Shu'ubiyya

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Il termine arabo al-Shuʿūbiyya (arabo: الشعوبية‎) si riferisce a un movimento letterario (e non politico, come alcuni credono), sorto all'interno della Umma, in ambiente non-arabo tra l'VIII e il IX secolo. Esso mirava a fornire una risposta essenzialmente culturale alle pretese arabe di essere la componente islamica migliore, oltre che privilegiata dal fatto che l'ultimo e decisivo profeta (Maometto) fosse stato un arabofono, di pura schiatta araba.

Terminologia[modifica | modifica sorgente]

Il nome del movimento letterario deriva da un passaggio coranico che parla di "nazioni" o "popoli" (shuʿūb). Il versetto 13 della Sura XLIX è spesso usato dai musulmani per contrastare i pregiudizi e le contese razzistiche tra i differenti popoli e culture.

:يَا أَيُّهَا النَّاسُ إِنَّا خَلَقْنَاكُم مِّن ذَكَرٍ وَأُنثَى وَجَعَلْنَاكُمْ شُعُوباً وَقَبَائِلَ لِتَعَارَفُوا إِنَّ أَكْرَمَكُمْ عِندَ اللَّهِ أَتْقَاكُمْ إِنَّ اللَّهَ عَلِيمٌ خَبِيرٌ
O uomini, in verità Noi v'abbiam creato da un maschio e da una femmina e abbiam fatto di voi popoli (shuʿūb) vari e tribù (qabāʾil) a che vi conosceste a vicenda, ma il più nobile fra di voi è colui che più teme Iddio. In verità Dio è sapiente e conosce .[1]

Movimenti socio-politico-religiosi[modifica | modifica sorgente]

L'uso della parola, nel contesto di un movimento, esisteva già prima del IX secolo. I kharigiti lo impiegavano per estendere il principio dell'uguaglianza tra shuʿūb (popoli) e kabāʾil (tribù) tra i seguaci dell'Islam. Si trattava di una risposta indiretta alle pretese dei Quraysh di godere di privilegi per guidare la Umma, la Comunità dei credenti.

In Persia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Islamizzazione della Persia.

Quando impiegato in riferimento a uno specifico movimento, il termine costituisce una risposta dei Persiani musulmani all'incalzante arabizzazione dell'Islam nel IX e X secolo in Persia. Fu principalmente per salvaguardare la cultura persiana e proteggere l'identità persiana che il movimento prese piede. L'effetto più rimarchevole della Shuʿūbiyya fu la sopravvivenza della lingua persiana, idioma dei Persiani fino al giorno d'oggi. Il movimento non sfociò mai in apostasia o insurrezioni e costituì la base per elaborare compiutamente la concezione islamica riguardante razze e nazioni.

Il movimento facilitò la nascita di una specifica letteratura persiana e di una poesia persiana. Molti appartenenti al movimento non furono solo Persiani, ma Egiziani, Berberi e Siriani il cui sostrato culturale era rimasto aramaico,[2] ed esiste perfino una solidale testimonianza araba al movimento.[3]

In al-Andalus[modifica | modifica sorgente]

Due secoli dopo la fine del movimento della Shuʿūbiyya in Mashreq, si manifestò un altro movimento che veniva dalla Spagna islamica e che era controllato dai Muwallad (musulmani iberici). Era in gran parte composto, comprensibilmente, da Berberi, ma comprendeva anche molti gruppi culturali europei, quali i Galiziani, i Franchi, i Calabresi e i Baschi. Un esempio importante di letteratura Shuʿūbī è l'epistola (risala) del poeta andaluso Ibn Gharsiya (Garcia).[4][5] Secondo l'Encyclopedia of Arabic Literature, tuttavia, questa epistola fu decisamente di scarsa importanza, e i suoi pochi esponenti tendevano a ripetere clichés adottati dal primo Islam.

Neo-Shuʿūbiyya[modifica | modifica sorgente]

Nel 1966, Sami Hanna e G.H. Gardner scrissero l'articolo "Al-Shu‘ubiyah Updated" in The Middle East Journal.[6] Il professore olandese Leonard C. Biegel, nel suo libro del 1972 Minorities in the Middle East: Their significance as political factor in the Arab World, coniò per questo l'espressione Neo-Shu'ubiyah per indicare i moderni tentativi, in atto nel Vicino Oriente non-arabo, di dar vita ad alternative al Nazionalismo arabo, quali l'"Arameismo", l'"Assirianesimo", il nazionalismo curdo, il "Faraonismo" (che affascinò per qualche tempo lo stesso Taha Husayn in Egitto), il "Fenicianesimo" (di Saʿīd ʿAql, ad esempio, e dei "Guardiani del Cedro" di Étienne Saqr in Libano), o il nazionalismo siriano (tipico di Antun Sa'de).[7] In un articolo del 1984, Daniel Dishon e Bruce Maddi-Weitzmann usarono lo stesso neologismo, Neo-Shu'ubiyya.[8]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Corano (trad. e commento di A. Bausani, p. 386).)
  2. ^ Lemma «Shuʿūbiyya» (S. Enderwitz), su: The Encyclopaedia of Islam. Vol. IX (1997), pp. 513-14.
  3. ^ Ibn Waḥshiyya (Kitāb al-filāḥa al-nabaṭiyya, "Libro sull'agricoltura nabatea").
  4. ^ Il primo a tradurre la Risāla fu Ignaz Goldziher ("Die Šuʿūbiyya unter den Muhammedanern in Spanien", in: Zeitschrift der Deutschen Morgenländischen Gesellschaft, 1898) e, più di recente, si veda The Shu'ubiyya in al-Andalus. The risala of Ibn Garcia and five refutations (University of California Press, 1970), tradotto con un'introduzione e note di James T. Monroe.
  5. ^ Max Diesenberger, Richard Corradini, Helmut Reimitz, The construction of communities in the early Middle Ages: texts, resources and artefacts, Brill, 2003. ISBN 90-04-11862-4. , p. 346
  6. ^ Sami Hanna e G.H. Gardner, "Al-Shu‘ubiyah Updated", Middle East Journal, 20 (1966), pp. 335-351
  7. ^ Leonard C. Biegel, Minderheden in Het Midden-Oosten: Hun Betekenis Als Politieke Factor in De Arabische Wereld, Deventer, Van Loghum Slaterus, 1972, ISBN 978-90-6001-219-2 e.g. p. 250
  8. ^ Daniel Dishon e Bruce Maddi-Weitzmann, "Inter-Arab issues", in: Israel, the Middle East, and the great powers, Transaction Publishers, 1984, p. 389. ISBN 978-965-287-000-1. URL consultato il 24 novembre 2009. e.g. p. 279

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Hans Wehr, J M. Cowan, Arabic-English Dictionary, Urbana, Illinois, Spoken Language Services Inc., 1994. ISBN 0-87950-003-4.
  • Thomas Patrick Hughes, Dictionary of Islam, Chicago, Illinois, Kazi Publications Inc. USA, 1994. ISBN 0-935782-70-2.
  • Clifford E. Bosworth, E. van Donzel, W.P. Heinrichs & G. Lecomte, The Encyclopedia of Islam, Leida, Brill, 1997. ISBN 90-04-05745-5.
  • Mottahedeh, Roy, "The Shu'ubiyah Controversy and the Social History of Early Islamic Iran", su: International Journal of Middle East Studies, Vol. 7, No. 2. (Apr. 1976), pp. 161–182

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]