Arabizzazione

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Con il termine arabizzazione (in arabo تعريب) in senso generale si può intendere l'estensione dell'area di utilizzo della lingua araba al di fuori della sua sede storica (l'Arabia). In questo senso, ad esempio, si può dire che il Nordafrica, la cui lingua era un tempo pressoché al 100% il berbero, ha conosciuto almeno due grandi fasi di arabizzazione: la prima, che interessò soprattutto i centri urbani e le aree agricole circostanti, in occasione della conquista islamica, nel VII secolo, e la seconda, che invece interessò soprattutto le campagne, con l'invasione delle tribù nomadi dei Banu Hilal, a partire dall'XI secolo.

Al giorno d'oggi il termine arabizzazione ha una concreta valenza politica, poiché con esso ci si riferisce a una serie di misure politiche e culturali destinate a promuovere la lingua araba nelle regioni o nei paesi in cui si ritiene che essa sia stata trascurata a vantaggio di lingue apportate dal colonialismo europeo (per esempio il francese in Algeria).

Di solito questa politica non tiene in alcun conto le lingue autoctone, parlate prima dell'arrivo degli Arabi e largamente utilizzate in Nordafrica (berbero) o nel Medio Oriente (curdo). Di conseguenza, i non arabofoni di questi paesi sono contrari all'arabizzazione e rivendicano parità di diritti linguistici e culturali.

In molti paesi, soprattutto in Nordafrica, l'"arabizzazione" consiste nel tentativo di imporre l'arabo "letterario", molto vicino alla lingua "classica" del VII secolo, ma assai distante dalla lingua realmente parlata dalle popolazioni, che provano oggettivamente molta difficoltà ad utilizzare questa lingua, con catastrofici risultati sul tasso di scolarizzazione e sulla qualità dell'insegnamento. Uno spirito accorto come il drammaturgo algerino Kateb Yacine (che compose molte opere in arabo parlato, ma mai in arabo "classico") rilevava l'assurdità di "imporre" una lingua a chi teoricamente dovrebbe già parlarla:

(FR)

« Si nous sommes des arabes, pourquoi nous arabiser?
Et si nous ne sommes pas des arabes, pourquoi nous arabiser »

(IT)

« Se siamo Arabi, perché arabizzarci?
E se non siamo Arabi, perché arabizzarci? »

(Kateb Yacine [trad. di Vermondo Brugnatelli])

Nel Kurdistan[modifica | modifica wikitesto]

Nel corso della Campagna di Al-Anfal contro i Curdi, il regime baathista di Saddam Hussein deportò centinaia di migliaia di famiglie curde lontano dalle loro case di Kirkuk e le sostituì con quelle di operai arabofoni addetti all'industria petrolifera, oltre che con altre popolazioni di lingua non curda che Saddam trasferì in quella città dal sud dell'Iraq. Questa campagna di arabizzazione attuata con la forza mirava a trasformare in una città araba la città di Kirkuk, storicamente multietnica a forte maggioranza curda, secondo gli stessi censimenti del regime baathista. Le famiglie curde vennero lasciate senza casa, dopo essere state sfrattate a forza dai soldati di Saddam, e dovettero perciò installarsi in campi profughi. Dopo la caduta del regime di Saddam, molte famiglie curde hanno fatto ritorno a Kirkuk intenzionate a convivere pacificamente con le famiglie arabe.

In Nordafrica[modifica | modifica wikitesto]

L'arabizzazione in Nordafrica è stata perseguita, più o meno attivamente, da tutti i governi della regione. Le costituzioni di tutti questi Paesi, infatti, prevedono solo l'arabo come unica lingua nazionale e ufficiale. E se di fatto il francese è "tollerato" e continua ad essere utilizzato in diversi settori dell'amministrazione e nell'insegnamento universitario, le misure repressive finiscono soprattutto per colpire il berbero, che solo in epoche molto recenti ha conseguito qualche timido riconoscimento in Algeria e Marocco. Basti pensare che una delle prime manifestazioni dell'indipendenza di Marocco e Algeria fu l'abolizione dell'insegnamento del berbero nelle Università di Rabat (1956) e di Algeri (1962).

Tra le misure di arabizzazione che, benché mirate, ufficialmente, a combattere l'uso del francese, finiscono per accanirsi contro l'uso del berbero sono, ad esempio:

  • in Marocco, una "legge dei nomi" (legge 2 agosto 1996 pubblicata nel Journal Officiel del 7 novembre 1997) impone la scelta, per i neonati, di un nome scelto obbligatoriamente all'interno di una lista chiusa, che contiene quasi esclusivamente nomi arabi (anche non necessariamente "tradizionali" in Marocco), e trascura moltissimi nomi berberi o li modifica arbitrariamente imponendo una sorta di "arabizzazione" fonetica o paretimologica. Nonostante le reiterate proteste di singoli cittadini e associazioni di cultura berbera, le norme restrittive sono tuttora in vigore. Tra i casi di divieto giunti alla pubblica conoscenza a partire dal 1998: il nome Idir (a più riprese a Casablanca), Amassin (a Tata: ha aspettato 5 anni per avere il suo nome), Siman (marzo 2001 a Tagadirete, Agadir), Numidia (2001 a Khmiss, Ouarzazate), Sinimane (1999 a Rabat), Dihya (a Goulmima), Fazaz (novembre 2002 a Khénifra), Yuba (ottobre 2005, a El-Hhoceima, Rif), Amazigh (febbraio 2006 a Errachidia) più tanti altri casi di: Itri ("stella"), Anir ("candela, fiammetta"), Akli, Tunaruz, ecc. Emblematico il caso di un tentativo di dare il nome Sifaw ad un bambino di Bni Tejjit (Figuig), che ha interessato perfino il Ministero degli Interni, il quale, in data 14 settembre 2005 comunicava: «In risposta alla vostra lettera ... relativa al nome di persona Sifaw scelto dal signor Mohamed Ouami per suo figlio, ho l'onore di informarla che esso è stato sottoposto all'apprezzamento dell'Alto Comitato per lo Stato Civile, presieduto dal Professor Abdelouihab Benmansour, storiografo del Regno, nel corso della seduta tenuta nella sede del Ministero degli Interni il 24 giugno 2005, che l'ha giudicato non conforme alle disposizioni dell'art. 21 della legge 34.99 relativa allo Stato civile».
  • In Algeria, una "legge sull'arabizzazione" (legge n° 91-05 del 16 gennaio 1991), "congelata" sotto la presidenza Boudiaf ma fatta entrare in vigore il 5 luglio 1998, vieta l'uso del francese e del berbero nella scuola, nell'amministrazione e nei media, oltre che all'interno di qualunque associazione o partito politico (con il paradosso che secondo questa legge perfino delle associazioni culturali berbere, formate da berberi di regione berberofone, dovrebbero tenere i verbali delle proprie assemblee in arabo classico).

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]