati all'inizio della prima guerra mondiale, con la denominazione M.14 tipo Cina. Intanto era stato progettato un pezzo simile, ma scomponibile più facilmente, denominato 7,5 cm Vz. 15.

La tecnica[modifica | modifica wikitesto]

Esemplare presso il museo della guerra di Atene

La bocca da fuoco era realizzata per forzamento a caldo dell'anima alla parete resistente, la culatta e l'alloggiamento per l'otturatore erano ricavati nel tubo resistente. L'anima aveva una rigatura destrorsa a passo costante. La slitta a manicotto era unita alla canna per aumentarne la massa e quindi diminuire la velocità di rinculo. L'otturatore era a cuneo a scorrimento orizzontale con estrattore a forchetta. Il dispositivo di sparo era organizzato per la ripetizione, cioè bastava un solo movimento per armamento e scatto del percussore.

L'affusto era a coda unica ed era fornito di uno scudo di 4 mm di spessore. L'energia del rinculo era assorbita in massima parte dal freno idraulico ed in parte minore dalla molla del recuperatore, la lunghezza del rinculo era variabile in funzione dell'alzo del pezzo. Gli orecchioni erano in posizione arretrata per permettere un maggiore angolo di tiro, con un ginocchiello di 80 cm, quindi erano necessari due equilibratori per compensare il preponderante di volata. La testata dell'affusto supportava la culla tramite due orecchioniere ed era fornita di due piastre per il collegamento alla coda we di due seggiolini per i serventi.

La regolazione della bocca da fuoco per quanto riguardava direzione e inclinazione era ottenuta tramite appositi congegni presenti sulla testata, per un elevato movimento in direzione l'affusto scorreva sull'assale, facendo perno sulla punta del vomere, posto all'estremità della coda.

Il meccanismo di puntamento era a cannocchiale indipendente dal meccanismo di alzo, integrato da un dispositivo di livello a bolla d'aria.

Il someggio era su sette carichi per altrettanti muli, il carico massimo era di 106 kg (testata dell'affusto) ed il carico minimo di 100 kg (coda e ruote), il peso di basto e bardatura dei muli sommava circa altri 45 kg al carico dell'animale[3]. Le munizioni erano someggiate su apposite cassette contenenti ciascuna tre colpi, con il proiettile tenuto separato dal bossolo da una traversa. Il pezzo poteva anche essere trainato, su strade con pendenza non troppo elevata, data la mancanza di un freno di via.

L'impiego[modifica | modifica wikitesto]

Il cannone alla mostra "Ritorno sul Don" a Trento

Il pezzo fu utilizzato dall'Esercito Austro-Ungarico nel corso della prima guerra mondiale, e le sue prestazioni furono talmente soddisfacenti che l'Esercito Imperiale Tedesco (che, pure, aveva in patria un'industria degli armamenti fra le più efficienti d'Europa), introdusse questo pezzo nei suoi arsenali[4]. In complesso furono costruite 2174 bocche da fuoco e 2044 affusti[5], mentre furono prodotte, fino al maggio 1918, 55000 granate di vari tipi e 125000 shrapnel[6].

Il pezzo fu utilizzato, nella prima guerra mondiale, oltre che dall'Esercito austro-ungarico, anche dagli eserciti bulgaro e turco.

L'impiego nel Regio Esercito[modifica | modifica wikitesto]

Munizionamento del 75/13 nel 1943[7]
  • granata da 75 (370 g di tritolo, vo 354 m/s)
  • granata da 75 ad alta capacità (670 g di tritolo, vo 378 m/s)
  • granata 75/13 mod 32 (610 g di tritolo, vo 349 m/s)[8]
  • shrapnel da 75 (216 pallette Ø 12,7 mm e 13,4 mm, vo 356 m/s)[9]
  • granata perforante da 75 mod 32 a innesco posteriore (270 g di esplosivo, vo 350 m/s)[10]
  • granata EP (a carica cava)
  • granata EPS mod 42 (vo 396 m/s)[11]
  • granata a gas (lacrimogeno, vescicante, irritante)
  • granata fumogena
  • granata a grande capacità caricata a fosforo bianco
  • granata per scuola di tiro (fumogena)

Il Regio Esercito fin dal 1915 utilizzò sul fronte albanese un numero imprecisato di pezzi Skoda vz 13 75 mm, destinati originariamente al governo cinese, trasportati dal piroscafo Bayern, internato a Napoli nel 1914 (cioè nel periodo di neutralità dell'Italia) e successivamente sequestrato all'atto dell'ingresso in guerra[12]. Una volta constata l'efficienza del pezzo vz 15, ed avendone catturati alcuni esemplari, lo Stato Maggiore ne decise la riproduzione dando una commessa all'Ansaldo nel 1918, commessa che fu interrotta a causa della conclusione della guerra[6].

