Sawaki Kōdō

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Sawaki Kōdō (澤木興道) rōshi [1] (16 giugno 1880Antaiji, 21 dicembre 1965) è stato un monaco giapponese, della corrente del buddhismo zen.

Indice

[modifica] Biografia

Ultimo di sette fratelli, di cui tre deceduti nell'infanzia, ricevette dai genitori il nome di Saikichi. Il padre, Sōtaro, si guadagnava da vivere riparando risciò. All'età di quattro anni rimase orfano di madre. Tre anni dopo anche suo padre morì. Accolto nella casa di uno zio, non vi rimase che pochi mesi: anche lo zio morì poco dopo averlo accolto. Fu allora adottato da Bunkichi Sawaki, di cui prese il cognome, un giocatore d'azzardo professionista che svolgeva varie attività illegali. La sua casa era in un vicolo del quartiere delle prostitute ed utilizzava il piccolo Saikichi come vedetta per non essere sorpreso dalla polizia. Nel 1892 ottiene la licenza elementare.

Nel 1896 viene accolto nel monastero Eiheiji in cui si reca con il desiderio di divenire monaco buddista. Nel 1897 fu ordinato dal rev. Sawada Kōhō, abate di Sōshinji, ad Amakusa nel Giappone meridionale, e ricevette il nome Kōdō. Per due anni praticò e studiò con il maestro Sawada. Nel 1899 si sposta a Kyōto e vi risiede un anno facendo zazen con il rev. Fueoka Ryōun.

Nel 1900 viene chiamato alle armi ed in seguito mandato a combattere sul fronte Russo-Giapponese. Viene decorato per il suo coraggio con le più alte onorificenze. Ferito gravemente (ebbe il collo trapassato da un colpo di fucile), nel 1904 rientra convalescente in Giappone ma invece di cure trova una situazione drammatica: tornato alla casa dei Sawaki, sua madre adottiva, già prostituta alcolizzata, è completamente uscita di senno, e vive legata ad un letto. Il padre adottivo, malato ed in miseria, lo aggredisce pretendendo da lui del denaro. L'anno successivo viene nuovamente inviato in Cina, ancora in fanteria, dove rimane sul fronte sino alla fine della guerra. Nel 1906 torna in Giappone.

Nel 1908 inizia lo studio della filosofia Yogācāra sotto la guida del rev. Saeki Jōin, nel monastero Hōryuji, presso Nara. Risiede in quel tempio sino al 1912, anno in cui diviene tanto, istruttore dei monaci, nel monastero Yōsenji, nella città di Matsusaka, nella prefettura di Mie. Nel 1913 incontra Oka Sōtan rōshi, abate di Daijiji poi, per tre anni, vive solo, dedicando tutto il suo tempo unicamente allo zazen ed alla questua nel piccolo tempio di Nara chiamato Jōfukuji.

Nel 1916, chiamato da Sōtan rōshi, si stabilisce nel monastero Daijiji con il ruolo di kōshi, espositore della dottrina. Comincia ad essere famoso, molti studenti delle scuole superiori si siedono e studiano con lui. Trascorsi sei anni, alla morte di Oka Sōtan rōshi, dopo un breve periodo in cui vive, da solo, in un piccolo tempio, comincia a viaggiare per tutto il Giappone tenendo conferenze ed organizzando ritiri nei quali lo zazen veniva praticato per l’intera giornata e per più giorni consecutivi. Il suo peregrinare, da lui stesso definito idō sorin, il monastero itinerante, durerà quarant'anni, guadagnandogli il soprannome di Kōdō-senza-casa. Nel 1935 diviene (unico caso nella storia giapponese, per una persona con la sola licenza elementare) professore di letteratura Zen e di pratica dello zazen all'Università Buddista Komazawa. Nello stesso periodo accetta il ruolo di godō, supervisore della pratica, nel monastero Sōjiji, assieme ad Eiheiji il monastero più grande e rappresentativo della scuola Sōtō. Nel 1940 fonda un centro per la pratica dello zazen, chiamato Tengyō Zen-en nella prefettura di Tochighi e lascia il suo incarico a Sōjiji. Nello stesso periodo fonda i luoghi di pratica Shiseiryo e Muijō-sanzen-dōjō a Tōkyō.

Nel 1949, a Kyōto, in un vecchio tempio in disuso chiamato Antaiji, fonda il centro per la pratica e lo studio dello zazen chiamato Shichikurin Sanzen Dōjō assieme al discepolo -e futuro successore- Uchiyama Kōshō e all'altro discepolo Yokoyama Sodō. Nel 1963, l’età non gli consente più i continui spostamenti compiuti sino a quel momento: lascia l’incarico all'Università Komazawa e si ritira ad Antaiji, dove muore il 21 dicembre 1965.

Di sé disse: «Vorrei essere ricordato come quel tale che ha sprecato tutta la sua vita nel fare zazen».

