Nuova macroeconomia keynesiana

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La nuova macroeconomia keynesiana (NMK) o nuova economia keynesiana (NEK) è una scuola di pensiero economica che, in risposta alle conclusioni della nuova macroeconomia classica riabilita l'economia keynesiana, riprendendone l'impostazione ma arricchendola di nuovi concetti. Due ipotesi principali definiscono l'approccio Neo Keynesiano alla macroeconomia. Come per l'approccio neoclassico, l'analisi macroeconomica dei Neo Keynesiani di solito presume che le famiglie e le imprese abbiano proprie Aspettative razionali. Le due scuole tuttavia differiscono nel fatto che l'analisi Neo Keynesiana di solito presupponga una varietà di difetti di mercato. In particolare, i Neo Keynesiani ritengono che i prezzi e i salari siano "sticky" cioè vischiosi, significa che essi non si adeguano istantaneamente alle variazioni delle condizioni economiche.

La vischiosità dei prezzi e dei salari, e le altre variabili del mercato presenti nei modelli Neo Keynesiani, implicano che l'economia possa fallire dall'ottenere la massima occupazione. Per cui, i Neo Keynesiani sostengono che la stabilizzazione macroeconomica con intervento dei governi centrali (usando la politica fiscale) o delle banche centrali (usando la politica monetaria) può portare ad un risultato più efficace di una politica macroeconomica del laissez faire.

Teorie della nuova macroeconomia keynesiana[modifica | modifica sorgente]

Tra le teorie principali possono annoverarsi la teoria insider-outsider di Assar Lindbeck e Dennis Snower, la teoria dei contratti periodici di Stanley Fischer e John B. Taylor, la teoria dei contratti impliciti (precedente alla nuova macroeconomia classica, ma riutilizzata nell'ambito della NMK), la teoria dell'isteresi di Olivier Blanchard e Lawrence Summers, la teoria dei salari efficienti, principalmente attribuita a Joseph Stiglitz e Carl Shapiro.

Origini[modifica | modifica sorgente]

I primi contributi alla teoria Neo Keynersiana furono redatti da N. Gregory Mankiw e David Romer in New Keynesian Economics, volume 1 e 2.[1] Gli argomenti di questi due volumi focalizzano principalmente sulle microfondazioni, che sarebbero, elementi microeconomici che possono produrre effetti macroeconomici Keynesiani, e non cercano ancora di costruire modelli macroeconomici completi.

Più di recente, i macroeconomisti hanno iniziato a costruire modelli dinamici e stocastici di equilibrio economico generale (dynamic stochastic general equilibrium models o DSGE models) con le caratteristiche Keynesiane. La metodologia DSGE modeling dei Neo Keynesiani è illustrata dal libro di Michael Woodford Interest and Prices: Foundations of a Theory of Monetary Policy.[2] Gli economisti stanno ora attivamente studiando modelli quantitativi di questo tipo,[3][4] e li stanno impiegando per analizzare l'ottimizzazione monetaria e la politica fiscale.

Microfondazioni di vischiosità dei prezzi[modifica | modifica sorgente]

Le 'Nominal rigidities', cioè, le vischiosità dei salari e dei prezzi, costituiscono un aspetto centrale dei modelli Neo Keynesiani. Perché i prezzi si dovrebbero adeguare lentamente? Una spiegazione comune data dai Neo Keynesiani è la presenza di 'menu cost', che significa piccoli costi che devono essere pagati in modo da aggiustare la Real versus nominal value ovvero il valore nominale dei prezzi. Per esempio, i costi per costruire un nuovo catalogo, price list, o menu sarebbero considerati costi indicativi. Anche se questi costi sembrano irrisori, i Neo Keynesiani spiegano come essi possano amplificare le short-run fluctuations, (fluttuazioni di breve corso). Non solo le imprese devono pagare per cambiare i prezzi, ma anche, secondo N. Gregory Mankiw, vi sono effetti collaterali che camminano assieme alle variazioni dei prezzi.[5] Come scrive Mankiw, una ditta che abbassa i propri prezzi a causa di una diminuzione dell'offerta di denaro contribuirà all'aumento del reddito reale dei clienti di tale prodotto. Ciò permetterà al compratore di acquistarne di più, ma non necessariamente dalla ditta che ne ha abbassato i prezzi. E poiché le imprese non ricevono il massimo del beneficio dalla riduzione dei propri prezzi il loro incentivo a ridurre i prezzi in risposta ad eventi macroeconomici diminuisce.