Al termine della prima guerra mondiale furono recuperati 392 pezzi come preda bellica mentre altri 268 pezzi completi e 55 bocche da fuoco furono ceduti dall'Austria in conto riparazioni dei danni di guerra, questi pezzi furono distribuiti alle batterie da montagna a partire dal 1920[13]. Rispetto al pezzo da 65/17, che era l'arma standard per l'artiglieria da montagna italiana nel corso della Grande Guerra, questo pezzo presentava sensibili vantaggi balistici (maggiore angolo di elevazione e possibilità di utilizzare cariche di lancio multiple), ma aveva un peso superiore, che richiedeva il someggio su 7 carichi, invece dei 5 del 65/17.

Nell'ambito del riordinamento dell'artiglieria italiana, avvenuto nel 1933, si decise la riproduzione del pezzo, che aveva mostrato la sua utilità, oltre che come artiglieria da montagna, anche come artiglieria da campagna[14]. Nel corso degli anni successivi, l'arsenale di Napoli produsse parti di ricambio sia per gli affusti sia per le bocche da fuoco. Nel 1937 erano disponibili per il Regio Esercito 840 pezzi[6], nel 1938 fu emessa una commessa per altri 96 pezzi[4]. Ancora nel 1941 lo Stato Maggiore del Regio Esercito ipotizzava una commessa per 500 pezzi da passare all'industria italiana[15]. Alcuni di questi pezzi furono usati nelle casematte dei bunker del Vallo Alpino.

Il pezzo venne utilizzato sia nella guerra di Spagna (una batteria)[16] sia, in quantità sensibilmente maggiori, nella guerra d'Abissinia. In questa guerra ne furono schierati 252 sul fronte settentrionale e 42 in Somalia[17].

Fin dall'inizio degli anni trenta sia gli enti tecnici militari sia l'industria italiana riconoscevano la sostanziale obsolescenza di questo pezzo[15], tuttavia la progettazione di un nuovo modello per sostituirlo andava molto a rilento, quindi, allo scoppio della seconda guerra mondiale, il 75/13 equipaggiava ancora sia le divisioni alpine sia le divisioni di fanteria per le quali era previsto l'impiego in ambienti montuosi, per un totale di 1167 pezzi[18], nonostante le perdite subite nel corso della guerra al settembre 1942 la disponibilità era salita a 1213 pezzi[6]. Considerando solo le divisioni campali nel giugno del 1943 erano presenti nell'organico dei reggimenti di artiglieria da campagna 46 gruppi da 75/13 (quindi circa 550 pezzi)[15].

Il 75/13 venne utilizzato su tutti i fronti su cui operò il Regio Esercito, eccettuata l'Africa settentrionale italiana[19], il maggior dispiegamento fu sul fronte greco-albanese con 608 pezzi (aprile 1941)[15]. In AOI operarono 36 pezzi in batterie inquadrate nelle formazioni da campagna e in formazioni coloniali, che utilizzavano ascari come serventi. In Russia furono presenti 72 pezzi, inquadrati nei gruppi delle divisioni alpine (Julia, Tridentina e Cuneense), nell'ambito delle operazioni di queste divisioni fu frequente l'utilizzo del pezzo in funzione controcarri.

Un pezzo catturato fu portato e testato, con esiti positivi, all'Aberdeen Proving Ground, dove rimase esposto per un certo tempo[17].

Dopo l'armistizio il pezzo rimase in servizio nella RSI e nel CIL. In Albania una batteria di questi pezzi già del 41º Reggimento artiglieria divisionale "Firenze" operò contro i tedeschi fino al loro ritiro da quel teatro di operazioni. Invece i pezzi rimasti nell'Italia meridionale e nelle isole (32 in Sardegna) furono utilizzati per equipaggiare il IV ed il V gruppo someggiato da 75/13 della e brigata del CIL alla fine dell'estate 1944. Nell'Esercito Nazionale Repubblicano 36 pezzi furono utilizzati dal 1º Reggimento artiglieria della Divisione Alpina Monterosa e due batterie furono inquadrate nel gruppo Gran Sasso della Divisione Littorio. Nella Decima furono utilizzati 12 pezzi (III gruppo San Giorgio) e altri nel X gruppo speciale del raggruppamento Anti Partigiani, un'altra batteria operò a Fiume e qualche sezione operò nei gruppi costieri[20]. Un numero imprecisato di pezzi fu utilizzato dalla Wehrmacht e dalla 29.Waffen-Grenadier Division der SS con la denominazione di 7,5 cm GebK 259(i) (cannone italiano da montagna 259 da 75 mm).

