Ossi di seppia

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Ossi di seppia è una raccolta poetica di Eugenio Montale pubblicata nel 1925 da Pietro Gobetti. Consta di 22 liriche brevi composte negli anni dal 1921 al 1925.

Indice

[modifica] La genesi

Ossi di seppia è un libro di gioventù sulla cui nascita non esistono documenti formali e testimonianze dirette da parte dell'autore. Quando la raccolta viene pubblicata, nel 1925, a Torino, per le edizioni gobettiane di "Rivoluzione liberale", essa è già frutto di una selezione piuttosto severa - il volume infatti è assai esile - operata dal poeta tra le liriche giovanili, quelle che lui stesso definirà "protomontaliane". Siamo lontani, con Montale, dai progetti letterari dei maestri della letteratura: il progetto strutturato, sullo stile del canzoniere lirico, appartiene alla stagione più matura di questo poeta. Con ciò, non mancano, come vedremo, elementi di coesione interna tra i componimenti di questa raccolta.
Nel 1983 viene pubblicato, postumo, il diario degli anni di studio di Montale, col titolo di Quaderno genovese. Fu subito evidente l'importanza di quel documento per la scoperta delle origini poetiche di Montale. In esso compaiono infatti riflessioni e rielaborazioni giovanili sui grandi temi della letteratura europea che poi formeranno la struttura semantica della sua poesia: la maschera decadente dell'inetto, del disadattato (il Peer Gynt di Ibsen); l'impotenza di fronte allo scorrere del tempo (Svevo); la vena futurista ed espressionista di un Govoni.
Non meno importante, accanto alle suggestioni emotive delle lunghe e solitarie ore di lettura, anche l'educazione musicale ricevuta fra il 1915 e il 1923. Un non piccolo gruppo di liriche - di cui negli Ossi di seppia rimarrà solo Corno inglese - è dedicato infatti all'ambiziosa intenzione di imitare la musica con le parole.
Per ultimo vanno annotate, nella cornice della genesi poetica di Montale, le lezioni private di filosofia della sorella a cui partecipò come osservatore, e da cui trasse spunto per la lettura dei più prestigiosi spiritualisti francesi, tra cui Boutroux e Amiel.
Ma tutto questo non basta a dare un'idea sufficiente della preparazione intellettuale e spirituale del giovane Montale. Egli aveva la capacità di rielaborare interiormente con profonda originalità tutto ciò che leggeva, per cui modelli, spunti e suggestioni entrano a far parte della sua poetica come un residuo occulto di forme, simboli e ritmi, residuo che costituisce la struttura profonda della sua lingua.

[modifica] La struttura

Ossi di seppia comprende 58 liriche, raccolte in quattro sezioni:Movimenti, Ossi di seppia, Mediterraneo, Meriggi ed ombre; a questi fanno da cornice una introduzione (In limine) e una conclusione (Riviere). Alcuni critici hanno notato, nella struttura delle raccolte montaliane, un alternarsi di serie di liriche brevi e di testi più diffusi (Mengaldo). Questo negli Ossi vale relativamente: più che di un susseguirsi di forme definite, si potrebbe parlare di un alternarsi musicale di movimenti più distesi e meditativi (come l'"adagio" di una sonata) e di sprazzi fulminei di immagini simboliche (come il "presto" o lo "scherzo").
Ecco l'indice completo della raccolta (i titoli in corsivo costituiscono in realtà il primo verso del componimento):

In limine

  • Godi se il vento ch'entra nel pomario

Movimenti

  • I limoni
  • Corno inglese
  • Quasi una fantasia
  • Falsetto

Poesie per Camillo Sbarbaro

  • Caffè a Rapallo
  • Epigramma

Sarcofaghi

  • Dove se ne vanno le ricciute donzelle
  • Ora sia il tuo passo
  • Il fuoco che scoppietta
  • Ma dove cercare la tomba

Altri versi

  • Vento e bandiere
  • Fuscello teso dal muro

Ossi di seppia

Mediterraneo

  • A vortice s’abbatte
  • Antico, sono ubriacato dalla voce
  • Scendendo qualche volta
  • Ho sostato talvolta nelle grotte
  • Giunge a volte repente
  • Noi non sappiamo quale sortiremo
  • Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale
  • Potessi almeno costringere
  • Dissipa tu se lo vuoi

