Perovskite

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Perovskite
Perovskite-155026.jpg
Classificazione Strunz IV/C.10-20
Formula chimica CaTiO3
Proprietà cristallografiche
Gruppo cristallino  
Sistema cristallino  
Classe di simmetria  
Parametri di cella  
Gruppo puntuale 2/m 2/m 2/m
Gruppo spaziale P nma
Proprietà fisiche
Densità 3.98 - 4.30 g/cm³
Durezza (Mohs) 5 - 5.5
Sfaldatura buone secondo [100], [010], [001]
Frattura concoide
Colore nero, rosso bruno, giallo chiaro, arancione giallastro
Lucentezza da adamantina a metallica, a volte opaca
Opacità da trasparente ad opaca
Striscio bianco grigiastro
Diffusione diffuso
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Il nome perovskite (o perowskite, secondo alcuni autori) è stato coniato nel 1840 da Gustav Rose (17981873) in onore del grande collezionista di minerali e Ministro della Corte Imperiale russa Lev Perovskiy, ed attribuito a cristalli opachi di forma cubica da lui trovati nel 1839 a Akhmatovskaya, nei Monti Urali (Russia).

Questo minerale risultò essere all'analisi chimica essenzialmente un ossido doppio di Ca e Ti (CaTiO3) con una struttura cristallina così particolare da poter ospitare un ampio spettro di elementi e mostrare quindi una grande varietà di proprietà fisiche. Per questa elevata variabilità chimica, oltre alla perovskite calcica, la più comune, e che per questo oggi viene chiamata anche perovskite s.s., sono presenti in natura più ossidi con la stessa organizzazione del reticolo cristallino che d'insieme prendono il nome di gruppo delle perovskiti (o gruppo della pervskite). Composti sintetici strutturalmente simili a CaTiO3 sono stati realizzati artificialmente, e sono conosciuti in scienza dei materiali come perovskiti sintetiche.

La formula chimica generale delle perovskiti è di tipo ABO3, dove per convenzione internazionale per A si intende un elemento di grande raggio ionico e per B un elemento di piccolo raggio ionico. La struttura cristallina degli ossidi del gruppo della perovskite è una griglia di piccoli cationi (a piccolo raggio ionico) a forte carica (solitamente Ti4+, Nb5+ e Fe3+) ognuno dei quali è connesso a sei atomi di ossigeno. La struttura di questa griglia è tale da lasciare delle “cavità” equispaziate lungo la superficie cristallografica di crescita {100} (che è anche piano di sfaldatura) che possono essere completamente o parzialmente occupate da cationi a grande raggio ionico (Ca2+, Sr2+, Na+, REE3+ e Th4+) in funzione delle abbondanze relative di questi elementi nell'ambiente minerogenetico di formazione.

Tralasciando le numerosissime sostituzioni reticolari trovate in natura, i più comuni minerali del gruppo delle perovskiti sono quattro:

Sono comuni le soluzioni solide tra perovskite s.s., loparite e lueshite, mente la tausonite si mescola solo con la lueshite. Le formule chimiche dei quattro minerali principali del gruppo sono in realtà solamente indicative di tipi mineralogici estremi, poiché sono comuni sostituzioni di Ca, Na, REE, Sr, Ti, Nb e meno comuni sostituzioni Fe, Th, Pb, K, Ta, Zr, Si. Variazioni nelle proporzioni relative di questi elementi durante la crescita dei cristalli ne modificano sensibilmente le caratteristiche ottiche creando zonazioni spettacolari all'esame dei cristalli in sezione sottile con il microscopio da mineralogia, usando polarizzatore ed analizzatore in estinzione.

Esistono poi alcuni minerali che hanno la stessa struttura reticolare delle perovskiti ma non contengono ossigeno: il più conosciuto è la fluoro perovskite: NaMgF3.

Abito cristallino[modifica | modifica sorgente]

La simmetria è ortorombica. I cristalli sono tipicamente cubici, ottaedrici o combinazioni di queste forme base. In realtà la reale simmetria della perovskite s.s., della lueshite, della loparite e di alcuni altri minerali del gruppo è pseudocubica perché lievemente distorta rispetto alla struttura ideale.