Studi recenti (e.g. Golosov and Lucas)[6] fanno rilevare che l'entità del menu-cost necessaria per far corrispondere i micro-dati di aggiustamento dei prezzi all'interno di un modello di ciclo economico altrimenti standard è eccessivamente alta per giustificare la tesi stessa del menu-cost. La ragione di ciò è che tali modelli mancano di "real rigidity" (si veda Ball e Romer). Che è una proprietà per cui i guadagni non vengano schiacciati da grossi aggiustamenti in fattore prezzi (tipo i salari) che possono avvenire in risposta allo shock monetario. Modelli Neo Keynesiani più moderni affrontano la questione assumendo che il mercato del lavoro è segmentato, in modo tale che l'aumento dell'impiego da parte di una determinata impresa non determina allo stesso tempo la diminuzione dei profitti per le altre imprese (si veda Woodford 2003).

Altre fonti sulla viscosità dei prezzi includono:

  • Economia di scala - ovvero riduzione del costo per unità risultante dall'incremento della produzione, realizzata attraverso l'efficienza operativa. Le economie di scala si possono raggiungere perché se la produzione aumenta, il costo per produrre ogni singola unità addizionale diminuisce.[2]
  • contratti impliciti
  • effetti di bilancio
  • variazioni cicliche dei profitti
  • thick market externalities (in a spacial model) [3] Quando gli agenti sono in stretta vicinanza fisica, potenziali partner commerciali sono più numerosi e meno costosi da raggiungere. (preferenza dei prodotti e manufatti locali a quelli importati per risparmiare sui costi di trasporto ecc.)
  • outward shifts in labour supply curves
  • efficienza salariale
  • selezione avversa

Altri elementi microeconomici[modifica | modifica sorgente]

Oltre alla viscosità dei prezzi, un'altra imperfezione di mercato costruita nella maggior parte dei modelli neokeynesiani è l'assunzione che le ditte siano monopolistiche.[7] Infatti, senza una sorta di potere monopolistico non avrebbe senso assumere la viscosità dei prezzi, perché in un regime di competizione, qualsiasi ditta che applichi un prezzo appena superiore alle altre sarebbe in condizioni di non vendere, e ogni ditta che applichi un prezzo appena inferiore alle altre sarebbe obbligata a vendere di più di ciò che in realtà produce proficuamente. Per cui i Neo Keynesiani presumono che le ditte usino il loro potere di mercato per mantenere i propri prezzi sopra al costo marginale, cosicché anche se essi falliscono nel applicare prezzi ottimali essi rimangono in ogni caso con un profitto. Molti studi macroeconomici hanno stimato il tipico grado del potere di mercato delle ditte, per cui questa informazione può essere usata come parametro per i modelli neokeynesiani.

Altri elementi microeconomici che appaiono in alcuni modelli neokeynesiani (sebbene non così comunemente come la viscosità dei prezzi e la competizione imperfetta) sono i seguenti:

Modelli neokeynesiani DSGE[modifica | modifica sorgente]

In seguito al lavoro pionieristico, esaminato nei volumi di Mankiw e Romer, su che tipo di elementi microeconomici possano produrre effetti macroeconomici keynesiani, gli economisti iniziarono a mettere insieme questi pezzi per costruire modelli macroeconomici. Questi modelli descrivono le decisioni delle famiglie, delle imprese monopolistiche competitive, del governo o della banca centrale, e a volte di altri agenti economici. Le imprese monopolistiche si presume che affrontino alcuni tipi di vischiosità dei prezzi, cosicché ogni volta che le imprese riaggiustano i propri prezzi, esse devono tenere a mente che tali prezzi probabilmente resteranno invariati più a lungo di quanto esse stesse vorrebbero. Molti modelli presumono che anche i salari siano rigidi. La produzione totale è determinata dagli acquisti delle famiglie, che dipendono dai prezzi imposti dalle imprese. Siccome il comportamento macroeconomico deriva dall'interazione delle decisioni di tutti questi agenti, che agiscono nel corso del tempo, in faccia all'incertezza sulle condizioni future, questi modelli sono classificati come dynamic stochastic general equilibrium (DSGE) models. I parametri del modello sono di solito stimati o scelti in modo da far sì che le dinamiche del modello riporti similmente i dati macroeconomici attuali del paese o della regione che viene studiata. Questa metodologia di modello è esaminata in Woodford (2003), op. cit.

Implicazioni politiche[modifica | modifica sorgente]

Gli economisti neokeynesiani sono completamente d'accordo con gli economisti Neoclassici sul fatto che nel lungo periodo, valga la dicotomia classica: i cambiamenti nell'offerta di moneta sono neutrali. Tuttavia, per il fatto che i prezzi nei modelli neokeynesiani sono vischiosi, un incremento nell'offerta di moneta, (o in equivalenza, un calo nei tassi di interesse) fa aumentare l'offerta e diminuire la disoccupazione nel breve periodo.