Meriggi e ombre

I

  • Fine dell'infanzia
  • L'agave su lo scoglio
  • Vasca
  • Egloga
  • Flussi
  • Clivo

II

  • Arsenio

III

  • Crisalide
  • Marezzo
  • Casa sul mare
  • I morti
  • Delta
  • Incontro

Riviere

  • Riviere

[modifica] I temi

Tematicamente, la raccolta appare come la risposta negativa e parodistica all'Alcyone dannunziano, ovvero il diario di un'estate alla Cinque Terre (Marchese). Il rovesciamento è centrato sulla figura del mare e sul rapporto ambiguo di attrazione/repulsione che il poeta intesse con esso. Il titolo Ossi di seppia allude infatti allo scheletro dell'animale marino che dopo la morte galleggia sulle onde ed è trascinato a riva tra gli scarti delle profondità acquatiche, come "inutile maceria". Simbolo della maturità (profondità; orizzonte lontano e indefinibile), il mare rigetta spolpato di senso colui (l'adolescente) che esso ha assorbito nella sua fascinazione. Montale dunque affronta il tema del tempo – il tempo della vita – riducendolo a simbolo dell'alienazione e del male ("il male di vivere"), mentre D'Annunzio lo ferma in un gesto panico di ricreazione mitologica, dialogando con le divine manifestazioni del vitalismo naturale.
Il male diventa così il controcanto ossessivo (quasi leopardiano) dell'ispirazione del primo Montale: il male della "necessità" che ci stringe e la cui unica alternativa è il caso, o il "miracolo" di un'apparizione (la figura femminile) che non è comunque riservato a noi. La critica parla, a questo proposito, di posizioni pre-esistenzialiste. Ma l'impressione di chi legge non è mai l'angoscia e la negatività emotiva: ciò che si percepisce è soprattutto la ricchezza – ancora una volta "musicale" – di cose e di termini. Come scrive Pier Vincenzo Mengaldo: «… l'individuo che non riesce a vivere, a rigore neppure ad essere, proprio per ciò è massimamente capace di vedere e registrare; e la vita che non dà senso globale proprio per ciò è aggredita, non solo catalogata nei suoi aspetti fenomenici con una straordinaria aderenza al pullulare dei dati concreti e una vera e propria furia di nominazione. Ecco allora che contenuti dominati dal senso della negatività e della disgregazione vengono detti in uno stile niente affatto disgregato e smozzicato, anzi quanto mai compatto, assertivo, deciso, insomma eloquente: la compresenza di uno spirito che nega e di un pronuncia fortemente asseverativa e rotonda, che già si era data in altri modi nei padri fondatori quali Leopardi e Baudelaire, torna negli Ossi ed è uno dei motivi primo della loro importanza, permanente.» (P.V. Mengaldo, L'opera in versi di Eugenio Montale, in: Asor Rosa (a cura di), Letteratura italiana, vol. 9, Le opere, Einaudi).
In dettaglio: mentre Movimenti appartiene ancora al "protomontale" - con la comparsa di suggestioni filosofiche di tipo contingentista (I limoni e Falsetto) – nei Sarcofaghi domina il tema dell'infanzia e dell'adolescenza, e dei loro miti dai quali è necessario staccarsi, anche se l'esito è la condizione dolorosa di una maturità alienante (Dove se ne vanno le ricciute donzelle). Fondamentale sotto ogni aspetto è naturalmente la sezione Ossi di seppia: tra le allucinanti apparizioni di un universo in crisi che è sempre sul punto di dissolversi, Montale attua una costruzione filosofica di profondo significato fenomenologico ed esistenziale, di cui diremo più avanti ( Non chiederci la parola; Meriggiare pallido e assorto; Spesso il male di vivere ho incontrato; Cigola la carrucola del pozzo). In Mediterraneo viene in piena luce il tema del mare, sviluppato sul piano del rapporto esistenziale tra adolescenza e maturità (Scendendo qualche volta). Con Meriggi e ombre Montale "ripercorre idealmente la storia della propria vita" (A. Marchese) da Fine dell'infanzia ad Arsenio, che rappresenta il grande contributo montaliano alla figura novecentesca dell'antieroe e per la cui comprensione la critica rimanda alla lettura del Consalvo di Leopardi.

