Numero di Dunbar

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Il numero di Dunbar è una quantificazione numerica del limite cognitivo teorico che concerne il numero di persone con cui un individuo è in grado di mantenere relazioni sociali stabili, ossia relazioni nelle quali un individuo conosce l'identità di ciascuna persona e come queste persone si relazionano con ognuna delle altre.[1][2][3][4][5][6]

Concetto[modifica | modifica wikitesto]

Il numero è stato introdotto dall'antropologo britannico Robin Dunbar, il quale ha individuato una correlazione tra le dimensioni dell'encefalo dei primati e quelle dei gruppi sociali degli stessi. In seguito, Dunbar applicò la sua teoria usando le dimensioni medie dell'encefalo umano: evincendolo dai risultati degli studi sui primati, giunse alla conclusione che gli esseri umani sono in grado di mantenere solo 150 relazioni sociali stabili.[7]

I sostenitori della teoria asseriscono che un numero di persone superiore a quello di Dunbar necessita di regole e norme più restrittive per mantenere il gruppo stabile e coeso.

Le stime sul valore del numero di Dunbar, in realtà, oscillano tra 100 e 250, ma l'approssimazione adoperata di solito è 150.[8][9] Il numero prende in considerazione solo le persone che un individuo conosce e con le quali è effettivamente in contatto, escludendo meri conoscenti, nonché persone con le quali abbia interrotto i rapporti. Se fossero prese in considerazione queste ulteriori tipologie di relazioni sociali, il numero potrebbe essere molto più alto e ciò, presumibilmente, dipenderebbe dalle dimensioni della memoria a lungo termine.

Dunbar ha teorizzato che: "questo limite è funzione diretta della dimensione relativa della neocorteccia, che a sua volta limita la dimensione del gruppo... Il limite imposto dalla capacità di elaborazione neocorticale riguarda il numero di individui con i quali può essere mantenuta una relazione interpersonale stabile." Il numero include, ad esempio, soggetti come ex compagni di classe con i quali un individuo potrebbe essere interessato a rientrare in contatto.[10]

Background di ricerca[modifica | modifica wikitesto]

I primatologi hanno osservato che, a causa della loro natura altamente sociale, i primati devono mantenere un contatto personale con gli altri membri del gruppo sociale di appartenenza, di solito mediante il social grooming. I gruppi sociali funzionano come cricche di protezione interne ai gruppi di dimensioni più grandi in cui i primati vivono. Il numero dei membri del gruppo sociale di cui un primate può seguire le tracce è limitato dal volume della neocorteccia. Ciò suggerisce che vi è un valore indicativo della dimensione del gruppo che varia da specie a specie e che è computabile a partire dal volume neocorticale medio della specie.

Nel 1992,[1] Dunbar ha utilizzato la correlazione osservata per i primati non umani per prevedere la dimensione dei gruppi sociali degli esseri umani. Tramite un'equazione di regressione sui dati di 38 generi di primati, Dunbar ha predetto una "dimensione media del gruppo umano" di 148 (arrotondato a 150), un risultato che considerava indicativo a causa del largo margine di errore (un intervallo di confidenza del 95% dei 100-230).[1]

Dunbar ha poi confrontato questa previsione con le effettive dimensioni osservabili nei gruppi di umani. Partendo dal presupposto che l'attuale dimensione media della neocorteccia umana si è sviluppata circa 250.000 anni fa, durante il Pleistocene, Dunbar ha cercato informazioni utili nella letteratura antropologica ed etnografica riguardante le società di cacciatori-raccoglitori ancora esistenti, vicine, quanto a usi e costumi, a come gli antropologi ricostruiscono le società del Pleistocene. Dunbar ha osservato che in queste società "preistoriche" possono essere individuate tre categorie di gruppi sociali - di piccole, medie e grandi dimensioni, corrispondenti a bande, gruppi di lignaggio culturale e tribù - con le rispettive dimensioni di 30-50, 100-200 e 500-2500 membri ciascuno.

Le indagini di Dunbar sulle dimensioni di villaggi e tribù apparvero avvicinarsi al valore previsto. Dunbar ha sostenuto che 150 rappresenterebbe la dimensione media del gruppo solo per quelle comunità che hanno un forte incentivo a rimanere insieme. Secondo Dunbar affinché un gruppo di queste dimensioni possa rimanere coeso, ben il 42% del tempo del gruppo dovrebbe essere dedicato al "social grooming". Inoltre, egli ha osservato che gruppi del genere sono quasi sempre fisicamente vicini: "Un ulteriore limite alle dimensioni del gruppo potrebbe dipendere dal grado di dispersione nelle società, infatti, individui non fisicamente vicini si incontrano meno spesso e avranno pertanto minore familiarità l'uno con l'altro, sicché le dimensioni del gruppo dovrebbero essere più piccole, di conseguenza." Dunque, gruppi di 150 membri si formerebbero solo in casi di assoluta necessità in dipendenza di pressioni ambientali ed economiche.