Comunque, gli economisti neokeynesiani non supportano l'uso di una politica monetaria espansiva che permetta guadagni a breve per l'offerta e l'impiego, perché ciò farebbe crescere le aspettative inflative e così accumulerebbe i problemi per il futuro. Invece, essi supportano l'uso di politiche monetarie per la stabilizzazione. Cioè, incrementare improvvisamente l'offerta di denaro per produrre un temporaneo boom economico non è raccomandato perché eliminare le crescenti aspettative inflative sarebbe impossibile senza produrre recessione. Tuttavia quando l'economia è colpita da un inatteso choc esterno, sarebbe una buona idea quella di compensare gli effetti macroeconomici dello choc con la politica monetaria. Ciò è particolarmente vero se l'inatteso choc (come una caduta della fiducia dei consumatori) è del tipo che tende a far decrescere sia l'offerta che l'inflazione; in tal caso, espandere l'offerta di denaro (abbassando i tassi di interessi) aiuta facendo aumentare l'offerta e nello stesso tempo stabilizzando l'inflazione e le aspettative inflative.

Studi sulla politica monetaria ottimale nei modelli DSGE neokeynesiani focalizzati sulle regole sui tassi di interesse (specialmente la 'Regola di Taylor'), specificano come la banca centrale dovrebbe aggiustare il tasso nominale di interesse in risposta ai cambiamenti nell'inflazione e nell'offerta. (Più precisamente, ottime regole di solito reagiscono ai cambiamenti nell'output gap, piuttosto che ai cambiamenti dell'offerta per se.) In alcuni semplici modelli DSGE neokeynesiani, si riscontra che stabilizzare l'inflazione è sufficiente, perché mantenere perfettamente stabile l'inflazione nello stesso tempo aiuta a mantenere stabile sia l'offerta che l'impiego al massimo livello desiderabile. Blanchard e Galí hanno battezzato questa proprietà la 'divine coincidence'.[13] Tuttavia, essi mostrano anche che in modelli con più di un'imperfezione di mercato (per esempio, frizioni nell'aggiustare il livello di impiego, così come la vischiosità dei prezzi), non c'è più una 'divine coincidence', e c'è invece un compromesso tra la stabilizzazione dell'inflazione e la stabilizzazione dell'impiego.[12]

Relazioni con altre scuole macroeconomiche[modifica | modifica sorgente]

Nel corso degli anni, una sequenza di "nuove" teorie macroeconomiche relative od opposte alla Keynesianism sono state influenti.[14] Dopo la seconda guerra mondiale, Paul Samuelson usò il termine neoclassical synthesis per riferirsi all'integrazione dell'economia keynesiana con l'economia neoclassical economics. L'idea era che il governo e la banca centrale mantenessero sommario pieno impiego, in modo che le nozioni dell'economia neoclassica - centrate sull'assioma dell'universalità della scarcity— si potessero applicare. il modello di John Hicks' IS/LM fu centrale nella sintesi neoclassica.

Più tardi il lavoro di economisti come James Tobin e Franco Modigliani che implicava più enfasi nelle microfoundations di consumi e investimenti fu a volte chiamato neo-Keynesianism. Esso è spesso in contrasto con il post-Keynesianism di Paul Davidson, che enfatizza il ruolo fondamentale dell'incertezza nella vita economica, specialmente per ciò che concerne le questioni degli investimenti fissi dei privati.

Il neokeynesianismo, con John B. Taylor, Stanley Fischer, Gregory Mankiw, David Romer, Olivier Blanchard, Nobuhiro Kiyotaki, Jordi Galí, e Michael Woodford, è una risposta a Robert Lucas e alla scuola neoclassica. Tale scuola criticava l'inconsistenza della teoria economica keynesiana in funzione del concetto di "rational expectations". I neo classici combinavano un unico equilibrio market-clearing (in pieno impiego) con aspettative razionali. I neokeynesiani usano le "microfondazioni" per dimostrare che la vischiosità dei prezzi impedisce ai mercati di schiarirsi. Così, l'equilibrio basato sulle aspettative razionali non ha bisogno di essere unico.

Laddove la sintesi neoclassica sperava che la politica fiscale e la politica monetaria potessero mantener il pieno impiego, i neoclassici asserivano che gli aggiustamenti nei prezzi e nei salari avrebbero automaticamente raggiunto quest'obiettivo nel breve periodo. I neokeynesiani, d'altra parte, vedono il pieno impiego come automaticamente raggiunto solo nel lungo periodo, poiché i prezzi sono vischiosi nel periodo breve. Le politiché del governo e della banca centrale sono necessarie perché il lungo periodo potrebbe essere molto lungo.