L'impiego nell'Esercito Italiano[modifica | modifica wikitesto]

Terminate le ostilità i 203 pezzi sopravvissuti alla guerra furono ricondizionati presso l'Arsenale di Torino[21]. Successivamente, quando fu ricostituito l'Esercito Italiano, furono rimessi in servizio nelle batterie da montagna delle brigate alpine (Taurinense, Tridentina, Julia e successivamente Orobica e Cadore), fino alla sua sostituzione con il 105/14 Mod 56, alla fine degli anni sessanta[20].

L'impiego in altre nazioni[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la fine della prima guerra mondiale il vz 15 75 mm venne "ereditato" dalle forze armate degli stati nati dalla disgregazione dell'Impero austro-ungarico, cioè Austria, Ungheria, Cecoslovacchia, Regno di Jugoslavia e Polonia. Dato che la Skoda continuò la produzione, oltre a questi stati il pezzo venne acquistato dalla Repubblica di Weimar, dalla Turchia e dalla Regno di Bulgaria (che già l'avevano avuto in dotazione nella prima guerra mondiale) e dal Regno di Romania.

A partire dal 1928 la Skoda mise in produzione il vz 28 75 mm, versione perfezionata del vz 15, quindi la produzione del modello precedente venne sospesa in Cecoslovacchia.

Una versione modificata venne prodotta dall'Ungheria, che aveva acquistato i piani costruttivi dall'Italia nel 1938[4].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Secondo la denominazione ufficiale dell'esercito: cannone da montagna calibro 7,5 cm modello 1915.
  2. ^ N. Pignato, art. cit, nota (6)
  3. ^ N. Pignato art. cit pag 54 e 55
  4. ^ a b c F. Cappellano, op. cit, pag 62
  5. ^ N. Pignato e F. Cappellano concordano su questi numeri, Pignato indica come fonte G. Turcsanyi
  6. ^ a b c d N. Pignato art. cit pag 51
  7. ^ F. Cappellano, op. cit., p. 63. Il propellente era sempre balistite, poteva essere utilizzato su quattro cariche, da 120 a 240 g
  8. ^ Sostituendo la spoletta in dotazione con un'apposita spoletta a tempo poteva essere utilizzata come granata a doppio effetto, F. Cappellano, op. cit. pag 63
  9. ^ In questo proietto era caricata anche polvere rossa, per identificare il punto di scoppio del proietto, permettendo l'aggiustamento del tiro, F. Cappellano, op. cit. pag 64
  10. ^ N. Pignato art. cit pag 55 indica una capacità di perforazione di 30 mm di corazza a 30° a 500 m
  11. ^ N. Pignato art. cit pag 55 indica una capacità di perforazione di 70 mm di corazza a 30° fino a 3000 m
  12. ^ F. Cappellano, op. cit, pag 62, nota 1 (la nota si trova a pag 109)
  13. ^ F. Cappellano, op. cit, pag 62, Cappellano fa notare che presumibilmente i pezzi non erano tutti di produzione Skoda, ma anche di produzione tedesca
  14. ^ N. Pignato art. cit. pag 51
  15. ^ a b c d F. Cappellano, op. cit, pag 63
  16. ^ F. Cappellano, op. cit, pag 63, mentre N. Pignato, art. cit., pag 57 indica che la partecipazione di questo pezzo alla guerra di Spagna non è documentata
  17. ^ a b N. Pignato art. cit pag 56
  18. ^ F. Cappellano, op. cit, pag 63, N. Pignato, art. cit. pag 51 indica la consistenza in 1187 pezzi
  19. ^ F. Cappellano, op. cit. pag 63N. Pignato art. cit pag 56 indica che "qualche batteria fu inviata in Tunisia"
  20. ^ a b N. Pignato art. cit pag 57
  21. ^ F. Cappellano, op. cit, pag 63, nota 4 (la nota si trova a pag 109) e N. Pignato, art. cit. pag 57

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Davide Bagnaschino, Il Vallo Alpino - Le armi (PDF), Mortola (IM), edizione completa (fuori commercio) a cura dell'autore, terza ristampa aprile 1996 [giugno 1994]. URL consultato il 10 giugno 2010 (archiviato dall'url originale il 22 luglio 2011).
  • Filippo Cappellano, Le artiglierie del Regio Esercito nella Seconda Guerra Mondiale, Albertelli Edizioni Speciali, Parma, 1998, ISBN 88-87372-03-9
  • Nicola Pignato, L'obice da 75/13, su Storia Militare N° 195, dicembre 2009, pag 50-59

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]