In Grooming, Gossip, and the Evolution of Language, un libro scritto da Dunbar nel 1996, egli suggerisce che il linguaggio abbia potuto rappresentare in epoca preistorica una forma di social grooming sui generis, consentendo ai primi uomini di mantenere la coesione sociale in modo efficiente. Senza linguaggio, dice Dunbar, gli esseri umani avrebbero dovuto dedicare quasi metà del loro tempo al social grooming, il che avrebbe reso qualsiasi sforzo cooperativo o produttivo praticamente impossibile. La comunicazione verbale ha consentito alle società di rimanere coese, riducendo il bisogno di "intimità fisica".[11]

Quantificazioni alternative[modifica | modifica wikitesto]

L'antropologo H. Russell Bernard, con Peter Killworth e altri studiosi, ha compiuto una serie di studi sul campo, negli Stati Uniti, individuando un numero medio di legami di 290, circa il doppio di quello stimato da Dunbar.

La stima di Bernard-Killworth riguardo alle dimensioni verosimili della rete sociale di un individuo si fonda su una serie di studi sul campo, che utilizzano metodi diversi applicati a diverse popolazioni. Non si tratta di una media dei risultati di vari studi ma piuttosto di un dato empirico rinvenuto più volte.[12][13] Tuttavia, il numero di Bernard-Killworth non è così diffuso come quello di Dunbar.

Applicazioni[modifica | modifica wikitesto]

Il numero di Dunbar ha suscitato interesse in antropologia, psicologia evolutiva,[14] statistica e gestione aziendale. Ad esempio, gli sviluppatori di software sociali se ne sono interessati per risalire alla dimensione delle reti sociali di cui i loro software devono tener conto; e nella moderna teoria militare, gli psicologi operativi utilizzano tali dati per sostenere o confutare le strategie politiche votate al mantenimento o al miglioramento della coesione dell'unità e il morale.

Secondo uno studio del 2011, il numero di Dunbar può essere applicato anche ai servizi di social network.[15][16] È dubbio, tuttavia, se le interazioni online possano essere considerate relazioni sociali stabili, in quanto i contatti "virtuali" non stimolano risposte biologiche paragonabili a quelli reali.[17]

Esempi[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c (EN) Robin Dunbar in Wikipedia, the free encyclopedia.
  2. ^ PMID 23515066
  3. ^ PMID 22506743
  4. ^ PMID 22216422
  5. ^ PMID 21826200
  6. ^ Malcolm Gladwell, The Tipping Point - How Little Things Make a Big Difference, Little, Brown and Company, 2000, pp. 177–181,185-186, ISBN 0-316-34662-4.
  7. ^ Purves, D. (2008). Principles of cognitive neuroscience. Sinauer Associates Inc.
  8. ^ A. Hernando, D. Villuendas, C. Vesperinas, M. Abad e A. Plastino, Unravelling the size distribution of social groups with information theory on complex networks in Preprint, 2009, arXiv:0905.3704.
  9. ^ (EN) Don't Believe Facebook; You Only Have 150 Friends in NPR, 4 giugno 2011.
  10. ^ (EN) Carl Bialik, Sorry, You May Have Gone Over Your Limit Of Network Friends, The Wall Street Journal Online, 16 novembre 2007.
  11. ^ (EN) Robin Dunbar, Grooming, Gossip, and the Evolution of Language, Harvard University Press, 1998, ISBN 0-674-36336-1.
  12. ^ (EN) C. McCarty, P. D. Killworth, H. R. Bernard, E. Johnsen e G. Shelley, Comparing Two Methods for Estimating Network Size in Human Organization, vol. 60, nº 1, 2000, pp. 28–39.
  13. ^ H. Russell Bernard. "Honoring Peter Killworth's contribution to social network theory." Documento presentato all'Università di Southampton, 28 Settembre 2006. http://nersp.osg.ufl.edu/~ufruss/
  14. ^ (EN) Nuno Themudo, Virtual Resistance: Internet-mediated Networks (Dotcauses) and Collective Action Against Neoliberalism (pg. 36), University of Pittsburg, University Center for International Studies, 23 marzo 2007. URL consultato il 2 dicembre 2007.
  15. ^ (EN) B. Goncalves , N. Perra, A. Vespignani, Modeling Users' Activity on Twitter Networks: Validation of Dunbar's Number, 28 maggio 2011.
  16. ^ (EN) Bruno Goncalves, Nicola Perra, Alessandro Vespignani, Validation of Dunbar's number in Twitter conversations.
  17. ^ (EN) Jessie Poquérusse, The Neuroscience of Sharing. URL consultato il 16 agosto 2012.
  18. ^ (EN) Primates on Facebook in The Economist, 26 febbraio 2009.
  19. ^ (EN) Don Reisinger, Sorry, Facebook friends: Our brains can't keep up in CNET, 25 gennaio 2010.
  20. ^ Un esempio è Cristopher Allen nel suo articolo "Dunbar, Altruistic Punishment, and Meta-Moderation".
  21. ^ The Local – Sweden's news in English, 23 Luglio 2007. "Swedish tax collectors organized by apes".

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]