[modifica] Montale e la fenomenologia

Fra il 1913 e il 1929 acquista risonanza in Europa il pensiero filosofico di Edmund Husserl, noto col nome di fenomenologia. L'isolamento culturale dell'Italia fascista e le circoscritte basi filosofiche del giovane Montale fanno della coincidenza tra Ossi di seppia e le "Idee per una fenomenologia trascendentale" di Husserl un puro evento cronologico. Sul quale tuttavia è interessante fare alcune riflessioni.
Il mondo della scienza viene sconvolto - nei primissimi anni del Novecento - da una ondata "revisionista" di portata epocale, che non riguarda solo i rapporti tra scienza e realtà (che non si riduce cioè a una critica esterna di tipo filosofico o sociologico), ma investe direttamente i fondamenti stessi del sistema, portando all'"esplosione" dell'edificio che regnava sovrano sulla cultura occidentale da duemila anni. Da Nietzsche ad Einstein, da Freud a Russell, la maggior parte di ciò che viene scritto nei primi trent'anni del Novecento in ambito filosofico e scientifico contribuisce al radicale superamento di quelli che erano ritenuti i più indiscutibili presupposti concettuali e epistemologici della scienza.
In questo panorama, non c'è dubbio che il contributo maggiore sul piano della filosofia teoretica sia stato dato dalla fenomenologia husserliana. Due sono gli elementi di quella teoria su cui qui occorre portare l'attenzione: il concetto di intenzionalità e l'epoché fenomenologica. Attraverso il concetto di "intenzionalità" entra definitivamente nel conto della visione scientifica del mondo la consapevolezza che ogni oggetto si fa presente solo nel momento in cui qualcuno lo vede, ed è quindi strutturalmente inseparabile dallo "stato d'animo" di chi guarda. La luce della conoscenza colora sempre il mondo; nell'oggetto c'è sempre una proiezione del soggetto. Ma proprio per questo, è compito della filosofia inventariare gli stati soggettivi della conoscenza (le "intenzioni") per riconoscerli e separarli dall'oggetto in sé: la sospensione di ogni giudizio sulle cose in quanto cose (epoché) è l'atto intellettuale per mezzo del quale noi dobbiamo porre tra parentesi ogni pregiudizio e pre-conoscenza acquisita, per lasciare che le cose ci appaiano spoglie ed essenziali, così come sono in sé, nell'attesa che da questa rinuncia a ogni interpretazione prefabbricata emerga la loro "verità", la loro vera sostanza. "Andare verso le cose stesse" è per Husserl prima di tutto una "purificazione" del pensiero dalle sue vere o false sicurezze, un approssimarsi libero e spoglio a un mondo finalmente autentico non ridotto a specchio della nostra mente.
La sconvolgente rivelazione di questa filosofia può forse apparire offuscata dalla difficoltà del ragionamento che essa sottende. Ma proprio in questo conflitto con un pensiero che si cela dietro l'ostacolo della sua apparente lontananza, si infila la voce della poesia. Per qualche ragione che appartiene alla sua natura più profonda, lo spirito del tempo dice con uomini e lingue diverse le stesse cose.
E dunque Montale. Come "appaiono" gli "oggetti" del suo discorso? A cosa serve la parola, negli Ossi? "Apparire" è il verbo giusto per esprimere il rapporto tra Montale e la realtà. Contrariamente all'atteggiamento di chi parte da un lessico precostituito per catturare il mondo come in una rete e ridurlo ad oggetto della propria volontà (il D'Annunzio di Alcyone, per fare un esempio non casuale: dove la "poetica" precede intenzionalmente, appunto, la realtà, e la deforma ideologicamente facendone un teatrino di fantasmi ed apparizioni ad uso e consumo del poeta), Montale enumera le cose così come appaiano, le espone senza una struttura di riferimento storico o letterario (senza sintassi e con un uso misurato delle citazioni), facendosi in qualche modo trasparente. Il poeta non è più colui che ci parla del (suo) mondo, ma si fa voce di un "altro" mondo. Sembra di leggere Rimbaud o Paul Verlaine; ma sotto Montale c'è altro. L'"altro mondo" che appare nelle parole del poeta genovese non è più il mondo dell'inconscio - un mondo oscuro, certo, ma comunque umano. L'"altro mondo" degli Ossi è il mondo e basta, quello che ci sta di fronte nella sua banalità e che, lasciato essere quello che è, appare improvvisamente estraneo e portatore di una tremenda insignificanza. Liberando lo sguardo della poesia dalle "intenzioni" del poeta (dalla sua poetica), le cose ci vengono dette nella loro essenzialità, come sono in se stesse: che cos'è un muro, una crepa nel suolo, o un coccio di bottiglia? Non c'è nessun simbolo, nessuna "epifania", nessuna misteriosa corrispondenza. Il poeta, che ha sospeso ogni attesa e ogni pretesa dalla e sulla realtà (epoché), ci mette di fronte ad una grande... assenza di significato. Da una parte noi, dall'altra le cose, in mezzo nessuno. Se questa non è fenomenologia, certo è cosa che le assomiglia, perché anche qui è venuto mancare proprio ciò di cui Husserl aveva decretato la fine: l'arroganza della convinzione che il mondo abbia bisogno dell'uomo per esistere.
Ovviamente la filosofia non si incarica di esprimere giudizi, e ciò che essa scopre diventa un patrimonio che l'umanità deve saper valorizzare; con la poesia, invece, la lingua non può perdere la possibilità di "esprimere". Ma cosa si può esprimere di fronte all'estraneità, alla perdita, alla lontananza di ciò che ritenevamo "nostro" in un modo profondo e naturale: il mondo, nel senso della "casa dell'uomo"? In Montale lo "spaesamento" ha generato gli Ossi di seppia: una poesia contro l'esistenza, contro la vita, contro il "sentimento"; un'opera corrosiva e scabra, che è tuttavia il primo vero capolavoro della letteratura italiana del Novecento.
Il servizio che Montale ci ha reso è fondamentale: a prescindere dalla sua particolare disposizione emotiva nei confronti della "crisi" di cui fu inconsapevole portavoce - disposizione dettata dalle condizioni storiche in cui si trovò a dover operare - gli Ossi di seppia ci hanno apparecchiato, assieme ai componimenti di Ungaretti e alle pagine di Pirandello, la lingua del Novecento.