Alcuni minerali del gruppo della perovskite formano spesso geminati di compenetrazione (di solito completamente interpenetrati) di forme cubiche con forme ottaedriche (geminazione secondo la legge della fluorite, cioè con piano di geminazione rappresentato da una faccia dell'ottaedro). In alcuni casi questa geminazione ha una utilità diagnostica: la loparite ad esempio, si rinviene più comunemente come geminati cubico-ottaedrici completamente interpenetrati, con forma complessiva appiattita (chiamata “ a disco volante”) che come singoli cristalli cubici o ottaedrici.

Le perovskiti titanifere si decompongono completamente con attacco di acido solforico (H2SO4). Aggiungendo acqua ossigenata (H2O2) la soluzione prima ottenuta si colora intensamente di giallo-arancione (reazione caratteristica della presenza di Ti).

Origine[modifica | modifica sorgente]

È attualmente opinione condivisa nella comunità scientifica internazionale che le perovskiti siano componenti mineralogiche di settori del mantello litosferico (o immediatamente sub-litosferico) metasomatizzati da fluidi mantellici, di provenienza profonda, essenzialmente costituiti dal sottosistema magmatico non silicatico H-C-O (magma tenue, costituito soprattutto dai volatili H2O e CO + CO2). Questa ipotesi sull'ambiente di formazione deriva oltre che da considerazioni petrochimiche anche dalla natura, origine ed assetto strutturale delle rocce nelle quali si rinvengono.

Nei magmi alcalini le perovskiti possono essere presenti sia come xenocristalli mantellici che come precipitati (fenocristalli) magmatici da cristallizzazione frazionata, mentre nelle feniti si formano certamente per blastesi metasomatica indotta nelle rocce incassanti crostali (crosta continentale) da magmi fortemente alcalini. In ogni caso è universalmente riconosciuta la relazione tra perovskiti e fluidi magmatici non silicatici estremamente ricchi in volatili.

Giacitura[modifica | modifica sorgente]

  1. come fasi accessorie in tutti i prodotti del magmatismo da alcalino s.s. a fortemente alcalino (basaniti, tefriti, fonoliti, leucititi, nefeliniti, melanefeliniti, melilititi, lamprofiri, lamproiti, carbonatiti, kimberliti).
  2. come fasi accessorie di rocce crostali profondamente metasomatizzate (feniti) da fluidi provenienti da intrusioni a contatto fortemente alcaline (fenitizzazione).
  3. nella pasta di fondo delle kimberliti e in numerose xenoliti venate di sicura origine mantellica estratte da magmi kimberlitici e appartenenti al gruppo delle MARID (si pronunciano “marìd”) e sono rocce peridotitiche fortemente arricchite in alcali, terre rare (lantanidi, elementi a grande raggio ionico in generale (LILE) e alogeni (soprattutto F).

Forma in cui si presenta in natura[modifica | modifica sorgente]

In cristalli singoli o geminati di compenetrazione.

Perovskiti silicatiche del mantello inferiore[modifica | modifica sorgente]

Esperimenti ad altissime pressioni utilizzando celle ad incudine di diamante hanno dimostrato che con valori di pressione di confinamento maggiori di circa 22 GPa, equivalenti a profondità di circa 660 km, l'olivina mantellica (ad alto contenuto di magnesio) non è più stabile e collassa assumendo una struttura reticolare più densa analoga alla perovskite e con formula chimica (Mg,Fe)2SiO3. Poiché oltre all'olivina la paragenesi fondamentale del mantello superiore comprende pirosseni e granati e anche questi andrebbero in collasso reticolare, i modelli petrologici teorici indicano che la paragenesi del mantello inferiore dovrebbe essere piuttosto omogenea e costituita da una associazione delle tre perovskiti silicatiche (Mg,Fe)2SiO3, Al-(Mg,Fe)2SiO3 e CaSiO3.

Queste fasi mineralogiche, formatesi per riaggiustamento reticolare dei minerali del mantello superiore senza passaggio allo stato liquido ed estremamente dense, mai rinvenute in rocce anche di genesi profonda, sarebbero quindi i minerali più abbondati del mantello inferiore. Su questa ipotesi concordano attualmente petrologi, geochimici, vulcanologi e geofisici.

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