[modifica] Riflessione antropologica

Vi è un lato, una parte della vita di Sawaki meno noto al grande pubblico ma che certamente deve essere preso in considerazione: la sua partecipazione a due guerre[2] e la sua posizione di combattente. Il suo pensiero e il suo comportamento rispetto alle armi, la guerra, la violenza degli eserciti, non sono molto note per cui è particolarmente importante la presenza di un un testo che ne parla diffusamente e con correttezza: Lo zen alla guerra di Brian Victoria, in Italia edito da Sensibili alle foglie. Certamente le posizioni espresse da Sawaki riguardo alla guerra, all'uccidere il nemico ubbidendo agli ordini dei superiori, allo spirito di servizio nei confronti dell'imperatore sino ad affermare che: "Laddove arriva il vessillo delle nostre armate non esiste prova troppo pesante da affrontare, non esistono nemici troppo numerosi da combattere [...] Rinunciare alla vita militando sotto la bandiera dell'esercito è vera mancanza di egoismo"[3] vanno inserite non solo nel contesto storico ma anche nella soffocante cultura militarista del Giappone dell'epoca. Tuttavia considerata anche l'età avanzata[4] in cui alcune affermazioni sono state pronunciate occorre una profonda riflessione riguardo al senso che parole come "buddismo" e "zen" hanno avuto e potrebbero ancora avere tra i seguaci delle scuole buddiste che si ispirano al Giappone. Le testimonianze dirette, in particolare quelle di Uchiyama e Watanabe, descrivono Sawaki come una persona severa, rigida, autoritaria, dall'umorismo sferzante, le cui simpatie per la disciplina militare, l'aspetto marziale della vita, erano palesi e naturali. Con ogni probabilità, dopo un'infanzia randagia e priva di indicazioni definenti quale quella subita in tre diverse famiglie e conclusa nel marasma di un bordello, l'esperienza militare, specie all'interno di una situazione di guerra vinta con relativa facilità, lo aveva formato e segnato. È necessario contemporaneamente riconoscere la grande capacità di Sawaki di accettare e favorire atteggiamenti diametralmente opposti qualora inseriti in un contesto religioso: proprio negli stessi anni in cui si adoperava nel sostegno del militarismo giapponese, aiutava il suo discepolo Uchiyama, debole di salute e antimilitarista, ad evitare in ogni modo la chiamata alle armi. Sawaki era in grado di distinguere le sue particolarità umane, contingenti, da un insegnamento che passando attraverso di lui aveva di fronte l'eternità, non poteva cioè essere legato ad una mentalità o ad un carattere: "[Sawaki] era consapevole, ne parlava spesso, che proprio queste peculiarità caratteriali e personali erano un grande ostacolo affinché il suo reale insegnamento fosse compreso. È stato, ed in molti casi lo è ancora, un errore comune in Occidente ed in parte anche in Oriente, scambiare l’impetuoso e battagliero modo di Sawaki rōshi con l’Insegnamento stesso".[5] Per quanto sia abbastanza semplice comprendere che apprezzare certe modalità caratteriali, culturali, anche politiche, è una questione di gusti e affinità e non ha quindi nulla a che vedere con il vero insegnamento di Sawaki, dove le sue gesta sono giunte per sentito dire, magari in termini encomiastici e sognanti, è stato possibile il radicarsi di convinzioni che hanno portato a pensare che il modello d'uomo rappresentato da Sawaki fosse il modello da imitare per "essere zen". È attraverso di lui, ed in particolare attraverso Deshimaru, che non ha mai fatto mistero riguardo alla sua infatuazione per il "modello Sawaki", che è giunto in Europa uno zen legato esplicitamente alle arti marziali, all'autoritarismo e, anche ad eccessi che nella realtà culturale occidentale sono da annoverare più tra le patologie che in una corretta dialettica di rapporti tra fratelli. Sawaki era figlio del suo tempo e della sua terra anche per ciò che riguarda il sistema superiore/inferiore[6]il ferreo codice etico confuciano che fa parte della struttura culturale giapponese almeno a partire dalla Taika, la riforma del 646. Per quanto sia normale che un buddista giapponese si comporti secondo quel codice etico, antidemocratico, repressivo e maschilista, non ha alcun senso imitarlo qui in Occidente al fine di sembrare zen. Molti in Europa, in Italia, esibiscono documenti, relazioni che li collocano nella linea di successione di Sawaki come se il fatto in sé costituisse un merito, una virtù. Quasi nessuno si rende conto di quanto sia complesso, articolato e in qualche misura pericoloso, raccogliere quel lascito.

[modifica] Note

  1. ^ "rōshi" (老師) è un appellativo onorifico giapponese dal significato di "vecchio maestro"
  2. ^ Il secondo contributo di Sawaki alle guerre di aggressione del Celeste Impero non fu come soldato ma come educatore religioso. Manifestò infatti il suo sostegno allo sforzo bellico giapponese (per il quale ricevette un'onorificenza) recandosi volontario per due anni, nel 1941 e 1942, nello stato fantoccio in mani giapponesi del Manchukuo per dare sostegno e insegnamenti "religiosi" al personale militare e civile giapponese
  3. ^ Sawaki Kōdō, Shōji wo akirameru kata- Il metodo per chiarire la vita e la morte, 1944, p.7, come in: Lo zen alla guerra p.74
  4. ^ Nel 1944, anno di pubblicazione del saggio sopracitato, Sawaki aveva 65 anni
  5. ^ Cfr. Piccola guida al buddismo zen nelle terre del tramonto, p. 160
  6. ^ In giapponese: senpai - kōhai ovvero 先輩 - 後輩, sistema etico sociale confuciano in cui, in ogni situazione della vita, è automaticamente stabilito (per lo più in base all'anzianità ma anche in base al sesso, allo status della propria professione o mestiere ed anche alla collocazione sociale della propria famiglia) chi sta "sopra" e chi sta "sotto", chi ordina e chi obbedisce ecc.

[modifica] Bibliografia

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