[modifica] La struttura ritmica

Il tempo in cui furono scritti gli Ossi di seppia fu quello "versoliberista" di futuristi e vociani: la rottura del ritmo, della forma, della stessa struttura sintattica nei suoi componenti elementari, era allora, in Italia, la bandiera della modernità letteraria. L'apparente distacco di Montale dagli eventi esterni - apparente in quanto egli seppe fare i conti con essi, trasformandoli alla luce delle proprie esigenze - si traduce in questa raccolta in una consapevole e misurata ricostruzione del verso nella sua forma "classica". Montale sembra dirci che una poetica che abbia come oggetto la disgregazione del senso e della vita può servirsi con più utilità, per raggiungere i suoi scopi, di una forma chiara e semplice nella sua rigorosità costruttiva. Si può notare in questa preferenza per lo stile classico del verso un parallelo con l'atteggiamento dannunziano, che va tuttavia distinto: in D'Annunzio il recupero del passato è funzionale ad un "messaggio" ideologico, a una "programma" poetico che intende agganciare un'idea di cultura già presente nella memoria storica con il suo bagaglio di simboli e significati. Nel nostro, il classico è uno strumento linguistico-formale, un contenitore trasparente (una "scatola di vetro") che permette ai contenuti di trasparire con più evidenza. Tutto il contrario dello sperimentalismo delle avanguardie, i cui "effetti speciali" di rottura e di provocazione superano il valore stesso dei contenuti. In qualche modo si può paragonare la struttura ritmica degli Ossi di seppia a quella delle Myricae di Pascoli, per il quale vale lo stesso discorso.
La semplice classicità di Montale è arricchita da un uso straordinario, per raffinatezza e virtuosismo, della musicalità della lingua: certamente, da questo punto di vista, egli rappresenta una vetta assoluta nella poesia italiana del Novecento. Rime, assonanze e consonanze, nonché l'uso raffinato della sintassi poetica, fanno di ogni componimento degli Ossi una miniera di effetti sonori.
In sintesi: più che tentare una generica schematizzazione delle forme metriche negli Ossi, forniamo un quadro metrico dei componimenti più importanti della raccolta, da cui è facile ricavare una chiara immagine complessiva dello stile metrico dell'opera:

Titolo Genere metrico Versificazione
In limine Quartine irregolari a rime incrociate e alternate Endecasillabi e settenari
I limoni Verso libero - Corno inglese Verso libero  
Falsetto Tre strofe "a canzone" con distico finale Versi vari
Non chiederci la parola Quartine Versi vari
Meriggiare pallido e assorto Quartine irregolari Versi liberi
Mia vita, a te non chiedo Quartine Endecasillabi
Portami il girasole Quartine Versi liberi
Spesso il male di vivere Quartine Endecasillabi
Gloria de disteso mezzogiorno Quartine Versi vari
Il canneto rispunta i suoi cimelli Quartine Endecasillabi
Forse un mattino andando Quartine Versi liberi
Cigola la carrucola del pozzo   Endecasillabi
Arremba su la strinata proda Quartine Versi liberi

[modifica] La lingua

La lingua di un poeta può contare numerose e diversissime fonti di ispirazione: i modelli classici della letteratura, le letture di autori stranieri, le esperienze culturali provenienti dal mondo circostante. Così per Montale: musica e pittura, e in gran copia la lingua di Dante, di D'Annunzio e di Pascoli. Il "dantismo" di Montale è generalmente considerato un fenomeno unico nel Novecento italiano per intensità e attualizzazione delle situazioni: la lingua pietrosa e aspra e il fascino della condizione umana "infernali" hanno trovato in Montale una eco di grande forza. Come già si diceva per le scelte metriche della raccolta, anche le citazioni non hanno lo scopo di istituire un collegamento con un passato idealizzato - quasi una sorta di passaggio di testimone tra poeti "incoronati" -, ma quello puramente strumentale di arricchire la lingua di apporti espressivi, anche se la citazione di un classico trascina sempre con se i risvolti profondi del suo mondo di riferimento (Meriggiare).
Si diceva, inoltre, di Pascoli e D'Annunzio. L'importanza di Pascoli nella storia della poesia del Novecento è immensa: egli fu l'artefice primo della lingua poetica del nuovo secolo, e fu sul suo modello che operarono quasi tutti i poeti tra il 1900 e il 1940. In sintesi, la lezione di Pascoli, perfettamente assorbita da Montale, fu la scelta di una terminologia esatta e specifica, soprattutto per gli elementi della flora e della fauna: la scientificità di una lingua trasformata in lente di ingrandimento per tutto ciò che è piccolo e comune, così comune da non avere nome (almeno in letteratura); il senso di una natura ostile e minacciosa; un certo "impressionismo interiore" (Mengaldo) caratterizzato dall'associazione quasi sinestesica tra eventi naturali e situazioni emotive (Mediterraneo, Scendendo qualche volta). A D'Annunzio, infine, va ricondotta - come già detto - la ricerca metrico-ritmica, e il gusto per l'invenzione delle parole, che si può far risalire al rapporto privilegiato con la natura, in alcuni momenti deformata allo sguardo del poeta dalla sua stessa forza vitale - non più positiva come in Alcyone ma negativa.
Esiste un nesso tra l'"aura" fenomenologica della poetica degli Ossi di seppia e le scelte linguistiche del loro autore; seguendo la lezione critica di Pier Vincenzo Mengaldo [L'opera in versi di E. Montale, cit. pp. 653/5], possiamo così individuarlo:

  1. l'uso di parole rare non per la loro forma, ma per il loro ricorrere una volta sola in tutta la raccolta – in tal senso l'unicità oggettiva di ogni cosa è definitivamente marcata da un suo segno linguistico irripetibile;
  2. la scelta di singole parole "letterarie" (soprattutto dantesche e dannunziane) private di un contesto riconoscibile, tale che il lettore possa subito vedere in trasparenza la loro origine, trasforma anch’esse in elementi espressionistici utili a marcare la rarità delle cose, più che delle parole;
  3. L'uso di una terminologia precisa impedisce il crearsi di qualsiasi alone simbolico attorno alle parole: più che evocare qualcos’altro, la parola di Montale "rimbalza" sul lettore come una domanda che non ha ricevuto risposta.

Il soggettivismo linguistico di Montale (che consiste in una assoluta libertà di scelta nel repertorio lessicale – dalla lingua storica a quella scientifica) diviene, paradossalmente, lo strumento più efficace per denotare le cose di una forte oggettività.

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