Enfasi è stata espressa anche durante la crisi globale economica e finanziaria del 2008 rispetto allo sforzo di Keynes sull'importanza del coordinamento tra le politiche macroeconomiche (stimolo monetario e fiscale) e su istituzioni economiche internazionali come la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, e il mantenimento di un sistema di libero scambio economico (open trading system). Ciò è riflesso nel lavoro degli economisti del FMI[15] e di Donald Markwell[16].

Esponenti della nuova macroeconomia keynesiana[modifica | modifica sorgente]

I principali studiosi, i cui contributi possono essere ricondotti a questa scuola di pensiero, sono:

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Bruno Jossa, Macroeconomia, Padova, Cedam, 2000, pp. 515-546, ISBN 88-13-22280-7.

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ N. Gregory Mankiw and David Romer, eds., (1991), New Keynesian Economics. Vol. 1: Imperfect competition and sticky prices, MIT Press, ISBN 0-262-63133-4. Vol. 2: Coordination Failures and Real Rigidities. MIT Press, ISBN 0-262-63134-2.
  2. ^ Michael Woodford (2003), Interest and Prices: Foundations of a Theory of Monetary Policy. Princeton University Press, ISBN 0-691-01049-8.
  3. ^ Lawrence Christiano, Martin Eichenbaum, and Charles Evans (2005), "Nominal rigidities and the dynamic effects of a shock to monetary policy", Journal of Political Economy 113 (1), pp. 1-45.
  4. ^ Frank Smets and Raf Wouters (2003), "An estimated stochastic dynamic general equilibrium model of the euro area", Journal of the European Economic Association 1 (5), pp. 1123-1175.
  5. ^ N. Gregory Mankiw (1985), 'Small menu costs and large business cycles: a macroeconomic model of monopoly'. Quarterly Journal of Economics 100, pp. 529-39. Reprinted as Ch. 1 of Mankiw and Romer, op. cit.
  6. ^ Mikhail Golosov and Robert E. Lucas, Jr. (2003), 'Menu costs and Phillips curves'. National Bureau of Economic Research Working Paper #10187, Cambridge, Mass.
  7. ^ Olivier Jean Blanchard, Kiyotaki, Nobuhiro, Monopolistic competition and the effects of aggregate demand in American Economic Review, vol. 77, nº 4, The American Economic Review, Vol. 77, No. 4, 1987, pp. 647–666. Reprinted as Ch. 13 of Mankiw and Romer, op. cit.
  8. ^ Ben Bernanke, Gertler, Mark, Agency Costs, Net Worth, and Business Fluctuations in American Economic Review, vol. 79, nº 1, The American Economic Review, Vol. 79, No. 1, 1989, pp. 14–31.
  9. ^ Nobuhiro Kiyotaki, Moore, John H., Credit cycles in Journal of Political Economy, vol. 105, nº 2, 1997, pp. 211–248, DOI:10.1086/262072.
  10. ^ Russell Cooper, John, Andrew, Coordinating coordination failures in Keynesian models in Quarterly Journal of Economics, vol. 103, nº 3, The Quarterly Journal of Economics, Vol. 103, No. 3, 1988, pp. 441–463, DOI:10.2307/1885539. Reprinted as Ch. 16 of Mankiw and Romer, op. cit.
  11. ^ Carl Shapiro, Stiglitz, Joseph, Equilibrium unemployment as a worker discipline device in Quarterly Journal of Economics, vol. 74, nº 3, The American Economic Review, Vol. 74, No. 3, 1984, pp. 433–444.
  12. ^ a b Olivier Blanchard, Galí, Jordi, A New Keynesian model with unemployment, CFS working paper 2007/08, Center for Financial Studies, Goethe University, Frankfurt, 2007.
  13. ^ Olivier Blanchard, Galí, Jordi, Real wage rigidities and the New Keynesian model in Journal of Money, Credit, and Banking, vol. 39, nº 1, 2007, pp. 35–65, DOI:10.1111/j.1538-4616.2007.00015.x.
  14. ^ Michael Woodford (1999), 'Revolution and evolution in 20th century macroeconomics, mimeo, Columbia University.
  15. ^ Fiscal Policy for the Crisis, prepared by the IMF Fiscal Affairs and Research Departments (Antonio Spilimbergo, Steve Symansky, Olivier Blanchard, and Carlo Cottarelli)December 29, 2008 [1]
  16. ^ Donald Markwell, John Maynard Keynes and International Relations: Economic Paths to War and Peace, Oxford University Press, 2006.
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