Tragedia dei beni comuni

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In economia, per tragedia dei beni comuni, o collettivi, si intende una situazione in cui diversi individui utilizzano un bene comune per interessi propri e nella quale i diritti di proprietà non sono chiari e quindi non è garantito il fatto che chi trarrà i benefici dall'uso della risorsa ne sosterrà anche i costi. Viene spesso indicato come il problema del free rider. Le inefficienze indotte da questa situazione hanno portato a coniarne il termine, introdotto nel 1968 da Garrett James Hardin in un suo famoso articolo dall'omonimo titolo, pubblicato su n° 162 di quello stesso anno dalla rivista Science.

Occorre notare che vi è un fondamentale errore nel termine "beni comuni" (commons), come ebbe a riconoscere Hardin stesso[1]. Tra i primi che notarono questo errore vi furono Ciriacy-Wantrup & Bishop (1975: 714)[2] che ricordarono l'importante distinzione tra risorse comuni (commons) e risorse a libero accesso (open access). Scrissero infatti che "economists are not free to use the concept “common property resources” or “commons” under conditions where no institutional arrangements exist. Common property is not “everybody's property” (...). To describe unowned resource (res nullius) as common property (res communes), as many economists have done for years (...) is a selfcontradiction". Aver ignorato la distinzione è stata fonte di molti equivoci, è lo è tuttora, nel dibattito che seguì all'articolo di Hardin.

Esempio di tragedia dei beni comuni può essere la caccia al Polo Sud[caccia o pesca?]. Il bene comune (il cacciato) è a disposizione di tutti, ma seguire i propri interessi personali, senza incorrere nella possibilità di essere monitorati, porta allo sfruttamento eccessivo della risorsa in modo da causare una situazione diversa dall'ottimo sociale.

Il racconto di Lloyd[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1833, l'economista inglese William Forster Lloyd pubblicò un opuscolo nel quale fa l'esempio dei pastori che condividono un appezzamento di terreno comune su cui ciascuno di essi ha il diritto di lasciare pascolare le loro mucche. Nei villaggi inglesi, come anche nei paesi di montagna dell'Europa continentale, capitava che i pastori facessero anche brucare le loro pecore nelle aree comuni, sebbene le pecore mangino molta più erba rispetto alle mucche. L'autore suggerisce che la situazione possa giungere ad uno sfruttamento eccessivo del pascolo, perché ogni pastore è nella condizione di ricevere un beneficio scaricando il relativo danno sulla risorsa comune, e se ognuno di essi prenderessero questa decisione individualmente razionale la risorsa comune potrebbe essere esaurita o addirittura distrutta, a scapito di tutti.[3].

Il passaggio chiave, in lingua originale, è il seguente.

« If a person puts more cattle into his own field, the amount of the subsistence which they consume is all deducted from that which was at the command, of his original stock ; and if, before,there was no more than a sufficiency of pasture, he reaps no benefit from the additional cattle,what is gained in one way being lost in another. But if he puts more cattle on a common, the food which they consume forms a deduction which is shared between all the cattle, as well that of others as his own, in proportion to their number, and only a small part of it is taken from his own cattle. In an inclosed pasture, there is a point of saturation, if I may so call it, (by which, I mean a barrier depending on considerations of interest,) beyond which no prudent man will add to his stock. In a common, also, there is in like manner a point of saturation. But the position of the point in the two cases is obviously different. Were a number of adjoining pastures, already fully stocked, to be at once thrown open, and converted into one vast common, the position of the point of saturation would immediately be changed. »
(W. F. Lloyd, Two Lectures on the Checks to Population)

Si noti che l'esempio di Lloyd è applicabile al caso di terre comuni il cui uso non sia normato, sebbene di solito il diritto allo sfruttamento del demanio inglese e gallese fosse al contrario strettamente regolato e riservato ai relativi "cittadini". Ad esempio un cittadino che usi eccessivamente le terre comuni, magari esagerando col pascolo, la terra veniva "razionata", cioè si imponeva un limite al numero massimo di capi che ogni cittadino poteva pascolare. Queste regolamentazioni erano una risposta anche alle pressioni demografiche ed economiche, perché piuttosto che lasciare rovinare la terra se ne limitava più duramente l'uso, ma questa parte importante delle prariche storiche è assente nei modelli economici di Lloyd e Hardin.[4]

L'articolo di Garret Hardin[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1968 ,l'ecologo Garrett Hardin ha esplorato questo dilemma sociale in " The Tragedy of the Commons ", pubblicato sulla rivista Science[5]Hardin ha discusso sui problemi che non possono essere risolti con mezzi tecnici, distinti da quelli con soluzioni che richiedono " un cambiamento solo nelle tecniche delle scienze naturali, chiedendo poco o nulla in termini di cambiamento di valori umani o idee di moralità ". Hardin si concentra sulla problematica della crescita umana della popolazione, l'uso delle risorse naturali della Terra, e lo stato sociale. Se gli individui concentrano il loro interesse su se stessi e non sul ​​rapporto della società e dell'uomo, Hardin sostiene che il numero di figli che una famiglia potrebbe avere non è di interesse pubblico. I genitori che procreerebbero eccessivamente lascerebbero meno discendenti perché non sarebbero in grado di provvedere in modo adeguato per ciascun bambino. Tale feedback negativo si trova nel regno animale . [4 ] Hardin dice che se i figli dei genitori sconsiderati muoiono di fame, se il sovra concepimento è la propria punizione, allora non ci sarebbe alcun interesse pubblico nel controllare il numero di concepimenti delle famiglie. Hardin ha accusato lo Stato sociale per aver consentito la tragedia dei beni comuni; se lo Stato non provvede per i bambini e non supporta il sovra concepimento come un diritto umano fondamentale, la catastrofe malthusiana è inevitabile. Hardin si lamentò su questa interpretazione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani[6]:

« The Universal Declaration of Human Rights describes the family as the natural and fundamental unit of society (articolo 16[7])

it follows that any choice and decision with regard to te size of the family must irrevocably rest with tha family itself, and canot be made by onyone else. »

(U Thant, Dichiarazione sulla popolazione del segretario generale delle nazioni unite.)

Inoltre Hardin ha anche evidenziato la problematica delle persone che agiscono nel loro interesse razionale sostenendo che se tutte le persone di un gruppo utilizzano i beni comuni per il proprio guadagno e senza alcun riguardo per gli altri, tutte le risorse potrebbero eventualmente ancora esaurirsi. Hardin argomenta contro l'uso della coscienza come mezzo di controllo per i beni comuni, spiegando che questo favorisce gli individui egoisti, (spesso conosciuto come (free riders) rispetto a chi è più altruista. Nel contesto di evitare l'eccessivo sfruttamento delle risorse comuni, Hardin conclude ribadendo la massima di Hegel (che è stato citato da Engels), "la libertà è il riconoscimento della necessità" . Egli suggerisce che la libertà completa la tragedia dei beni comuni. Riconoscendo risorse comuni, in primo luogo, e riconoscendo che, in quanto tali richiedono una gestione, Hardin ritiene che gli esseri umani "possono conservare e coltivare altre più preziose libertà."

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Ecologist, The, 1992. Whose Common Future?. Special Issue. The Ecologist. 22(4), 121-210
  2. ^ Ciriacy-Wantrup S.V., Bishop R.C., 1975. "Common Property" as a Concept in Natural Resources Policy. Nat. Res. J. 15, 713-727
  3. ^ Lloyd, William Forster (1833). (EN) Two Lectures on Population
  4. ^ Susan Jane Buck Cox (primavera 1985). (EN) No tragedy on the Commons, in Journal of Environmental Ethics, Vol 7.
  5. ^ articolo 1862(EN) "The tragedy of commons"
  6. ^ (EN) Dichiarazione dei diritti umani
  7. ^ (EN) 10 dicembre 1948 "The Universal Declaration of Human Rights"

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]